Diritto

Superminimo o straordinario? Il significato letterale non è vincolante

Superminimo o straordinario? Il significato letterale non è vincolante
L’imputazione di un compenso forfetario a “superminimo” e non a “lavoro straordinario”, non può discendere automaticamente dal significato letterale delle lettere nelle quali l’azienda comunichi i miglioramenti retributivi ai dipendenti specificando che gli stessi vengono corrisposti a titolo di compenso forfetario per eventuale lavoro straordinario, atteso che il giudice non è vincolato dai termini utilizzati dalle parti, perché questi ultimi possono risultare errati, e non necessariamente per consapevole volontà di occultare l’effettivo contenuto del contratto, ma anche per improprietà di linguaggio o per semplice inesattezza

Le categorie giuridiche, gli istituti cui ricondurre i termini dell’accordo negoziale, debbono essere individuate dal giudice del merito, che non è vincolato dai termini utilizzati dalle parti, perché questi ultimi possono risultare errati, e non necessariamente per consapevole volontà di occultare l’effettivo contenuto del contratto, ma anche per improprietà di linguaggio o per semplice inesattezza. E’ questo il principio ribadito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 9458 dell’11 maggio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Torino ha confermato la decisione del Tribunale che aveva condannato una S.p.A. al pagamento, in favore di alcuni lavoratori, degli importi dovuti a titolo di compenso a forfait per eventuale lavoro straordinario. La Corte territoriale, riproducendo la motivazione di altra sentenza pronunciata su questione identica e confermata dalla Corte di Cassazione, ha ritenuto che il compenso forfetario costituisse un superminimo, che prescindeva in realtà dallo straordinario effettivamente prestato, e che era entrato a far parte della retribuzione ordinaria, e perciò non poteva essere ridotto unilateralmente.

Contro la sentenza, ha proposto ricorso per cassazione la S.p.A., in particolare sostenendo che i giudici avrebbero ignorato e superato i dati documentali in atti, ed errato così nell’interpretazione del contratto, che parlava di compenso forfetario per lavoro straordinario.
Quest’ultimo costituiva una modalità di pagamento dello straordinario, alternativa rispetto a quella ordinaria, e che prescindeva dall’effettiva prestazione e dalla relativa autorizzazione.
Se il lavoro straordinario prestato era inferiore al forfait ricevuto, non per questo si trasformava in un miglioramento retributivo. La possibilità per il datore di lavoro di pagare lo straordinario effettivo oppure di compensarlo forfetariamente attribuita al datore stesso configurava un’obbligazione facoltativa, e la scelta tra le due modalità di adempimento spettava allo stesso debitore.
La datrice di lavoro ne aveva fatto uso legittimamente comunicando ai dipendenti che avrebbe pagato soltanto le ore di lavoro effettivamente prestate.
La società negava che si potesse fare uso della valutazione del comportamento complessivo delle parti per dedurne elementi utili alla tesi del superminimo, perché si trattava di una valutazione ex post.
Sarebbe stato necessario, piuttosto, valutare ex ante, se l’entità dello straordinario forfetizzato fosse congrua rispetto alle reali esigenze aziendali.
Né poteva rilevare – a differenza di quanto ritenuto dalla sentenza – il fatto che il forfait potesse essere corrisposto in misura notevolmente diversa tra lavoratori con sostanziale parità di anzianità aziendale e di retribuzione complessiva.
Trattandosi di una erogazione per prestazione straordinaria, anche se ipotetica, non avrebbe trovato applicazione il principio della irriducibilità della retribuzione.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla S.p.A. Sul punto, gli Ermellini richiamano tre precedenti orientamenti giurisprudenziali (Cass. n. 22050/2006, n. 542/2011 e n. 15781/2011). Rilevano a riguardo come la società lamenta che la sentenza abbia ignorato i dati documentali, e cioè le lettere attributive, inviate ai dipendenti interessati e da loro sottoscritte, nelle quali comunicava i miglioramenti retributivi specificando che venivano corrisposti a titolo di compenso forfetario per eventuale lavoro straordinario.
La sentenza, secondo gli Ermellini, aveva motivato congruamente, attraverso una serie di passaggi logici strettamente concatenati tra loro, le ragioni per le quali giungeva alla conclusione che quella voce retributiva in realtà costituisse un superminimo, in particolare spiegando in dettaglio:

  • che, in base alle norme della contrattazione a, ai caporeparto, non era dovuto alcun compenso speciale salvo per i servizi di notte o nei giorni festivi;
  • che, di conseguenza, la ditta non aveva alcun obbligo di corrispondere un compenso specifico per le prestazioni rese al di fuori dell’orario di lavoro, ma non in orario notturno, ne’ in giorno festivo;
  • che le prestazioni straordinarie rese in orario notturno, o in giorno festivo, erano state sempre retribuite a parte, al di fuori della posta retributiva in discussione;
  • che la circostanza, allegata dalla ditta, secondo cui il compenso forfetario sarebbe stato introdotto per incentivare il cosiddetto straordinario “ordinario”, non emergeva dalle lettere che lo avevano istituito.

Ha chiarito, inoltre, che il significato effettivo della pattuizione poteva essere ricercato anche avvalendosi di elementi extratestuali, ed innanzitutto attraverso il comportamento complessivo delle parti, anche posteriore all’istituzione del compenso forfetario: a parità di anzianità e di retribuzione complessiva, i compensi forfetari riconosciuti ai diversi interessati differivano in misura considerevole nelle misure, deducendone che non erano correlati all’entità presumibile della prestazione straordinaria resa, ma si riferivano ad altri aspetti del rapporto.

Infine, circostanza questa assorbente, non poteva essere seguita la tesi della società che si fondava sul testo letterale delle lettere di attribuzione, ossia sul fatto che specificassero che il compenso forfetario veniva riconosciuto per l’eventuale lavoro straordinario.
In realtà, chiariscono i Supremi Giudici, il criterio letterale non è assoluto ne’ assorbente, non potendosi ritenere che la ricerca della volontà negoziale vada effettuata esclusivamente sulla base delle espressioni utilizzate nel testo, senza possibilità di cercare un significato diverso da quello letterale.
Questo criterio, secondo la Cassazione, può valere solo nei casi in cui il testo letterale sia sufficientemente chiaro, e non consenta dubbi sul suo significato e sulla effettiva volontà delle parti, ma, in ogni caso, non può valere per la qualificazione giuridica del contratto e delle singole clausole che ne fanno parte. Il giudice non è infatti vincolato dai termini utilizzati dalle parti, perché questi ultimi possono risultare errati, e non necessariamente per consapevole volontà di occultare l’effettivo contenuto del contratto, ma anche per improprietà di linguaggio o per semplice inesattezza.

Il testo era sufficientemente chiaro per quel riguardava il contenuto dell’attribuzione patrimoniale, in concreto l’entità del compenso forfetario, ma non lo era per quel che riguardava il titolo dell’attribuzione stessa.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Le categorie giuridiche, gli istituti cui ricondurre i termini dell’accordo negoziale, debbono essere individuate dal giudice del merito, che non è vincolato dai termini utilizzati dalle parti, perché questi ultimi possono risultare errati, e non necessariamente per consapevole volontà di occultare l’effettivo contenuto del contratto, ma anche per improprietà di linguaggio o per semplice inesattezza.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 9458/2015

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