Diritto

Qual’è il valore da attribuire alle dichiarazioni rilasciate ai funzionari dell’Amministrazione finanziaria?

Qual'è il valore da attribuire alle dichiarazioni rilasciate ai funzionari dell’Amministrazione finanziaria?
Le dichiarazioni rilasciate ai funzionari dell’Amministrazione finanziaria hanno valore di prova legale, quale confessione, o quanto meno di elemento indiziario che può concorrere a formare, unitamente ad altri elementi, il convincimento del giudice

Le dichiarazioni rese in sede di verifica dal legale rappresentante di una società possono, anche da sole, fondare l’accertamento di un maggior imponibile ai fini dell’IVA e delle imposte dirette. Tali dichiarazioni non rivestono, invero, la natura di mere dichiarazioni testimoniali, in quanto il rapporto di immedesimazione organica che lega il rappresentante legale alla società rappresentata esclude che il primo possa essere qualificato come testimone, in riferimento ad attività poste in essere dalla seconda; esse possono, invece, essere apprezzate come una confessione stragiudiziale, e costituiscono pertanto prova non già indiziaria, ma diretta, del maggior imponibile eventualmente accertato nei confronti della società, non abbisognevole, come tale, di ulteriori riscontri. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5931 del 25 marzo 2015.

IL FATTO
A seguito di processo verbale di constatazione, venivano notificati ad un’associazione sportiva otto avvisi di accertamento, con i quali l’Ufficio recuperava a tassazione le somme dovute per IRPEG, IRAP ed IVA, oltre interessi e sanzioni, in relazione agli anni dal 1996 al 2002.
Gli atti impositivi venivano impugnati dall’associazione dinanzi alla CTP, la quale accoglieva il ricorso, decisione confermata anche dal giudice di seconde cure. In particolare, la Corte d’Appello ha ritenuto mancante la prova, da parte dell’Ufficio, della natura commerciale dell’attività svolta dall’associazione.

Nel ricorso per cassazione, l’Agenzia delle Entrate si duole, per quello che interessa in questa sede, del fatto che la CTR abbia erroneamente ritenuto carente la prova circa l’effettivo conseguimento di avanzi di gestione, sebbene fosse stata rilasciata dalla vicepresidente dell’associazione una dichiarazione di ammissione circa il conseguimento di detti avanzi ed il loro versamento su un libretto a risparmio. Tale dichiarazione, in quanto resa a funzionari della stessa Amministrazione finanziaria, avrebbe, per contro, – a parere dell’Ufficio – valore di prova legale, ai sensi dell’art. 2735 del codice civile.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. Osservano, sul punto, gli Ermellini che le dichiarazioni rese in sede di verifica dal legale rappresentante di una società possono, anche da sole, fondare l’accertamento di un maggior imponibile ai fini dell’IVA e delle imposte dirette. Tali dichiarazioni non rivestono, invero, la natura di mere dichiarazioni testimoniali, in quanto il rapporto di immedesimazione organica che lega il rappresentante legale alla società rappresentata esclude che il primo possa essere qualificato come testimone, in riferimento ad attività poste in essere dalla seconda; esse possono, invece, essere apprezzate come una confessione stragiudiziale, e costituiscono pertanto prova non già indiziaria, ma diretta, del maggior imponibile eventualmente accertato nei confronti della società, non abbisognevole, come tale, di ulteriori riscontri.

Tra l’altro, le dichiarazioni che gli organi dell’Amministrazione finanziaria sono autorizzati a richiedere anche ai privati nella fase amministrativa di accertamento — non potendo essere ricomprese nel divieto di prova testimoniale di cui all’art. 7 del D.Lgs. n. 546/92, che si riferisce alla sola prova testimoniale, quale prova da assumere con le garanzie del contraddittorio – proprio perché assunte in sede extraprocessuale, rilevano quali elementi indiziari che possono concorrere a formare, unitamente ad altri elementi, il convincimento del giudice.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso.

Le dichiarazioni rese in sede di verifica dal legale rappresentante di una società possono, anche da sole, fondare l’accertamento di un maggior imponibile ai fini dell’IVA e delle imposte dirette. Tali dichiarazioni non rivestono, invero, la natura di mere dichiarazioni testimoniali, in quanto il rapporto di immedesimazione organica che lega il rappresentante legale alla società rappresentata esclude che il primo possa essere qualificato come testimone, in riferimento ad attività poste in essere dalla seconda; esse possono, invece, essere apprezzate come una confessione stragiudiziale, e costituiscono pertanto prova non già indiziaria, ma diretta, del maggior imponibile eventualmente accertato nei confronti della società, non abbisognevole, come tale, di ulteriori riscontri.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 5931/2015

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *