Diritto

Straniero sprovvisto della carta di soggiorno: no alla pensione o accompagnamento

Straniero sprovvisto della carta di soggiorno: no alla pensione o accompagnamento
La Corte di Cassazione ha dichiarato non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 80, comma 19,della legge 23 novembre 2000 n. 388 nella parte in cui subordina al requisito della titolarità della carta di soggiorno la concessione agli stranieri legalmente soggiornanti nel territorio dello Stato della pensione e della indennità di accompagnamento per ciechi assoluti e dell’assegno sociale maggiorato

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con ordinanza n. 11053 del 20 maggio 2014, ha dichiarato non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 80, comma 19, della legge 23 novembre 2000 n. 388 nella parte in cui subordina al requisito della titolarità della carta di soggiorno la concessione agli stranieri legalmente soggiornanti nel territorio dello Stato della pensione e della indennità di accompagnamento per ciechi assoluti e dell’assegno sociale maggiorato.

IL FATTO
Il caso trae origine dalla sentenza con cui il Tribunale riconosceva ad una cittadina extracomunitaria legalmente soggiornante in Italia il diritto all’assegno sociale maggiorato nonché alla pensione ed all’indennità di accompagnamento per ciechi assoluti (prestazioni queste già attribuite in via amministrativa da quando la donna aveva ottenuto la carta di soggiorno in virtù del conseguimento da parte di suo figlio della cittadinanza italiana).

Tale decisione veniva riformata, su gravame dell’Inps, dalla Corte di Appello la quale osservava che la donna aveva ottenuto la carta di soggiorno con decorrenza dal quinquennio della sua costante permanenza in Italia, essendo soggiornante (per ricongiungimento familiare) dal 16 febbraio 2001, ed infatti prima del decorso di tale periodo non avrebbe potuto conseguire detta carta ai sensi della normativa applicabile (art. 80, comma 19, D.Lgs. n. 388 del 23 dicembre 2000).

Evidenziava, quindi, che la stessa interpretazione data dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 306 del 2008) nel dichiarare l’incostituzionalità del citato art. 80, comma 19, e delle disposizioni normative collegate, aveva argomentato che era legittima la limitazione all’accesso ai benefici assistenziali sempre che non fosse palesemente irragionevole od arbitraria, tale essendo quella che subordinava detto accesso al possesso di un determinato reddito.

Partendo, dunque, da tale rilievo la Corte di Appello riteneva che era ragionevole condizionare il riconoscimento delle prestazioni assistenziali richieste alla sussistenza degli altri requisiti richiesti per ottenere la carta di soggiorno e, in particolare, a quello della durata minima di soggiorno, indice evidente di una stabile residenza nel territorio dello Stato.

Sottolineava che tale limitazione non era in contrasto con il divieto di discriminazione di cui all’art. 14 CEDU, divieto che doveva trovare applicazione nell’ordinamento che aveva recepito le disposizioni CEDU con il rispetto del c.d. criterio del margine di apprezzamento, come univocamente affermato dalla stessa Corte di Strasburgo.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Cassazione dubita, però, della costituzionalità di tale divieto.
In particolare, secondo la Cassazione, occorre valutare la diversa questione di diritto, cioè se il possesso della carta di soggiorno (ritenuto emblematico della volontà di stabile permanenza nel territorio dello Stato) possa assumere efficacia discriminante ai fini dell’accesso agli invocati benefici, ovvero se la distinzione posta dall’ordinamento tra cittadini e stranieri, pur non occasionalmente residenti ma sprovvisti di tale titolo di soggiorno, risulti costituzionalmente illegittima in quanto irragionevole, arbitraria e sproporzionata anche in relazione ai principi sanciti nell’art. 14 della CEDU ed all’art. 1 del Protocollo Addizionale.

Si è quindi ritenuto di dover sollecitare nuovamente un intervento della Corte Costituzionale perché venga dichiarata la illegittimità costituzionale dell’art. 80 comma 19 cit. per contrasto con gli art. 2, 3, 10, 38 e con l’art. 117, comma 1, della Costituzione in relazione al principio di uguaglianza e non discriminazione sancito dalla CEDU e dalla Carta di Nizza anche con riferimento a prestazione di sicurezza sociale (ivi comprese quelle non contributive), nella parte in cui la censurata disposizione impone irragionevolmente il possesso della Carta di soggiorno (oggi permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo) ai fini della concessione dell’assegno sociale e delle altre provvidenze per invalidi civili (nella fattispecie ciechi civili assoluti), da parte di stranieri regolarmente e non episodicamente soggiornanti in Italia, anziché richiedere semplicemente il soggiorno regolare e non episodico.

Art. 80, comma 19, L. 388/00 - Disposizioni in materia di politiche sociali

Ai sensi dell’articolo 41 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, l’assegno sociale e le provvidenze economiche che costituiscono diritti soggettivi in base alla legislazione vigente in materia di servizi sociali sono concessi, alle condizioni previste dalla legislazione medesima, agli stranieri che siano titolari di carta di soggiorno; per le altre prestazioni e servizi sociali l’equiparazione con i cittadini italiani è consentita a favore degli stranieri che siano almeno titolari di permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno. Sono fatte salve le disposizioni previste dal decreto legislativo 18 giugno 1998, n. 237, e dagli articoli 65 e 66 della legge 23 dicembre 1998, n. 448, e successive modificazioni.
Corte di Cassazione – Ordinanza N. 11053/2014

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