Lavoro

Tassa sul licenziamento: prima scadenza il prossimo 16 marzo 2015

Tassa sul licenziamento: prima scadenza il prossimo 16 marzo 2015
Scade il prossimo 16 marzo 2015 il primo appuntamento del 2015 per il versamento del ticket licenziamento dovuto sulle cessazioni dei rapporti di lavoro intervenute nel mese di gennaio 2015. Il pagamento è ammesso solo in unica soluzione. Il contributo è dovuto indipendentemente dal tipo di rapporto che viene a cessare, sia esso a tempo pieno o parziale o anche di tipo intermittente

La legge Fornero (legge n. 92 del 2012), modificata dalla legge 24 dicembre 2012, n. 228 (legge di Stabilità 2013), ha introdotto, in capo al datore di lavoro, l’obbligo di versare il cd. ticket licenziamento.
Trattasi di un contributo dovuto nei casi di interruzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Nello specifico la legge prevede che nei casi di interruzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per le causali che, indipendentemente dal requisito contributivo, darebbero diritto all’ASpI, intervenuti a decorrere dal 1° gennaio 2013, è dovuta, a carico del datore di lavoro, una somma pari al 41% del massimale mensile di ASpI per ogni 12 mesi di anzianità aziendale negli ultimi 3 anni.

Il contributo serve per il finanziamento delle prestazioni ASpI e mini-ASpI, prestazioni che, da maggio 2015, saranno “sostituite” dalla NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego), giusto quanto previsto dal recente D.Lgs. n. 22/2015, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 6 marzo 2015 e in vigore dal 7 marzo 2015.

Il tema torna di attualità in questi giorni, considerato che il prossimo 16 marzo scade il termine per versare il contributo dovuto in relazione alle cessazioni dei rapporti di lavoro intervenute nel gennaio 2015. Si ricorda che il versamento è ammesso unicamente in una unica soluzione; esclusa, infatti, la possibilità di rateizzare il pagamento.

Quando si deve procedere al versamento del ticket?
La legge introduce un nesso tra il contributo e il teorico diritto all’ASpI da parte del lavoratore il cui rapporto di lavoro è stato interrotto. Operativamente, questo significa che i datori di lavoro sono tenuti all’assolvimento della contribuzione in tutti i casi in cui la cessazione del rapporto generi in capo al lavoratore il teorico diritto alla nuova indennità, a prescindere dall’effettiva percezione della stessa.
Il versamento è dovuto indipendentemente dal tipo di rapporto che viene a cessare, sia esso a tempo pieno o parziale; o anche di tipo “intermittente“. E’ dovuto anche per le interruzioni dei rapporti di apprendistato diverse dalle dimissioni o dal recesso del lavoratore, ivi compreso il recesso del datore di lavoro al termine del periodo di formazione.
Infine, per una più completa identificazione delle situazioni che danno luogo al riconoscimento dell’indennità, si rinvia alla circolare Inps n. 142/2012 laddove si fa riferimento alle seguenti ipotesi di risoluzione del rapporto di lavoro: licenziamento individuale, dimissioni per giusta causa ovvero motivate dal mancato pagamento della retribuzione; dall’aver subito molestie sessuali nei luoghi di lavoro; dalle modificazioni peggiorative delle mansioni lavorative; dal c.d. mobbing; dalle notevoli variazioni delle condizioni di lavoro a seguito di cessione ad altre persone (fisiche o giuridiche) dell’azienda; dallo spostamento del lavoratore da una sede ad un’altra, senza che sussistano le “comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive” previste dall’art. 2103 codice civile; dal comportamento ingiurioso posto in essere dal superiore gerarchico nei confronti del dipendente. Inoltre, si fa riferimento alle dimissioni presentate durante il periodo tutelato di maternità (da 300 giorni prima della data presunta del parto e fino al compimento del primo anno di vita del figlio); e casi di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro qualora sia intervenuta – per trasferimento del dipendente ad altra sede della stessa azienda distante più di 50 km dalla residenza del lavoratore e\o mediamente raggiungibile in 80 minuti o più con i mezzi pubblici; – nell’ambito della procedura di conciliazione da tenersi presso la DTL secondo le modalità previste all’art. 7 della legge n. 604/66 (V. oltre).

Quando non sussiste l’obbligo di versare il ticket?
Non vi è obbligo per il datore di lavoro di versare il “ticket” qualora si tratti di:

  • dimissioni, ad eccezione di quelle per giusta causa o intervenute durante il periodo tutelato di maternità; risoluzioni consensuali, ad eccezione di quelle derivanti da procedura di conciliazione presso la D.T.L. (come previsto dall’art. 7 della legge n. 604/66 sui licenziamenti individuali), nonché da trasferimento del dipendente ad altra sede della stessa azienda distante più di 50 km dalla residenza del lavoratore e\o mediamente raggiungibile in 80 minuti o più con i mezzi pubblici. Rispetto alla contribuzione dovuta nei casi di procedura di conciliazione da tenersi presso la D.T.L. si osserva come, in caso di conciliazione con esito positivo e previsione di una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, spetti al lavoratore l’erogazione della indennità ASpI;
  • decesso del lavoratore.

