Diritto

Spunti di riflessione sul nuovo redditometro

Con la recente ordinanza n. 2806/2013 in materia di redditometro, la Corte di Cassazione ha offerto degli interessanti spunti di riflessione, utili ai fini della valutazione dell’ultima versione del suddetto strumento accertativo, applicabile a partire dall’annualità 2009
Con la recente ordinanza n. 2806/2013 in materia di redditometro, la Corte di Cassazione ha offerto degli interessanti spunti di riflessione, utili ai fini della valutazione dell’ultima versione del suddetto strumento accertativo, applicabile a partire dall’annualità 2009

Con la recente ordinanza n. 2806/2013 in materia di redditometro, la Corte di Cassazione ha offerto degli interessanti spunti di riflessione, utili ai fini della valutazione dell’ultima versione del suddetto strumento accertativo, applicabile a partire dall’annualità 2009.

I fatti. La vicenda processuale riguardava, secondo quanto si legge nell’ordinanza, una annualità per la quale avrebbe dovuto farsi applicazione della versione originale dell’art. 38, D.P.R. n. 600/1973, che, in presenza di spese per investimento, non prevedeva la regola di diritto secondo cui la spesa avrebbe dovuto essere suddivisa prima in sei e poi in cinque anni. Ciò rende per l’appunto di attualità la pronuncia, dopo che con la sostituzione del suddetto articolo 38 operata dall’articolo 22, D.L. n. 78/2000, si è ritornati all’applicazione degli ordinari canoni di inferenza probabilistica o del comune buon senso nella distribuzione degli investimenti alle diverse annualità d’imposta, senza predeterminazioni normative di sorta.

Nella parte narrativa si legge che la contestazione aveva preso le mosse da un acquisto di quote di partecipazione avvenuto nel 2003 che l’Ufficio aveva ribaltato nell’anno 2000. Nelle sue difese, il contribuente aveva tra l’altro eccepito che i proventi che giustificavano tale incremento patrimoniale provenivano dalla gestione dell’azienda agricola, i cui redditi erano assoggettati a Irpef secondo il criterio catastale e non sulla base del reddito effettivo, e dall’utilizzo delle somme percepite dalla vendita di un terreno avvenuta nell’anno 1998.

Tali ragioni erano state accolte dal giudice di secondo grado.

L’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per Cassazione, rilevando tra l’altro che, per quanto attiene i proventi della vendita del terreno, il contribuente avrebbe dovuto dimostrare in modo puntuale l’utilizzo delle somme corrispondenti ai fini dell’acquisto della partecipazione, in ragione del lasso di tempo decorso tra la prima (la vendita) e il secondo (l’acquisto).

La pronuncia della Corte. Nell’ordinanza si afferma che, in assenza di predeterminazioni normative in ordine alla suddivisione dell’incremento patrimoniale ai diversi anni d’imposta, l’Ufficio è legittimato ad avvalersi di “un criterio orientativo pratico in base al quale le spese effettuate dal contribuente in un determinato anno sono imputabili a redditi conseguiti negli anni precedenti” (principio della cosiddetta “quota di risparmio”).

Riflessioni sul nuovo redditometro. Nell’attuale formulazione dell’articolo 38, D.P.R. n. 600/1973, attuato come noto con il D.M. 24 dicembre 2012, la disposizione di cui al comma 4, che collega la rettifica del reddito dichiarato allespese sostenute nel corso del periodo d’imposta, secondo l’interpretazione dominante, deve essere letta non già come una corrispondenza necessaria tra reddito imponibile e spesa sostenuta ma, tutt’al contrario, come fissazione di un criterio di giudizio che deve essere adattato allo specifico caso sotto osservazioneal di fuori di qualunque automatismo o rigidità prestabilita. Si tratta, quindi, di una situazione in cui gli insegnamenti della Corte di Cassazione possono, a buon diritto, rappresentare un punto di riferimento per tutti gli operatori, a partire dall’Agenzia delle Entrate.

La suddetta disposizione non può invero essere letta neppure come portatrice di mera presunzione relativa di imputazione a reddito nello stesso periodo d’imposta di sostenimento dei costi per investimenti, poiché si tratterebbe di una presunzione irragionevole secondo il canone dell’id quod plerumque accidit. È evidente come siffatta considerazione risulterebbe vieppiù rafforzata se si consolidasse la qualificazione di presunzione semplice del redditometro, poiché in tale eventualità non occorrerebbe ricorrere alle interpretazioni costituzionalmente orientate del dettato di legge.

Una conferma indiretta è rappresentata dalle indicazioni contenute sotto la voce “investimenti”, nel sopra citato decreto di attuazione, secondo cui l’incremento patrimoniale si ottiene dall’ammontare degli investimenti effettuati nell’anno, detratti i disinvestimenti dell’anno e dei quattro anni precedenti. Emerge così la consapevolezza della naturale portata ultrannuale del fenomeno degli incrementi patrimoniali che, per tale ragione, non può non trascinare con sé anche la rilevanza delle risultanze reddituali (sub specie di quota di risparmio) degli anni precedenti a quello di sostenimento della spesa.

Un’altra annotazione è strettamente correlata all’indicazione appena riportata e riguarda invece la questione della prova contraria specifica che deve essere offerta dal contribuente. Ed invero, alla luce del contenuto del decreto del dicembre scorso, parrebbe agevole concludere che, con riferimento ai disinvestimenti eseguiti nei quattro anni precedenti, l’imputazione delle relative somme a finanziamento dell’investimento costituisca un effetto naturale del nuovo accertamento sintetico, non abbisognevole quindi di dimostrazione puntuale da parte del soggetto passivo.

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