Diritto

Statuto dei diritti del contribuente: non ha rango superiore alla legge ordinaria

Statuto dei diritti del contribuente: non ha rango superiore alla legge ordinaria
Le norme dello Statuto del contribuente, emanate in attuazione degli articoli 3, 23, 53 e 97 Cost. e qualificate espressamente come principi generali dell’ordinamento tributario, in alcuni casi sono idonee a prescrivere specifici obblighi a carico dell’Amministrazione finanziaria e costituiscono, in quanto espressione di principi già immanenti nell’ordinamento, criteri guida per il giudice nell’interpretazione delle norme tributarie (anche anteriori), ma non hanno rango superiore alla legge ordinaria e, conseguentemente, non possono fungere da norme parametro di costituzionalità, nè consentire la disapplicazione della norma tributaria in asserito contrasto con le stesse

Lo Statuto dei diritti del contribuente funge da criterio guida nell’interpretazione delle norme tributarie, ma non ha rango superiore alla legge ordinaria né autorizza la disapplicazione della norma tributaria. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione nella sentenza n. 696 del 16 gennaio 2015, emessa in tema di classamento dei terreni.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato tra una società e l’Agenzia del Territorio. La CTR respingeva l’appello proposto dalla società avverso la sentenza della Commissione tributaria Provinciale che, con riferimento alla riclassificazione automatica dei terreni di proprietà della società, con conseguente variazione delle rendite catastali, a seguito del provvedimento amministrativo pubblicato in Gazzetta Ufficiale, li ha riclassificati da “bosco” a “seminativo di classe V”, in luogo del “seminativo asciutto”. Rilevava al riguardo la CTR, confermando quanto affermato già nella sentenza di primo grado, che la classe V era coincidente con quella di “bosco alto”, richiesta dalla società.

Contro la sentenza, proponeva ricorso per cassazione la società, in particolare sostenendo, per quanto qui di interesse, la violazione dello Statuto del contribuente avendo la norma di legge applicata dal giudice tributario (art. 2, comma 34, legge n. 262/2006) attribuito efficacia retroattiva a rendite catastali accertate in forza di tale legge, entrata in vigore nell’ottobre 2006, stabilendo l’efficacia dal 1° gennaio dello stesso anno.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della società contribuente. Si ricorda che per Statuto dei diritti del contribuente si indica, nell’ordinamento giuridico italiano, una serie di disposizioni normative, emanate con la legge 27 luglio 2000, n. 212 (“Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente) poste appunto a tutela dei contribuenti, nei confronti del fisco.

Alcuni principi fondamentali sono:

  • non-retroattività (contemplata nel diritto penale, anche al contenzioso tributario è esteso il principio per il quale l’efficacia di una norma tributaria decorre successivamente alla sua approvazione e pubblicazione);
  • no taxation without representation: non si possono estendere tributi esistenti o imporre nuovi tributi per decreto, senza una votazione parlamentare (art. 4);
  • termini perentori a pena di nullità per la notifica, prescrizione e produzione di documenti (minimo 30 giorni);
  • limitazione dell’onere della prova: è nulla ogni norma che obbliga il contribuente a tenere prova dei pagamenti per un periodo superiore a 10 anni (art. 8, comma 3);
  • l’amministrazione tributaria non può chiedere al cittadino di produrre documenti o informazioni di cui sono già in possesso altri organi della pubblica amministrazione;
  • principio di correttezza e buona fede: non possono essere irrogate sanzioni se non in presenza di violazioni sostanziali, ossia se non esiste debito di imposta, se i ritardi dipendono da errori dell’amministrazione oppure da un oggettiva incertezza della legge.

Pur ponendosi dunque come una legge di principi di rilevanza costituzionale, non è comunque una legge di rango costituzionale in senso stretto, rimane legge ordinaria e guida ai fini dell’interpretazione della normativa tributaria; inoltre, le deroghe o modifiche alla legge possono avvenire solo in maniera espressa (quindi non tacita) e tramite leggi aventi carattere generale e mai speciale il tutto al fine di garantire la coerenze ed omogeneità della normativa in essa disposta.

All’art.1 comma 1 viene disposto: “le disposizioni della presente legge,in attuazione degli articoli 3-23-53-97 della Costituzione, costituiscono principi generali dell’ordinamento tributario e possono essere derogate o modificate solo espressamente e mai da leggi speciali” (art. 1, comma 1). È inoltre contemplata la “chiarezza e trasparenza delle disposizioni tributarie” nell’art. 2.

Per tale ragione, nel caso esaminato, la Cassazione ha ribadito che le disposizioni dello Statuto costituiscono meri criteri guida per il giudice, in sede di applicazione ed interpretazione delle norme tributarie, anche anteriormente vigenti, per risolvere eventuali dubbi ermeneutici, ma non hanno, nella gerarchia delle fonti, rango superiore alla legge ordinaria (essendone, invero, ammessa la modifica o la deroga, purché espressa e non ad opera di leggi speciali), con la conseguenza che una previsione legislativa che si ponga in contrasto con esse, senza che ricorrano le dette condizioni, non è suscettibile di disapplicazione, né può essere di per sé oggetto di questione di legittimità costituzionale, non potendo le disposizioni dello Statuto fungere direttamente da norme parametro di costituzionalità.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 696/2015

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