Inoltre, nei seguenti casi vige l’esclusione dal versamento del contributo:

  • fino al 31 dicembre 2016, qualora si tratti di datori di lavoro tenuti al versamento del contributo d’ingresso nelle procedure di mobilità ex art. 5, comma 4, della legge n. 223/91;
  • per il periodo 2013 – 2015, nei seguenti casi:
    ✓ licenziamenti effettuati in conseguenza di cambi di appalto, ai quali siano succedute assunzioni presso altri datori di lavoro, in applicazione di clausole sociali che garantiscano la continuità occupazionale prevista dai CCNNLL;
    ✓ interruzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, nel settore delle costruzioni edili, per completamento delle attività e chiusura del cantiere;
  • nei casi di cessazioni intervenute a seguito di accordi sindacali nell’ambito di procedure ex artt. 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, ovvero di processi di riduzione di personale dirigente conclusi con accordo firmato da associazione sindacale stipulante il contratto collettivo di lavoro della categoria. Si precisa che tale ultima esenzione opera con esclusivo riferimento a situazioni che rientrano nel quadro dei provvedimenti di “tutela dei lavoratori anziani” di cui all’art. 4 della legge n. 92/2012.

Esclusi anche i rapporti di lavoro domestico.

A quanto ammonta il contributo dovuto?
Il parametro di riferimento corrisponde al 41% del trattamento mensile ASpI spettante al lavoratore. Occorre tenere conto della rivalutazione (sulla base del 100% dell’aumento derivante dalla variazione annuale dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati) dei valori ASpI operata per il 2015 (cfr. Circ. Inps n. 19 del 30 gennaio 2015), valore che ammonta a 1.195,37 euro.
Il 41% di euro 1.195,37 è pari a 490,10 euro, che, rapportato ad ogni anno di lavoro effettuato fino ad un massimo di 3 anni, ammonta a 1.470,30 euro, qualora si tratti di rapporti di lavoro di durata pari o superiore a 36 mesi.
Per i rapporti di lavoro inferiori ai dodici mesi, il contributo va rideterminato in proporzione al numero dei mesi di durata del rapporto di lavoro; a tal fine, si considera mese intero quello in cui la prestazione lavorativa si sia protratta per almeno 15 giorni di calendario.
Una particolarità deve essere ancora annotata: la legge stabilisce che a far tempo dal 1° gennaio 2017, nei casi di licenziamento collettivo in cui la dichiarazione di eccedenza del personale ex art. 4, comma 9, della legge n. 223/1991, non abbia formato oggetto di accordo sindacale, il contributo in oggetto è moltiplicato per tre volte.

Come si computa l’anzianità aziendale?
Si considera l’anzianità aziendale maturata in relazione all’interrotto rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
Nel computo dell’anzianità aziendale sono compresi anche i periodi di lavoro con contratto diverso da quello a tempo indeterminato, se il rapporto è proseguito senza soluzione di continuità o se comunque si è dato luogo alla restituzione del contributo addizionale previsto per i contratti a termine. Tale è rappresentato dalla contribuzione aggiuntiva c.d. “di flessibilità” che riguarda solo i rapporti di lavoro a termine. Detta contribuzione ammonta all’1,4%; nel caso di conversione del rapporto a termine in rapporto a tempo indeterminato, è possibile ottenerne la restituzione.
Nel computo dell’anzianità aziendale non si tiene conto dei periodi di congedo di cui all’art. 42, comma 5, del D.Lgs. n. 151/2001 ovverossia nei casi di congedo straordinario di due anni per familiari di soggetti con handicap in situazione di gravità accertata.
Escluse dal computo anche le ipotesi di sospensione per aspettativa non retribuita.
Inoltre, in merito ai lavoratori coinvolti in operazioni societarie ex articolo 2112 c.c., l’Inps ha fatto presente che, in caso di interruzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, ai fini del versamento del contributo in questione, deve essere considerata la durata complessiva del rapporto di lavoro, compreso il periodo svolto presso l’azienda cedente.

Quali sono i termini di versamento?
Ai fini della individuazione del momento impositivo, l’obbligo contributivo deve essere assolto entro e non oltre il termine di versamento della denuncia successiva a quella del mese in cui si verifica la risoluzione del rapporto di lavoro.

Esempio:
Per un licenziamento avvenuto il 4 gennaio 2015, il contributo ex art. 2, comma 31, della legge n. 92/2012 deve essere pagato entro la denuncia riferita al mese di febbraio 2015, i cui termini di versamento e di trasmissione sono fissati, rispettivamente, al 16 e al 31 marzo 2015.

Quali sono le sanzioni applicabili in caso di inottemperanza all’obbligo di versamento ?
Il versamento del “ticket” soggiace all’ordinaria disciplina sanzionatoria prevista in materia di contribuzione previdenziale obbligatoria a carico del datore di lavoro.

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