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Verifiche fiscali in azienda: l’attività di controllo dell’Agenzia delle Entrate

Verifiche fiscali in azienda: l’attività di controllo dell'Agenzia delle Entrate
Il sistema tributario italiano è fondato sull’autotassazione e sull’autodeterminazione del reddito da parte del contribuente. All’Amministrazione Finanziaria è demandato il compito di riscontrare la corretta esecuzione degli adempimenti e la veridicità del reddito imponibile dichiarato; tuttavia, data l’impossibilità di sottoporre a controllo l’universo dei contribuenti, al controllo di natura fiscale non può che essere attribuita una mera funzione di deterrenza

Il sistema tributario italiano, al pari di tutti i Paesi giuridicamente avanzati, è fondato sull’autotassazione e, conseguentemente, sull’autodeterminazione del reddito da parte del contribuente.

In sostanza, alla stregua di quanto prevede la normativa, tanto in materia di obblighi formali quanto sostanziali, il contribuente è chiamato ad assolvere “in proprio” il proprio obbligo contributivo (attraverso la dichiarazione dei redditi).

All’Amministrazione finanziaria, quindi, è demandato il compito di riscontrare, con i poteri che le vengono concessi e che, come vedremo, sono decisamente autoritativi, sia la corretta esecuzione degli adempimenti sia la veridicità del reddito imponibile dichiarato.

Tuttavia, per fare fronte a tale compito con modalità capillare, la Pubblica Amministrazione avrebbe bisogno di forze numericamente e qualitativamente di assoluto rilievo, se solo si considera la peculiarità del sistema economico italiano caratterizzato per oltre cinque milioni di partite Iva attive.

Si profila, dunque, l’impossibilità di sottoporre a controllo l’universo dei contribuenti: e ciò, va sottolineato, sia per l’ambito dei controlli cosiddetti “formali” sia per l’ambito dei controlli cosiddetti “sostanziali”.

Ne deriva che al controllo di natura fiscale, come detto quale esso sia, non può che essere attribuita una mera funzione di deterrenza: il controllo, insomma, serve a indurre il contribuente ad assolvere il proprio compito in vista di un riscontro da parte dell’Amministrazione finanziaria che, nel caso in cui egli operasse diversamente ossia sottraendosi al suo dovere di cittadino/contribuente, gli recherebbe conseguenze nient’affatto piacevoli e, in alcuni casi, con risvolti anche in ambito penale.

Tuttavia, sarebbe errato non attribuire al controllo anche una funzione di reperimento di gettito: l’incremento del numero complessivo degli interventi realizzati dalla diverse Agenzie fiscali unitamente all’accelerazione della riscossione – mediante l’avvento dei cosiddetti atti “impoesattivi” – depone per questa nuova caratterizzazione dell’attività di controllo e accertamento fiscale.

Con la notazione amara, però, riguardo il fatto che nemmeno un centesimo delle somme recuperate definitivamente a seguito dell’attività di contrasto all’elusione e all’evasione fiscale è stato “redistribuito” ai cittadini, ma ha rappresentato soltanto ulteriore alimento per le fauci dell’ingordo moloch nostrano: la spesa pubblica, molto spesso improduttiva ed antieconomica.

Nell’ambito della questione in esame assume grande rilievo anche il fattore dimensionale delle attività economiche, atteso che non è ragionevole ipotizzare che una modalità di controllo possa indiscriminatamente trovare applicazione nei confronti tanto della piccola ditta individuale quanto della grande società per azioni.

È stato già detto che la peculiarità del nostro Paese è quella di presentare un elevatissimo numero di partite IVA, sintomo di una disaggregazione imprenditoriale e professionale che, purtroppo, evidenzia anche il rifugio nell’attività autonoma per quanti non trovano sbocco in un ambito lavorativo fortemente “ingessato” quale quello italiano.

Ma tant’è, e ciò si ripercuote inevitabilmente sull’attività di controllo, sulle relative modalità e sui derivanti scenari.

