Fisco

Via libera all’accesso sui conti correnti di familiari e soci dell’imprenditore per lottare l’evasione fiscale

Via libera all'accesso sui conti correnti di familiari e soci dell'imprenditore per lottare l'evasione fiscale
Legittimo l’accesso degli uffici finanziari ai conti correnti di soci e familiari dell’imprenditore al fine di verificare un’ipotetica evasione fiscale, anche in considerazione del fatto che il rapporto familiare è in sè sufficiente a giustificare la riferibilità di operazioni bancarie sospette all’imprenditore sotto verifica

Nuovo via libera della Cassazione all’accesso ai conti correnti bancari intestati a soci e familiari di lavoratori autonomi, e all’utilizzo dei dati scoperti per la contestazione di maggiori redditi non dichiarati. La Quinta sezione tributaria della Corte (sentenza 6254/13, depositata il 13 marzo) respingendo il ricorso di una S.r.l. emiliana in liquidazione, ribadisce e fissa i poteri degli investigatori nelle indagini su sospetta evasione, limitando allo stesso tempo il campo della privacy dei contribuenti.

L’Agenzia delle Entrate, in particolare, è autorizzata a:

  1. utilizzare la documentazione bancaria acquisita dalla Guardia di finanza nelle perquisizioni domiciliari a carico di terze persone, anche se estranee alle indagini penali;
  2. imputare a reddito di impresa le movimentazioni bancarie personali fatte da soci e da terze persone a loro legate;
  3. imputare a reddito di impresa i prelievi bancari effettuati dai soci sui propri conti;
  4. considerare «fittizia» l’interposizione di una persona fisica per travasare i ricavi della società.

Secondo la Quinta sezione tributaria della Corte di Cassazione, l’utilizzo dei dati dell’indagine penale per l’accertamento fiscale non è per nulla legato all’autorizzazione del pubblico ministero titolare dell’inchiesta. Ciò perchè, scrive il relatore, il via libera della Procura è “posto a tutela della riservatezza delle indagini penali, e non (invece, ndr) dei soggetti coinvolti nel medesimo procedimento o di terzi“, come già chiarito dalla sentenza di Cassazione 7279/09.

Sui conti correnti degli autonomi, aggiunge la Corte, pesa sempre una presunzione “negativa”, perchè “i dati raccolti dall’Ufficio in sede di accesso ai conti correnti bancari di un lavoratore autonomo consentono, in virtù della presunzione contenuta nel Dpr 600/73 di imputare gli elementi da essi risultanti direttamente a ricavi dell’attività di lavoro svolta dal medesimo“. Spetta così al contribuente l’onere di provare il contrario, cioè che l’origine dei redditi contestati non è nell’attività di impresa (Cassazione 430/2008). Quanto poi alla collaborazione delle banche, è la legge stessa a prevedere l’obbligo di trasmettere le informazioni richieste dagli uffici fiscali, anche relative a “conti e depositi bancari formalmente intestati ai soci anche non amministratori e – in caso di ristretta compagine sociale – anche ai conti depositi intestati ai loro familiari, qualora sussistano fondati sospetti che la società verificata abbia partecipato a operazioni imponibili soggettivamente inesistenti volte a evadere l’imposta sul valore aggiunto“. Infine, il “rapporto familiare” è in sè “sufficiente a giustificare, salvo la prova contraria, la riferibilità” delle operazioni bancarie sospette all’imprenditore sotto verifica.

Cassazione – Sentenza n. 6254/13

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