Diritto

Sopravvenuta infermità del lavoratore e parziale impossibilità della prestazione: obbligo di reimpiego

Sopravvenuta infermità del lavoratore e parziale impossibilità della prestazione: obbligo di reimpiego
In caso di sopravvenuta infermità permanente del lavoratore, non si realizza un’impossibilità della prestazione lavorativa quale giustificato motivo oggettivo di recesso del datore di lavoro dal contratto di lavoro subordinato, qualora il lavoratore possa essere adibito a mansioni equivalenti o, se impossibile, anche a mansioni inferiori, purché da un lato tale diversa attività sia utilizzabile nell’impresa, secondo l’assetto organizzativo insindacabilmente stabilito dall’imprenditore, e dall’altro, l’adeguamento sia sorretto dal consenso, nonché dall’interesse dello stesso lavoratore

Qualora si realizzi, per sopravvenuta infermità permanente del lavoratore, una parziale impossibilità della sua prestazione come fino ad allora svolta, il datore di lavoro è tenuto ad impiegarlo in una diversa attività utilizzabile nell’impresa, secondo il suo assetto organizzativo: non essendo tenuto a modificarlo, ma tuttavia obbligato ad assegnare all’invalido mansioni compatibili con la natura e il grado delle sue menomazioni e a reperire, nell’ambito della struttura aziendale, il posto di lavoro più adatto alle condizioni di salute di tale lavoratore. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5880 del 24 marzo 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte di Appello, in riforma della decisione di primo grado (che aveva respinto la domanda di una lavoratrice volta all’accertamento dell’illegittimità del proprio trasferimento, per ragioni di salute, dalla datrice Coop. L. dalla sede di L.S., punto vendita di via S., cui era addetta al reparto orto frutta, alla sede di S.L., con mansioni ausiliarie di vendita, in prevalenza alla cassa), ha dichiarato illegittimo il suddetto trasferimento, condannando la società datrice alla ricollocazione della dipendente presso la sede di L.S. in mansioni compatibili con le sue condizioni di salute e al risarcimento del danno per spese di trasporto in misura di € 670,00 e per vitto di € 7,00 per ogni giorno di effettivo lavoro a S.L., oltre interessi legali dalla domanda.

In particolare, la Corte territoriale ha ritenuto illegittimo il trasferimento in questione per mancanza di prova, a carico della società, dell’impossibilità di impiego della lavoratrice in mansioni presso la sede di L.S. compatibili con il suo stato di salute (alterazioni osteoarticolari impedienti il sollevamento di carichi di peso superiore a qualche chilogrammo od operazioni di prensione con sforzo della mano sinistra), essendo anzi risultata dalla prova orale esperita la possibilità di utilizzazione in mansioni esclusive di cassiera anche ivi e non necessariamente a S.L., pure rilevando la contraddittorietà della motivazione del trasferimento della dipendente, di possibile adibizione colà in via esclusiva alla cassa, con l’assunto datoriale di profilo “ad esaurimento” di una tale mansione esclusiva.

Sulla scorta della C.t.u. medico-legale esperita nel successivo corso del giudizio, che ha accertato l’aggravamento del disturbo depressivo, da cui la lavoratrice era già affetta, per il trasferimento subito, la stessa Corte ha inoltre condannato la società al pagamento, in favore di quest’ultima a titolo risarcitorio da perdita economica per assenza per malattia imputabile alla datrice, della somma di € 6.921,88 (pari alle retribuzioni non percepite nel periodo, inferiore alla durata dell’aspettativa non retribuita determinata dal C.t.u.), oltre rivalutazione e interessi, nonché alla rifusione delle spese dei due gradi di giudizio e al pagamento delle spese di C.t.u.

Contro tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la società, in particolare sostenendo di aver adempiuto correttamente ai propri obblighi con l’individuazione di un posto di lavoro compatibile con le condizioni di salute della lavoratrice subordinata: a questa spettando la prova dell’esistenza di altri posti idonei o della violazione datoriale delle regole di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto ovvero di circostanze tali da rendere illecita la ricollocazione.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla società. Sul punto, gli Ermellini ricordano come sia principio consolidato presso la giurisprudenza della Suprema Corte che qualora si realizzi, per sopravvenuta infermità permanente del lavoratore, una parziale impossibilità della sua prestazione come fino ad allora svolta, il datore di lavoro sia tenuto ad impiegarlo in una diversa attività utilizzabile nell’impresa, secondo il suo assetto organizzativo (Cass. 2 luglio 2009, n. 15500): non essendo tenuto a modificarlo, ma tuttavia obbligato ad assegnare all’invalido mansioni compatibili con la natura e il grado delle sue menomazioni e a reperire, nell’ambito della struttura aziendale, il posto di lavoro più adatto alle condizioni di salute di tale lavoratore (Cass. 30 dicembre 2009, n. 27845). E ciò pure alla stregua di un’interpretazione del contratto secondo buona fede e nel bilanciamento di interessi costituzionalmente protetti, ai sensi degli artt. 4, 32, 36 Cost. (Cass. 28 ottobre 2008, n. 25883; Cass. 7 marzo 2005, n, 4827) e nell’ambito del dovere del datore di lavoro di cooperazione anche a norma dell’art. 2087 c.c. (Cass. 5 marzo 2003, n. 3250; Cass. 30 agosto 2000, n. 11427). E pur dovendosi, in ogni caso, tener conto dei concreti aspetti della vicenda e delle allegazioni del dipendente attore in giudizio, spettando l’onere della prova della possibilità o meno di assegnare il lavoratore a mansioni diverse al medesimo datore di lavoro (Cass. 2 luglio 2009, n. 15500), in quanto esclusivo responsabile dell’organizzazione dell’attività economica privata, nella garanzia posta dall’art. 41 Cost., insindacabile nei suoi aspetti tecnici dall’autorità giurisdizionale, ma nel suo esercizio tenuta al rispetto dei diritti al lavoro e alla salute (Cass. 13 ottobre 2009, n. 21710).

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Qualora si realizzi, per sopravvenuta infermità permanente del lavoratore, una parziale impossibilità della sua prestazione come fino ad allora svolta, il datore di lavoro è tenuto ad impiegarlo in una diversa attività utilizzabile nell’impresa, secondo il suo assetto organizzativo: non essendo tenuto a modificarlo, ma tuttavia obbligato ad assegnare all’invalido mansioni compatibili con la natura e il grado delle sue menomazioni e a reperire, nell’ambito della struttura aziendale, il posto di lavoro più adatto alle condizioni di salute di tale lavoratore.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 5880/2015

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