Italia

Sulla mediazione l’ultima parola spetta alla Consulta

Sulla mediazione l'ultima parola spetta alla Consulta
La mediazione tributaria finisce sotto la lente della Consulta

La delega fiscale punta a deflazionare i contenziosi di importi più ridotti. Intanto, però, il destino della mediazione tributaria – il più recente degli istituti deflattivi – passa dalla Corte Costituzionale. Sono quattro in buona sostanza i problemi che i giudici di merito hanno già posto al vaglio della Consulta e dai quali dipende il futuro di questa procedura su cui, invece, il fisco punta molto: la parità dei diritti; la mancanza di un organo terzo; la durata del processo; le mancate tutele.

Così l’ordinanza 75/2/2013 della Ctp di Campobasso ha fatto emergere il problema relativo alla disparità di trattamento che avviene tra le cause di valore inferiore ai 20mila euro e quelle di valore superiore. Il reclamo è infatti obbligatorio esclusivamente per gli atti emessi dall’Agenzia delle Entrate di valore non superiore a 20mila euro notificati a partire dal 2 aprile dello scorso anno. Tale limitazione – ad avviso dei giudici molisani – si rivela gravemente lesiva dei diritti del contribuente poiché del tutto irrazionale, contraria al principio di uguaglianza e assolutamente non giustificabile trattandosi di posizioni giuridiche soggettive che devono essere garantite in modo particolare in presenza dell’immediata esecutività degli avvisi di accertamento.

Inoltre, l’ordinanza 127/7/2013 della Ctp di Benevento ha fatto rilevare come non appare rispettata la giusta terzietà dell’organo chiamato a dirimere la controversia in sede di reclamo, poiché quest’ultimo è comunque organico all’amministrazione finanziaria che ha emanato l’atto oggetto di contestazione. L’organo della mediazione – sottolinea il collegio sannita – deve essere assolutamente estraneo alle parti: non si può ammettere, anche alla luce del diritto comunitario, che assuma la figura di mediatore una delle parti coinvolte nella controversia, sebbene costituito in un ufficio autonomo ma pur sempre interno all’amministrazione finanziaria.

Sempre la Ctp di Campobasso ha posto anche il problema dei tempi. La Costituzione, infatti, richiede al legislatore di assicurare la ragionevole durata del processo. Per gli atti reclamabili è possibile instaurare la causa solo dopo 285 giorni (60 dalla notifica dell’atto + 90 di accertamento con adesione + 45 per l’eventuale sospensione feriale + 90 per il reclamo), ai quali vanno poi aggiunti gli eventuali 30 per la costituzione in giudizio. Di conseguenza il processo si instaura oltre nove mesi dopo la notifica dell’atto da impugnare.
In questo modo si potrebbe verificare il problema, sollevato dall’ordinanza 18/2/2013 Ctp di Perugia – la prima in ordine di tempo a chiedere il giudizio della Consulta – che riguarda quello delle tutele inaccessibili. Il contribuente non può effettuare un tempestivo ricorso, che si concretizza non solo con la presentazione all’ufficio impositore, ma anche con il deposito della copia presso la Commissione tributaria in quanto dovrà aspettare l’esito del suo reclamo o della mediazione. Ma nel frattempo il diretto interessato deve pagare perché l’avviso di accertamento è esecutivo e non può neanche chiedere la sospensiva perché non ha potuto depositare il ricorso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *