Lavoro

Tfr in busta paga, Bankitalia: “Aggrava rischio che pensioni siano inadeguate”

È diminuita di circa 10,8 euro in 2 anni la spesa per la gestione di un conto corrente che nel 2012 si è così attestata a 103,8 euro. Lo mette in evidenza l'indagine annuale della Banca d'Italia
Il vicedirettore generale di via Nazionale, in audizione sulla legge di Stabilità, ha avvertito che i lavoratori a basso reddito che scelgono di monetizzare il trattamento di fine rapporto sono destinati a ricevere assegni previdenziali troppo leggeri. La richiesta al governo: “Il provvedimento sia temporaneo”. Dubbi della Corte dei Conti sui tagli agli enti locali

Il provvedimento che consente ai lavoratori di scegliere se farsi riconoscere in busta paga la quota mensile di Tfr che attualmente viene accantonata deve essere limitato nel tempo. In caso contrario ci potrebbero essere gravi ripercussioni sul fronte delle pensioni e, in particolare, per quelle dei più giovani che rischiano di maturare rendimenti tropo bassi. Lo ha spiegato il vicedirettore della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, nel corso dell’audizione sul Ddl di stabilità davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato. Signorini ha espresso un giudizio complessivo non entusiasmante sulla manovra del governo, sottolineando che lo stesso esecutivo «ipotizza un modesto effetto espansivo». In ogni caso, ha aggiunto, «l’impatto della manovra sul prodotto dipenderà tra l’altro dalle modalità con cui verranno effettuati i risparmi di spesa». In questo «momento di prolungata stagnazione e l’incertezza internazionale», ha poi evidenziato, «sarà cruciale l’effetto sulla fiducia di famiglie e imprese, che può essere rilevante se le misure adottate saranno percepite come un orientamento duraturo di politica economica».

«È ragionevole supporre – è la previsione di Bankitalia – che chiederanno la liquidazione del Tfr maturando e lo destineranno a finanziare maggiori consumi soprattutto lavoratori soggetti a vincoli di liquidità e quelli a più basso reddito». Uno scenario che «aggrava il rischio che questi abbiano in futuro pensioni non adeguate. È dunque cruciale che la temporaneità del provvedimento, motivato dalla fase congiunturale eccezionalmente avversa, venga mantenuta». Insomma: se proprio il governo vuole farlo, cerchi di limitare i danni. Parole molto simili a quelle di Treu, che aveva detto: «La soluzione che è stata presa è frutto di una soluzione temporanea. È il minor male, mi auguro però che non sia definitiva».

Ma i rilievi della Banca d’Italia non si sono limitati alla questione del Tfr. Palazzo Koch ha anche messo in guardia l’esecutivo dall’impatto dei tagli alle risorse destinate agli enti locali. «Nel 2010-13 i trasferimenti agli enti locali sono stati ridotti di 30,3 miliardi di euro», ha ricordato Signorini, osservando che gli «enti decentrati hanno reagito anche aumentando significativamente le entrate e nell’ambito delle spese riducendo soprattutto quelle in conto capitale». E «occorre evitare che questa tendenza prosegua». In ogni caso, l’impatto del Ddl Stabilità dipenderà anche «dalle modalità con cui verranno effettuati i risparmi di spesa». Come dire che non è detto che le nuove sforbiciate inserite nella manovra debbano per forza tradursi in maggiori tasse, minori servizi o una revisione al ribasso delle uscite per investimenti. Su questo punto, però, la Corte dei Conti è più cauta. Il presidente Raffaele Squitieri, anche lui audito alla Camera sulla manovra, ha chiarito infatti che «le coperture individuate, specie quelle dal lato della spesa delle amministrazioni territoriali, mantengono margini di incertezza per il timore sia che da esse derivino peggioramenti nella qualità dei servizi, sia che esse inducano ad aumenti delle imposte».

Non solo: i magistrati contabili segnalano che «la mobilitazione di risorse consistenti, specie se poste in rapporto con i vincoli di finanza pubblica, richiede un attento monitoraggio degli interventi per assicurarne, in fase di attuazione, l’efficacia e, soprattutto, l’effettivo carattere aggiuntivo». In particolare «alcuni aggiustamenti potrebbero essere opportuni, come per esempio in tema di sgravi contributivi per i nuovi assunti». Tradotto: come già evidenziato dall’Ufficio parlamentare di bilancio, la decontribuzione dei nuovi contratti a tempo indeterminato di per sé non comporta affatto un aumento dell’occupazione. Mentre, viste le risorse richieste per finanziarla, sarebbe opportuno prevedere accorgimenti che garantiscano che siano soldi ben spesi.

Quanto alle clausole di salvaguardia, quelle cioè che impongono un aumento di accise e Iva nel caso il governo non ottenga i risparmi (o le maggiori entrate) preventivati, secondo Bankitalia «hanno il pregio che con il loro meccanismo automatico danno certezza ma il loro effetto è per definizione quello di un incremento della tassazione indiretta che diventerebbe molto elevata. Se nel 2018 questi interventi saranno stati attuati ci troveremmo in una situazione di un’imposizione indiretta molto elevata, con il peso che avrebbe questo sulla situazione economica e sull’incentivo all’occultamento di transazioni». Di conseguenza – e ci mancherebbe – «è preferibile non si arrivi a far scattare le clausole».

Interessanti poi le stime elaborate da Confesercenti-Swg secondo cui solo il 18 per cento dei dipendenti privati italiani sceglierà di avere il TFR in busta paga, a fronte del 67 per cento che invece continuerà a lasciare accumulare il suo trattamento di fine rapporto nell’impresa in cui lavora.
Un segnale che dimostra, viene sottolineato, anche nella recessione, il rapporto di fiducia che intercorre tra i lavoratori dipendenti e le loro imprese.
Infine il 15 per cento di dipendenti, invece, ancora non ha deciso. Hanno già scelto di usufruire della possibilità introdotta dalla Legge di Stabilità soprattutto le persone di età compresa tra i 35 e i 44 anni (21 per cento), seguiti dai giovani fra i 18 ed i 24 (19 per cento). Lo lasceranno in azienda, invece, soprattutto le persone più vicine alla fine del rapporto lavorativo; non lo toccheranno principalmente coloro tra i 55 e i 64 anni (72 per cento) e tra i 45 ed i 54 (70 per cento).
Tra i lavoratori che hanno intenzione di richiedere il TFR su base mensile, la maggior parte è ancora incerta su come utilizzare la liquidità in più (44 per cento). I rimanenti, invece, la investiranno soprattutto per forme di risparmio alternative (17 per cento). Il 16 per cento lo vuole investire in pensioni integrative, mentre il 13 per cento segnala che userà il TFR in busta paga per saldare pagamenti e debiti pregressi. La percentuale sale al 36 per cento tra i giovani compresi tra i 18 e i 24 anni. Lo investirà in acquisti solo il 10 per cento con un effetto espansivo modesto sulla spesa, con un incremento, a fine 2015, di 380 milioni, pari allo 0,1 per cento dei consumi commercializzati.

Tags

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Codice di sicurezza *Captcha loading...

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to top button
Close