Lavoro

Termine del contratto illegittimo: contestazione entro 120 giorni

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Nel modificare il regime dei licenziamenti individuali, la riforma del lavoro ha ampliato i termini di impugnazione stragiudiziale del contratto di lavoro, quando in gioco c'è la legittimità del termine, aumentandoli da 60 a 120 giorni
Nel modificare il regime dei licenziamenti individuali, la riforma del lavoro ha ampliato i termini di impugnazione stragiudiziale del contratto di lavoro, quando in gioco c’è la legittimità del termine, aumentandoli da 60 a 120 giorni

Nel modificare il regime dei licenziamenti individuali, la riforma del lavoro ha ampliato i termini di impugnazione stragiudiziale del contratto di lavoro, quando in gioco c’è la legittimità del termine (la legge 92/2012 ha modificato l’articolo 32 della legge 183/2010). Il termine per l’impugnativa stragiudiziale è aumentato, in questo caso, da 60 a 120 giorni dalla cessazione del contratto. La necessità di concedere più tempo consegue all’aumento dell’intervallo temporale disposto dalla riforma, fra la cessazione di un contratto e la stipula di un contratto successivo.
In seguito alla modifica, se le disposizioni previste dalla legge 604/1966, articolo 6, interessano licenziamenti che presuppongono la risoluzione di questioni relative alla nullità del termine apposto al contratto di lavoro (in base agli articoli 1, 2 e 4 del Dlgs 368/2001), il lavoratore ha 120 giorni dalla cessazione del contratto per impugnarlo, disponendo dei successivi 180 giorni per ricorrere in giudizio o aderire a eventuali soluzioni conciliative. La nuova disposizione si applica alle cessazioni di contratti a termine che si verificano a partire dal 1° gennaio 2013.
Se il giudice dichiara l’illegittimità del contratto a termine, il contratto è trasformato in contratto a tempo indeterminato e il lavoratore ha diritto a una indennità forfettaria omnicomprensiva, di importo compreso fra 2,5 e 12 mensilità. L’indennità è ridotta alla metà se il contratto collettivo prevede l’assunzione, anche a tempo indeterminato, di lavoratori già occupati a termine nell’ambito di specifiche graduatorie.
La legge 92/2012 (articolo 1, comma 13) fornisce l’interpretazione autentica di questa norma, precisando che l’indennità prevista ristora per intero il pregiudizio subito dal lavoratore, comprese le conseguenze retributive e contributive relative al periodo compreso fra la scadenza del termine e la pronuncia del provvedimento con cui il giudice ha ordinato la ricostituzione del rapporto di lavoro. Questa previsione si applica anche alle cause pendenti alla data di entrata in vigore della legge 183/2010 (24 novembre 2010).
La Corte Costituzionale si è pronunciata il 3 maggio 2012, con la sentenza n. 112, dichiarando la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 32, commi 5, 6 e 7, della legge 183/2010, sollevate in riferimento agli articoli 3, 4, 24, 111 e 117 della Costituzione. Ad avviso della Consulta, la retroattività del regime semplificato di liquidazione del danno dettato dal citato articolo 32, è di carattere generale e, in ogni caso, sorretta, con riferimento alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, da ragioni giustificative di utilità generale, ancorate al «bisogno di certezza dei rapporti giuridici tra tutte le parti coinvolte nei processi produttivi, anche al fine di superare le inevitabili divergenze applicative cui aveva dato luogo il sistema previgente».
Peraltro, il Dlgs 368/2001 applica la sanzione della trasformazione del contratto a termine in contratto a tempo indeterminato in tutte le fattispecie che contravvengono alle disposizioni degli articoli 1, 2 e 4, oltre che nelle contravvenzioni alla disciplina dell’articolo 5. In particolare, fatto salvo il nuovo contratto “acausale”, è nullo il termine apposto al contratto che non si fondi su ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo (articolo 1), così come è nulla la proroga del contratto senza l’osservanza dei criteri dettati dall’articolo 4 del Dlgs 368/2001. Ugualmente, il superamento del limite massimo complessivo di durata di 36 mesi, o l’inosservanza degli intervalli temporali previsti dall’articolo 5, comportano la trasformazione del contratto, da tempo determinato a tempo indeterminato.

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