Lavoro

Verbali di (e mancata) conciliazione: validità ed effetti

Verbali di (e mancata) conciliazione: validità ed effetti
Il tentativo di conciliazione si conclude con un verbale di accordo, i cui contenuti di rinuncia e transazione sono validi e inoppugnabili, oppure con un verbale di mancato accordo che contiene una proposta di soluzione della controversia e le posizioni manifestate dalle parti

Il tentativo di conciliazione si conclude con un verbale di accordo, i cui contenuti di rinuncia e transazione sono validi e inoppugnabili, oppure con un verbale di mancato accordo che contiene una proposta di soluzione della controversia e le posizioni manifestate dalle parti.

A conclusione del tentativo di conciliazione stragiudiziale, la Commissione di conciliazione redige apposito verbale che viene sottoscritto dal Presidente e dai membri della Commissione congiuntamente alle parti. Il verbale dà atto sinteticamente di tutto quanto ha formato oggetto della discussione, enucleando puntualmente l’ambito della controversia individuale di lavoro ed evidenziando la natura della fattispecie (che deve risultare fra quelle ammesse a questo strumento deflattivo del contenzioso giudiziario, ai sensi dell’art. 409 c.p.c.), specificando quali sono i diritti del lavoratore, di natura patrimoniale ovvero non patrimoniale, di scaturigine legale o anche contrattuale, che costituiscono il contenuto sostanziale dell’accordo raggiunto. Il verbale di conciliazione sottoscritto davanti alla Commissione acquista carattere di titolo esecutivo, a norma dell’art. 411 cod. proc. civ, con decreto del Giudice presso la cui Cancelleria viene depositato.

Deposito in Tribunale solo su richiesta
Il deposito dei verbali sottoscritti in Commissione non viene sempre richiesto, in quanto la richiesta interviene essenzialmente per avere l’esecutività del titolo in caso di inadempimento, senza che la legge preveda un termine di decadenza per il deposito, pertanto la parte che vi ha interesse chiederà il deposito del verbale sottoscritto o, in alternativa, procederà ad effettuarlo a propria cura, soltanto quando si verifichi il mancato rispetto dell’accordo.

Inoppugnabilità di rinunce e transazioni

Le rinunce e le transazioni sottoscritte innanzi alla Commissione di conciliazione sono valide e inoppugnabili, in quanto sono sottratte alla regola generale di cui all’art. 2113 cod. civ. della invalidità e della impugnabilità entro 6 mesi, a pena di decadenza. D’altra parte, in alcune ipotesi le rinunce e le transazioni pure sottoscritte in sede di conciliazione, possono formare oggetto di impugnazione:

  • qualora venga dimostrato che il consenso sia stato in qualche modo viziato;
  • se l’oggetto della rinuncia/transazione è indeterminato;
  • se si dimostra che vi è stato errore sul fatto che determina la rinuncia/transazione.

I verbali di conciliazione possono, dunque, contenere:

  • una rinuncia specifica all’esercizio di azioni aventi ad oggetto diritti riconducibili al rapporto di lavoro;
  • una rinuncia relativa ad un elenco dettagliato di diritti che il lavoratore ritiene non debbano essere ulteriormente soddisfatti;
  • una rinuncia con la chiara e inequivocabile indicazione dei motivi (ad es. per evitare l’alea di un contenzioso giudiziario oppure per accettare l’agevolazione all’esodo).

In merito alla “quietanza a saldo” ne è stata ammessa la validità in presenza della piena consapevolezza del lavoratore sulle rinunce accordate (Cass. Civ., Sez. Lav., 27 luglio 2007, n. 16682).

Clausole liberatorie omnicomprensive
Con riferimento alle c.d. “clausole liberatorie generiche” o altrimenti dette “omnicomprensive”, la giurisprudenza (Cass. Civ., Sez. Lav., 14 ottobre 2003, n. 15371) ha sancito che non sono opponibili al lavoratore, mancando la consapevolezza di questi riguardo ai contenuti della rinuncia e alle ragioni della stessa. Devono ritenersi, pertanto, invalide tutte le formule liberatorie generiche o omnibus che siano trascritte nei verbali di conciliazione ed abbiano contenuti del tipo: «afferma di rinunciare a qualsiasi ulteriore rivendicazione avente ad oggetto diritti direttamente o indirettamente connessi e/o riconducibili al pregresso rapporto di lavoro».

Accordi già intervenuti tra le parti

Frequentemente le parti riescono a comporre la lite al di fuori dell’ambito della Commissione di conciliazione, ma al fine di rendere inoppugnabile il verbale del raggiunto accordo e di darsi la facoltà di renderlo titolo esecutivo – previo deposito – in caso di mancato adempimento, è parimenti richiesta alla Commissione una sorta di “ratifica” dell’accordo. Nella Lettera circolare n. 3428 del 25 novembre 2010 il Ministero del Lavoro ha previsto, in ottica di semplificazione, che il tentativo facoltativo di conciliazione possa essere in tal caso richiesto congiuntamente da entrambe le parti. In tali situazioni la Commissione pur non essendo chiamata a svolgere pienamente il proprio compito istituzionale, non può venire meno all’onere di procedere a convocare e ricevere le parti, a verbalizzare la raggiunta intesa fra le stesse, di fatto ratificando l’accordo preventivamente intervenuto fra loro, salvo che lo stesso contenga palesi vizi od errori che la Commissione dovrà rilevare ed evidenziare alle parti.

Inoppugnabilità
Si è riconosciuto che anche tali accordi risultano inoppugnabili, non rilevando, rispetto ai contenuti del verbale di conciliazione, che lo stesso sia stato raggiunto con un approccio di tipo partecipativo, orientativo, consultivo o meramente notarile della Commissione (Cass. Civ., Sez. Lav., 12 dicembre 2002, n. 17745).

Verbali di mancata conciliazione

Quando non si giunge alla conciliazione devono essere espressamente indicati nel verbale di mancata conciliazione le ragioni e i motivi per i quali si è pervenuti a tale esito. Se non si raggiunge l’accordo, infatti, la Commissione di conciliazione formula una proposta conciliativa per la definizione della controversia da inserire obbligatoriamente nel verbale, con espressa indicazione delle valutazioni manifestate da ambo le parti (art. 411, comma 2, c.p.c.) e il giudice del successivo giudizio deve tenere conto del comportamento tenuto dalle parti qualora la proposta formulata sia stata rifiutata senza una motivazione adeguata.
Diviene, pertanto, necessario sintetizzare le posizioni espresse dalle parti nel corso dell’espletamento del tentativo di conciliazione, senza che debbano essere evidenziati fatti e circostanze nei minimi particolari, con indicazione dettagliata: è sufficiente che venga realizzata una sintesi obiettiva della situazione di contrapposizione inconciliabile allo stato fra le pretese delle parti, nonostante l’attività di mediazione della Commissione.

Termini per l’azione giudiziaria
La richiesta di conciliazione interrompe il decorso della prescrizione e sospende i termini di decadenza per tutta la durata del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi alla conclusione (art. 410, comma 2, c.p.c.). Il termine di decadenza per proporre l’azione giudiziaria resta quindi sospeso per almeno ottanta giorni (salvo termini più ampi determinatisi dalla volontà delle parti di proseguire la discussione per raggiungere un’intesa). Se però la conciliazione ha avuto ad oggetto una delle fattispecie contemplate dall’art. 32 della legge n. 183/2010, quando essa fallisce, il termine di decadenza per presentare il ricorso in Tribunale è di 60 giorni.

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