Fisco

Tasse al 44%, l’Italia scala la top ten Ue

Tasse al 44%, l'Italia scala la top ten Ue
L’Italia si piazza al quarto posto nell’Eurozona per il peso delle tasse che è salito, in rapporto al Pil, al 44% nel 2012 dal 42,6% del 2011

Il dato in sé era noto. Che la pressione fiscale in Italia fosse arrivata a livelli incompatibili con una crescita reale che non sia pari a uno zerovirgola si sapeva. Quel che ogni volta colpisce, invece, e di certo in modo non piacevole, è la posizione relativa del nostro Paese all’interno dell’Europa.
Non è allegro, infatti, il quadro che la Banca d’Italia ha diffuso ieri attraverso la serie di informazioni comparate contenute nel suo bollettino sulle statistiche di finanza pubblica nei Paesi dell’Unione europea. Da esse si ricava in primo luogo che nel 2012 il nostro Paese è salito nella classifica di quelli a elevato carico tributario.

Con la pressione fiscale che è passata dal 42,6% del 2011 al 44% del 2012 l’Italia scavalca la Finlandia e si piazza al quarto posto per il peso del fisco tra i 17 Paesi di Eurolandia (era al quinto nel 2011) e al sesto posto nell’intera Unione europea (dal settimo posto del 2011). Diventa dunque urgente e vitale, come hanno puntualmente segnalato giovedì gli esperti del Fondo monetario internazionale, cambiare rapidamente il mix della politica di bilancio, usando al meglio i tagli di spesa pubblica derivanti dalla spending review per creare lo spazio fiscale necessario ad abbassare in primo luogo quelle tasse che pesano maggiormente sullo sviluppo.
Le ultime previsioni ufficiali del governo risalenti allo scorso aprile dicono infatti che la pressione fiscale arriverà nel 2015 al 44,1 per cento, sostanzialmente invariata rispetto al livello del 2012. Per la spesa primaria vi è invece la previsione di una riduzione di 1,5 punti di Pil, dal 45,6 del 2012 al 44,1 per cento del 2015: sono valori che dovrebbero generare un avanzo primario crescente (4,1 per cento nel 2015 dal 2,5 del 2012). Ma intanto, il debito pubblico continuerà a salire il prossimo anno.

E qui arriviamo alla seconda serie di dati comparati diffusa ieri da Bankitalia con il suo bollettino a raggio europeo: In Italia, con la sola eccezione della Grecia, il rapporto debito pubblico-Pil segna il peggior risultato rispetto agli altri Paesi dell’Eurozona. Il rapporto tra debito pubblico lordo e Pil per il nostro paese nel 2012 é al 127,0% (dal 120,8% del 2011). In Grecia é al 156,9%, in calo rispetto al 2011. Oltre il 100% ci sono Portogallo (123,6%) e Irlanda (117,6%).

Ora, non c’è bisogno di essere dei fondamentalisti del rigore per ritenere che quando supera certi livelli il debito pubblico schiaccia la crescita. Se non altro perché quando si è costretti a rinnovare ogni anno 400 miliardi di titoli in scadenza, il debito costa caro. Infatti (terza serie di dati contenuti nel bollettino di Bankitalia) nel 2012 l’Italia è stata maglia nera tra i Paesi dell’Eurozona per la spesa per interessi, superando anche la Grecia. La spesa per interessi nel 2012 è stata pari al 5,5% del Pil, mentre per la Grecia è stata del 5% e per il Portogallo del 4,4%. Per la Spagna del 3%. Per il nostro Paese tra il 2011 e il 2012 c’è stata una crescita della spesa per interessi passata dal 5% del Pil al 5,5%, come è avvenuto per gli altri paesi dell’Eurozona che lo scorso anno hanno risentito di più della crisi del debito pubblico.

Sono cifre che fissano le colonne d’Ercole della politica economica italiana, i dati dai quali non si può prescindere: da un lato la necessità di mantenere su un sentiero di sostenibilità e su una prospettiva di rientro il rapporto debito/Pil; dall’altro una pressione fiscale, soprattutto quella che grava sugli attori dell’economia (il total tax rate è arrivato al 68,3% medio nel 2008-2012), oramai troppo elevata per permettere all’economia di ripartire. Del resto, nelle sue considerazioni finali il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco lo ha spiegato chiaramente: «Riduzioni di imposte, necessarie nel medio termine, pianificabili fin d’ora, non possono che essere selettive, privilegiando il lavoro e la produzione: il cuneo fiscale che grava sul lavoro frena l’occupazione e l’attività d’impresa».

[video_skin style=”6″ title=”La relazione di Ignazio Visco” tag=”h2″ player=”youtube” video_id=”qY_s4VgT1Xs” controls=”yes” width=”485″ height=”295″]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *