Diritto

Tenuità del fatto: legge retroattiva

Tenuità del fatto: legge retroattiva
Retroattiva la legge sulla tenuità del fatto. La cassazione in assenza di disposizioni transitorie verifica la possibilità di applicare le nuove norme al procedimento in corso riguardante la costituzione di un trust finalizzato all’evasione. Nel caso esaminato è stata esclusa la non punibilità

Retroattiva la legge sulla tenuità del fatto. La Corte di Cassazione, in assenza di disposizioni transitorie, con la sentenza n. 15449 depositata il 15 aprile 2015 verifica la possibilità di applicare le nuove norme al procedimento in corso riguardante la costituzione di un trust finalizzato all’evasione.

Il caso trae origine da una sentenza con cui il liquidatore di una sas era stato condannato in primo e secondo grado per il delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte di cui all’art. 11 del D.Lgs. n. 74/2000 per aver costituito fraudolentemente un trust con il fine di rendere inefficace, in tutto o in parte, la procedura di riscossione coattiva.

Avverso tale condanna l’imputato ha presentato ricorso, trovandosi ad affrontare la questione della legittimità o meno di un trust in relazione alla fattispecie prevista dal citato art. 11, nonché la recentissima tematica dell’applicabilità della causa di non punibilità ai sensi dell’art. 131-bis c.p., introdotto dal D.Lgs. n. 28/2015. L’art. 11 sanziona chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento delle imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte, per un ammontare complessivo superiore a 50.000 euro, aliena simulatamente o compie atti fraudolenti sui propri o su altrui beni, idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva.

Secondo la prevalente giurisprudenza, ai fini della configurabilità del reato si richiede, tuttavia, la sola idoneità dell’atto simulato o fraudolento, non ritenendosi necessaria l’effettiva sussistenza di una procedura di riscossione in atto (tra le altre, Cass. nn. 39079/2013, 14720/2008 e 7916/2007).
Si tratta, dunque, di un reato di pericolo, ove l’idoneità della condotta va letta come capacità qualitativa e quantitativa degli atti posti in essere di vanificare in tutto o in parte, ovvero di rendere più difficoltosa, l’eventuale procedura esecutiva. E il bene giuridico tutelato è individuabile non tanto dal diritto di credito in favore del Fisco, quanto dal diritto di garanzia che tale credito possa essere soddisfatto. Lo spettro di condotte potenzialmente rilevanti è, perciò, molto ampio, potendo rientrare nella categoria di “altri atti fraudolenti” operazioni quali la cessione simulata di quote sociali, la costituzione fraudolenta di un fondo patrimoniale, un sale and lease back solo apparente, ecc.

Dal punto di vista dell’elemento soggettivo, l’art. 11 richiede il c.d. dolo specifico rappresentato dal fine di sottrarsi al pagamento del proprio debito tributario. Riguardo all’atto di costituzione del trust connesso al procedimento in esame, particolarmente incidente nel giudizio è la coincidenza tra il disponente del trust e il trustee, nella persona dell’imputato liquidatore della società.
Inoltre, la dichiarata finalità liquidatoria indicata nell’atto costitutivo non era mai stata comunicata ai creditori sociali e, in ogni caso, la Corte territoriale ne aveva evidenziato l’inutilità sostanziale ben potendo i creditori, in caso di liquidazione, vedere soddisfatti i propri crediti senza problemi di priorità temporale quando il patrimonio sociale sia sufficiente a tale scopo ovvero, in caso di insufficienza, fare ricorso al concordato preventive o alle altre procedure concorsuali.

Tali circostanze portano chiaramente nella direzione di affermare che l’unica finalità reale per la costituzione di tale trust fosse quella della sottrazione del patrimonio all’Erario. Il dolo specifico dell’art. 11 richiede, infatti, la dimostrazione della strumentalizzazione della causa tipica negoziale o l’abuso dello strumento giuridico utilizzato (cfr. Cass. n. 40561/2012).
Pertanto, lungi dal volersi “criminalizzare” un negozio legittimo quale il trust, non può negarsi che, per i suoi effetti di segregazione del patrimonio, esso si presti talvolta a divenire un efficace strumento per finalità non altrettanto legittime.
Per tali ragioni la sentenza della Cassazione in commento conclude il suo argomentare sostenendo che può essere rinvenuta la sussistenza dell’elemento soggettivo anche quando, a fronte della piena conoscenza del debito tributario, il ricorso ad attività formalmente lecite abbia quale unica concreta conseguenza quella di impedire la riscossione fiscale, difettando ogni altro dato dimostrativo dell’effettiva volontà di perseguire le finalità proprie dello strumento giuridico cui si è fatto ricorso.

Va, infine, evidenziato come questa sentenza sia una delle prime in cui viene sollevata la questione dell’applicabilità nella fattispecie contestata della causa di non punibilità ora prevista dall’art. 131-bis c.p., introdotto dal D.Lgs. n. 28/2015. Considerato il principio di retroattività della legge penale più favorevole, tale norma sarebbe applicabile anche al caso in commento; purtuttavia, la Cassazione non ritiene astrattamente configurabili i presupposti (ovvero gli indici-criteri e gli indici-requisiti definiti nella relazione allegata al decreto legislativo) per un rinvio al giudice di merito ai fini della valutazione sulla non punibilità. In estrema sintesi, la gravità dei fatti addebitati al ricorrente pienamente giustificata dalla Corte territoriale esclude a priori ogni successiva valutazione in termini di particolare tenuità dell’offesa.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 15449/2015

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