Diritto

Tutti manager se si evade l’IVA

Tutti manager se si evade l'IVA
Vero soggetto qualificato non è il prestanome ma colui il quale effettivamente gestisce la società perché solo lui è in condizione di compiere l’azione dovuta mentre l’estraneo è il prestanome

Sono equiparabili agli amministratori formalmente investiti quelli di fatto: soggetto qualificato non è il prestanome ma colui il quale effettivamente gestisce la società perché solo lui è in condizione di compiere l’azione dovuta mentre l’estraneo è il prestanome. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 10498 depositata il 12 marzo 2015.

IL FATTO
Il Tribunale di Bergamo assolveva, “perché il fatto non costituisce reato”, un amministratore dall’imputazione di omesso versamento IVA per un ammontare complessivo di € 183.275,00 in relazione all’anno di imposta 2008 (artt. 10-ter D.Lgs. n. 74/2000). Dopo avere ricostruito la vicenda, sorta a seguito di controllo sulla dichiarazione dei redditi della società, il giudice di merito ha osservato che egli non fu mai di fatto il reale amministratore, ma solo un direttore commerciale, e che l’amministrazione era unitaria per tutte e cinque le società che componevano il Gruppo.

Nel ricorso per cassazione, il Pubblico Ministero adduce che i legali rappresentanti di una società hanno l’obbligo di non compiere atti contrari alla legge e agli interessi della società e dei soci, oltre che di impedire il compimento di atti del genere da parte degli altri soggetti che rivestano cariche all’interno della società. Nel caso di specie, l’imputato, pur rivestendo il ruolo di amministratore, non aveva adempiuto ali’obbligo di versare l’IVA dovuta per il 2008 né di controllare la gestione dell’azienda o di effettuare una ricognizione formale della documentazione disponibile e di formulare rilievi in relazione al mancato versamento dell’imposta. Richiama il principio della responsabilità dei prestanome a titolo di concorso per omesso impedimento dell’evento al sensi dell’art. 40, secondo comma, del codice penale e 2392 del codice civile.
Richiama il principio di diritto secondo cui il prestanome risponde a titolo di dolo generico (per la consapevolezza della possibilità di verificazione di eventi tipici dalla condotta omissiva) o anche eventuale perché, accettando la carica sociale, assume anche i rischi connessi: ritiene pertanto censurabile la sentenza laddove ha escluso la responsabilità penale sul presupposto che egli, pur avendo accettato di essere amministratore della società, non ha mai curato gli incombenti amministrativi, fiscali e burocratici, gestiti, invece, da altri.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dal Pubblico Ministero. Sul punto, gli Ermellini ricordano come la Suprema Corte abbia già affermato, con la sentenza n. 23425 del 28 aprile 2011, l’equiparazione degli amministratori di fatto a quelli formalmente investiti, sia nella materia civile che in quella penale e tributaria. In particolare, si è chiarito che vero soggetto qualificato non è il prestanome ma colui il quale effettivamente gestisce la società perché solo lui è in condizione di compiere l’azione dovuta mentre l’estraneo è il prestanome.

Ma si è altresì precisato che a quest’ultimo una corresponsabilità può essere imputata solo in base alla posizione di garanzia di cui all’art. 2392 cod. cìv., in forza della quale l’amministratore deve conservare il patrimonio sociale ed impedire che si verifichino danni per la società e per i terzi. Nelle occasioni in cui la Suprema Corte si è occupata di reati, anche omissivi, commessi in nome e per conto della società, ha individuato nell’amministratore di fatto il soggetto attivo del reato e nel prestanome il concorrente per non avere impedito l’evento che in base alla norma citata aveva il dovere di impedire.
Proprio perché il più delle volte il prestanome non ha alcun potere d’ingerenza nella gestione della società per addebitargli il concorso, la Suprema Corte ha fatto ricorso alla figura del dolo eventuale; si è sostenuto cioè che il prestanome accettando la carica ha anche accettato i rischi connessi a tale carica.