Basti ricordare che la riforma del 1971, sovvertendo l’ancien regime dei tempi della “ricchezza mobile”, nell’introdurre l’autotassazione e l’autodeterminazione del reddito attribuì alla contabilità l’importanza necessaria per consentire, essenzialmente, all’Amministrazione finanziaria un più agevole esercizio dell’attività di controllo: questa peculiarità “originaria” delle scritture contabili, in passato strumento di controllo di gestione di pertinenza esclusiva dell’impresa, ha poi rivestito grande importanza con l’introduzione nel nostro ordinamento degli automatismi accertativi.

Beninteso, questa non è l’unica funzione attribuita alla contabilità: il legislatore della riforma ne ha fatto per un ventennio esatto anche l’elemento imprescindibile, o se si vuole il discrimine, per l’esperimento dell’accertamento tributario; sotto questo punto di vista uno scudo formidabile nei confronti dell’attività di controllo.

La storia è nota: con una contabilità ordinaria la cui efficacia protettiva era elevatissima – almeno fino al 1993 – non era infrequente rilevare che contribuenti di dimensioni non ragguardevoli si dotavano del regime “ordinario” di contabilità al fine esclusivo di contrastare un’eventuale attività di accertamento: fino al 1993, appunto, anno in cui viene avviata la “rivoluzione silenziosa” del progressivo svuotamento di significato delle scritture contabili (formalmente corrette ma sostanzialmente inattendibili), avente l’obiettivo di medio periodo di rappresentare la “soluzione finale” per quella che, a tutti gli effetti, era diventata la “problematica della contabilità”.

Le caratteristiche della “Azienda Italia” alle quali è stato fatto riferimento in precedenza hanno dunque indotto l’Amministrazione finanziaria a concentrare e massimizzare l’esecuzione dei controlli attraverso la forzosa adozione di criteri selettivi: una modalità, questa, che come noto caratterizza tanto l’attività di controllo cosiddetta “formale” – relativa alla correttezza algebrica e al rispetto della normativa concernente le dichiarazioni fiscali – quanto quella cosiddetta “sostanziale” – relativa al riscontro della veridicità del reddito imponibile dichiarato.

Per quanto riguarda quest’ultima, in passato la prassi era rappresentata dal varo annuale, solitamente entro il mese di dicembre di ciascun anno, del “decreto di programma” ministeriale, attraverso il quale venivano individuate fattispecie comportamentali nonché categorie di contribuenti che erano ritenuti meritevoli di sottoposizione a controllo.

L’ufficio periferico, dal canto suo, una volta ricevute le segnalazioni, redatte dall’anagrafe tributaria prioritariamente alla stregua del contenuto del decreto di programma, procedeva all’esecuzione dei controlli tenendo conto della propria capacità operativa.

Con l’avvento della riforma dell’Amministrazione finanziaria e la conseguente nascita dell’Agenzia delle Entrate la prassi del “decreto di programma” è venuta meno a favore della predisposizione, da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze, di un atto di indirizzo, mediante il quale vengono tracciate le linee direttrici per l’esecuzione dei controlli per un anno solare: recepito l’atto di indirizzo, e tenuto conto dei termini della convenzione tra il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle entrate, quest’ultima procede alla traduzione delle linee direttrici in modalità operative per l’esecuzione del numero dei controlli ritenuto “congruo” secondo gli obiettivi della convenzione medesima.

Con gli anni, però, si è accentuata l’autonomia dell’ufficio operativo, chiamato ora non solo all’esecuzione di controllo secondo le linee e i criteri tracciati “centralmente”, ma anche all’attivazione autonoma secondo i canoni della conoscenza delle peculiarità del tessuto socio-economico di competenza, certamente sconosciute agli organi centrali: pertanto, ecco che gli uffici periferici, sempre tenendo conto del criterio della proficuità comparata che oramai illumina l’azione della Amministrazione finanziaria, possono agire anche su direttrici diverse e nient’affatto tracciate dall’Amministrazione centrale se ritenute proficue in termini di recupero di massa imponibile e di imposte.

Così da delineare uno scenario che, sull’intero territorio nazionale, può assumere toni e aspetti anche radicalmente diversi a seconda dell’ambito geografico, della densità e delle peculiarità economiche del territorio e di altri fattori legati anche alle contingenze “di periodo” nel quale si svolgono le attività di controllo.

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