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Un decreto troppo tarato sulla tutela dei precari

Un decreto troppo tarato sulla tutela dei precari
Il decreto approvato ieri si presta a diversi rilievi negativi in ordine alla tutela dei precari ed alla prevenzione nei confronti delle scuole paritarie

Il decreto approvato ieri, che pure ha aspetti positivi, si presta a due rilievi negativi: l’accento posto in modo predominante sui temi del personale, e in particolare della tutela dei precari e del potenziamento degli organici, e una prevenzione nei confronti delle scuole paritarie che evitano la stretta ma restano escluse da una serie di provvedimenti (aggiornamento, stesura di progetti culturali, fondi per i libri di testo in comodato).

Il piano triennale per l’assunzione a tempo indeterminato di personale docente, educativo ed Ata, nel lodevole intento di garantire continuità, punta ad eliminare il sistema delle graduatorie, che però, già quasi azzerate in passato, in mancanza di adeguate misure si sono riformate fino a raggiungere le attuali dimensioni. Sarebbe necessario anche assicurare che gli immessi in ruolo abbiano i requisiti per ricoprire un posto di ruolo, e che al tempo stesso esistano spazi per i giovani che escono dai percorsi preparatori. Mentre l’immissione in ruolo, con l’attuale normativa, rende impossibile ogni forma di flessibilità verso i docenti che si dimostrano inadeguati.

Per migliorare la qualità dell’insegnamento si stanziano 10 milioni per la formazione obbligatoria, che spalmati su oltre 800mila docenti indicano una spesa media pro capite di circa 12 euro a testa. Questa cifra potrebbe avere qualche rilevanza se si incentivassero come soggetto della formazione le reti, ignorate dal decreto. Tanto più che l’unico riferimento alla valutazione riguarda non l’efficacia degli insegnanti di sostegno, tema che meriterebbe una più ampia trattazione, ma i programmi per l’inserimento dei ragazzi disabili per cui è previsto un intervento dell’Invalsi con una procedura che appare macchinosa.

Sempre per garantire una copertura dei ruoli vacanti, vengono previste l’assunzione dei dirigenti tecnici (ispettori) e la realizzazione sistematica di corsi-concorso per i dirigenti, realizzati presso la Scuola nazionale di amministrazione. Il concetto di corso-concorso significa che prima i dirigenti vengono assunti e poi formati, mentre la logica vorrebbe che la formazione specialistica fosse parte del curricolo per la selezione.

Dobbiamo inoltre aggiungere che nel decreto, come si è già detto, la scuola paritaria viene marginalizzata. Ad esempio, quando si specifica «di ruolo» di fatto si escludono i docenti delle paritarie, che non sono di ruolo bensì a «tempo indeterminato». In un momento in cui da tutte le parti si fa notare che gli Stati non potranno più permettersi di finanziare interamente la formazione così com’è oggi, ma dovranno ricorrere ampiamente al principio di sussidiarietà, il decreto tende a emanare norme limitative, in contrasto con la legge n. 62 del 2000, con il probabile rischio di penalizzare le istituzioni virtuose e ridurre la libertà di scelta delle famiglie.

Il settore università e ricerca, recentemente normato dalla 240, ha comprensibilmente molto meno spazio, e la parte più interessante è quella relativa alle borse di studio e all’orientamento, affidato alle scuole, ma senza una specifica riqualificazione dei docenti. Il capitolo dedicato alle Afam (Accademie e istituzioni musicali) sta prima delle disposizioni per le università e la ricerca, tradendo l’approccio scolastico verso un settore che rilascia titoli equipollenti (con effetto retroattivo per i corsi quadriennali) ai titoli universitari di laurea e laurea magistrale.

Dell’Anvur si parla per modificare alcune norme sulla composizione e la durata del suo Consiglio direttivo, e soprattutto per valorizzare la valutazione della qualità della ricerca (Vqr). Anche per gli enti di ricerca la Vqr servirà per ripartire una quota non inferiore al 7% del fondo ordinario di finanziamento Foe – che nel 2013 è stato di circa 1.600 milioni di euro – e quindi pari a 112 milioni di euro: non è molto, ma è comunque un’indicazione significativa del tentativo di valorizzare il merito.

Sarebbe ora importante, risolti o tamponati i problemi “urgenti”, che il Governo si impegnasse in un’opera sistematica di revisione della normativa e di costruzione delle politiche educative, in cui si passasse dalla continua emergenza, soggetta a mille pressioni, al governo intelligente del quotidiano nei tre settori della scuola, università e ricerca.

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