In base al D.P.R. n. 322 del 1998, art. 1, comma 4 la dichiarazione dei soggetti diversi dalle persone fisiche è sottoscritta a pena di nullità dal rappresentante legale e, in mancanza, da chi ne ha l’amministrazione anche di fatto, o da un rappresentante negoziale. Il rappresentante legale si deve considerare mancante, non solo quando manca la nomina, ma anche in presenza di un prestanome che non ha alcun potere o ingerenza nella gestione della società e, quindi, non è in condizione di presentare la dichiarazione perché non dispone dei documenti contabili detenuti dall’amministratore di fatto. In tale situazione l’intraneo è colui che, sia pure di fatto, ha l’amministrazione della società mentre al prestanome il fatto potrebbe essergli addebitato a titolo di concorso a norma dell’art. 2392 del codice civile e art. 40 del codice penale a condizione che ricorra l’elemento soggettivo proprio del singolo reato.

Tale principio si riscontra anche in materia di sanzioni amministrative tributarie. Il D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 11 parifica il legale rappresentante all’amministratore di fatto sancendo formalmente la diretta responsabilità per le sanzioni anche degli amministratori di fatto.
Il principio dell’equiparazione dell’amministratore di fatto a quello di diritto è stato recepito dal legislatore in occasione della riforma del diritto societario. Dispone l’art. 2639 del codice civile, introdotto con il D.Lgs. n. 6 del 2003, che per i reati societari previsti dal titolo quindicesimo del libro quinto del codice civile al soggetto formalmente investito della qualifica o titolare della funzione prevista dalla legge è equiparato chi esercita in materia continuativa i poteri previsti dalle legge. La norma, ancorché riferita esplicitamente ai reati societari previsti dal codice civile, contiene la codificazione di un principio generale applicabile ad altri settori penali dell’ordinamento e per la sua natura interpretativa è applicabile anche ai fatti pregressi. Tale principio incide non solo sulla configurabilità del concorso dell’amministratore di fatto nei reati commissivi, ma anche in quelli omissivi propri, nel senso che autore principale del reato è proprio l’amministratore di fatto salva la partecipazione di estranei all’amministrazione secondo le regole del concorso di persone nel reato (cfr. Cass. Sez. 3, sentenza n. 23425/2011 cit.).

Orbene, nel caso di specie è risultato che l’imputato era stato comunque formalmente amministratore di diritto della società e che “la sua veste giuridica in azienda era solo un escamotage per consentire all’impresa di continuare ad avvalersi della prestazione di un dipendente particolarmente abile ed esperto nel campo delle vendite”.
Non è emerso però che egli fosse completamente privo di poteri di ingerenza o della capacità di disporre di documentazione, anzi nella sentenza si è dato atto della verifica del bilancio da lui effettuata, nonché del fatto che nel 2008 egli si era dovuto occupare di debitori morosi e del compito, a lui affidato, “di versare i danari sociali in banca”.

Il giudice di merito avrebbe allora dovuto porsi il problema del dolo eventuale dell’amministratore di diritto “prestanome”, mentre invece ha concentrato la sua indagine esclusivamente sul ruolo di direttore commerciale di fatto esercitato e sulla sostanziale estraneità alla vita economica dell’impresa, gestita di fatto da altri.

Da quì, l’accoglimento del ricorso e l’annullamento della sentenza impugnata.

Vero soggetto qualificato non è il prestanome ma colui il quale effettivamente gestisce la società perché solo lui è in condizione di compiere l’azione dovuta mentre l’estraneo è il prestanome. A quest’ultimo una corresponsabilità può essere imputata solo in base alla posizione di garanzia di cui all’art. 2392 cod. cìv., in forza della quale l’amministratore deve conservare il patrimonio sociale ed impedire che si verifichino danni per la società e per i terzi.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 10498/2015

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