Diritto

Spettacolo e TV: contratto a termine, senza specificità è a tempo indeterminato

Spettacolo e TV: contratto a termine, senza specificità è a tempo indeterminato
La genericità dell’apporto lavorativo del dipendente (non solo artisti e tecnici ma anche addetti ad altre attività) assunto con contratto a termine, che operano nel settore dello spettacolo e della radiotelevisione, determina la trasformazione del rapporto in rapporto a tempo indeterminato

La disciplina del contratto a termine, prevista per tutti i lavoratori (non solo artisti e tecnici ma anche addetti ad altre attività) che operano nel settore dello spettacolo e della radiotelevisione dev’essere correlata all’allestimento di spettacoli o programmi aventi gli uni e gli altri il requisito della specificità. Pertanto, la genericità dell’apporto lavorativo determina la trasformazione del rapporto in rapporto a tempo indeterminato. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 9380 dell’8 maggio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato da un lavoratore nei confronti della RAI Radiotelevisione italiana S.p.A.
Il Tribunale, accogliendo la domanda proposta dal ricorrente dichiarò costituito un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, con decorrenza dal 14 febbraio 1997; condannò la RAI Radiotelevisione italiana S.p.A a riammettere in servizio il lavoratore con la qualifica di sesto livello del C.C.N.L. per il personale RAI S.p.A. – assistente arredatore, nonché a corrispondergli le retribuzioni spettanti dalla data della messa in mora.

La sentenza è stata confermata dalla Corte d’Appello di Napoli, con cui è stato rigettato l’appello proposto dalla RAI S.p.A.
La Corte d’Appello, con riferimento alla conciliazione sindacale sottoscritta dalle parti, ha ritenuto che la stessa riguardasse esclusivamente i rapporti di lavoro stipulati prima del 14 febbraio 1997, rimanendone invece esclusi i contratti stipulati successivamente a tale data.
Ha poi soffermato l’attenzione essenzialmente sul primo dei detti contratti, ritenendo che esso non fosse rispettoso delle condizioni oggettive e soggettive richieste dalla disciplina normativa all’epoca vigente, e, specificamente, della temporaneità del programma, della sua specificità, del peculiare apporto tecnico o creativo del lavoratore nella realizzazione dell’opera.
Ha inoltre escluso che fosse intercorsa tra le parti una novazione del rapporto, con conseguente scioglimento per mutuo consenso dei precedenti contratti stipulati, in difetto di elementi da cui desumere la consapevolezza delle parti circa l’illegittimità della clausola appositiva del termine e della intervenuta conversione del contratto a termine in contratto a tempo indeterminato.
Anche le lettere con cui il lavoratore aveva confermato la risoluzione anticipata del rapporto ad una data determinata non potevano assumere il valore preteso dall’appellante di risoluzione del contratto per mutuo consenso.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la RAI S.p.A., in particolare sostenendo come, dalla stessa breve durata dei due contratti stipulati nel 1997 (di poco più di sei mesi, complessivamente), doveva desumersi la natura specifica, individuata e determinata dei programmi per cui era avvenuta l’assunzione, oltre che la temporaneità dell’esigenza cui la detta assunzione era funzionale.
Inoltre, il concetto di specificità riferito al programma, come inteso dai giudici di appello, non trovava rispondenza nella lettera della legge, né nella sua ratio, né nei canoni della logica, anche alla luce degli sviluppi normativi successivi, volti a favorire un uso più ampio dello strumento delle assunzioni a termine.
La stessa definizione di temporaneità data dalla Corte napoletana non rispondeva alla lettera della legge né alla sua ratio.
Infine, il requisito di un vincolo di necessità diretta tra l’apporto del singolo lavoratore e la programmazione, ritenuto indispensabile ai fini della validità del contratto, esorbitava dalla lettera della legge, che anzi espressamente lo escludeva, mancando ogni riferimento alle mansioni svolte dal lavoratore ed al tipo di apporto lavorativo dallo stesso fornito al programma.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della RAI. Rileva a riguardo la Suprema Corte come affinché il rapporto di lavoro a termine possa ritenersi legittimo, è necessario il concorso di una pluralità di requisiti, essenzialmente riferibili alla temporaneità e specificità dello spettacolo e dell’esigenza lavorativa che il contratto è diretto a soddisfare, ed in particolare:

  • che il rapporto si riferisca ad un’esigenza di carattere temporaneo della programmazione televisiva o radiofonica, da intendersi non nel senso della straordinarietà o occasionalità dello spettacolo (che può ben essere anche diviso in più puntate e ripetuto nel tempo), bensì nel senso che lo stesso abbia una durata limitata nell’arco di tempo della complessiva programmazione fissata dall’azienda, per cui, essendo destinato ad esaurirsi, non consente lo stabile inserimento del lavoratore nell’impresa;
  • che il programma, oltre ad essere temporaneo nel senso sopra precisato, sia anche caratterizzato dall’atipicità e singolarità rispetto ad ogni altro evento organizzato dall’azienda nell’ambito della propria ordinaria attività radiofonica e televisiva, per cui, essendo dotato di caratteristiche idonee ad attribuirgli una propria individualità ed unicità (quale species di un certo genus), lo stesso sia configurabile come un momento episodico dell’attività imprenditoriale, e come tale rispondente anche al requisito della temporaneità;
  • che, infine, l’assunzione riguardi soggetti il cui apporto lavorativo si inserisca, con vincolo di necessità diretta, anche se complementare e strumentale, nello specifico spettacolo o programma, sicché non può ritenersi sufficiente a giustificare l’apposizione del termine la semplice qualifica tecnica o artistica del personale, richiedendosi che l’apporto del peculiare contributo professionale, tecnico o artistico del lavoratore, sia indispensabile per la buona realizzazione dello spettacolo, in quanto non sostituibile con le prestazioni del personale di ruolo dell’azienda.

Applicando tali principio al caso in esame, è agevole concludere che le mansioni lavorative assegnate al dipendente, a fronte della previsione dei vari contratti di lavoro succedutisi (profilo di assistente arredatore) erano da ricondursi ad attività del tutto “abituali, necessarie ed ineliminabili nella realizzazione dell’oggetto” aziendale, sì da confermare la mancanza di un’impronta distintiva della collaborazione del lavoratore alla produzione televisiva, laddove la prova testimoniale articolata dalla RAI atteneva solo alla diligenza e allo scrupolo con cui le mansioni erano state svolte e alla capacità professionale del lavoratore, tale da consentirgli di svolgere compiti piuttosto articolati e complessi, elementi questi ultimi ritenuti irrilevanti a comprovare la peculiarità dell’apporto lavorativo del dipendente in quel determinato specifico programma.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 9380/2015

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