Diritto

Soglie di punibilità omesso versamento IVA, la Consulta si è già espressa

Soglie di punibilità omesso versamento IVA, la Consulta si è già espressa
La Corte Costituzionale ha già rimosso dall’ordinamento, con la sentenza n. 80/2014, la norma introdotta dalla Manovra di Ferragosto del 2011, che aveva abbassato a 50.000 euro la soglia di punibilità del delitto di omesso versamento di IVA, inferiore a quelle previste per i delitti di dichiarazione infedele e di omessa dichiarazione (artt. 4 e 5 del D.Lgs. n. 74/2000), con applicazione ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011

La Corte Costituzionale ha già rimosso dall’ordinamento, con la sentenza n. 80/2014, la norma introdotta dalla Manovra di Ferragosto del 2011, che aveva abbassato a 50.000 euro la soglia di punibilità del delitto di omesso versamento di IVA, inferiore a quelle previste per i delitti di dichiarazione infedele e di omessa dichiarazione (artt. 4 e 5 del D.Lgs. n. 74/2000), con applicazione ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011. Pertanto, la Consulta, con ordinanza n. 88 del 29 aprile 2015, ha dichiarato manifestamente inammissibile per sopravvenuta mancanza di oggetto l’analoga questione sollevata dal Tribunale di Milano.

IL FATTO
Con ordinanza del 18 dicembre 2013, il Tribunale ordinario di Milano ha sollevato, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 10-ter del D.Lgs. n. 74/2000 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell’articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205), nella parte in cui, limitatamente ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, prevede per il delitto di omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) una soglia di punibilità inferiore a quelle stabilite per i delitti di dichiarazione infedele e di omessa dichiarazione dagli artt. 4 e 5 del medesimo decreto legislativo, prima delle modifiche operate dal decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148.

In particolare, il legale rappresentante di una società in nome collettivo veniva imputato del reato di omesso versamento dell’IVA, per avere omesso di versare l’IVA risultante dalla dichiarazione per l’anno 2008 – pari ad euro 67.878 – entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo (27 dicembre 2009).

Il giudice, investito della questione, dubita della legittimità costituzionale dell’art. 10-ter del D.Lgs. n. 74/2000, nella parte in cui, tramite il richiamo al precedente art. 10-bis, prevede per il delitto contestato una soglia di rilevanza penale di euro 50.000, laddove, prima delle modifiche introdotte dal D.l. n. 138/2011, gli artt. 4 e 5 del D.Lgs. n. 74 del 2000 prevedevano che la dichiarazione infedele e l’omessa dichiarazione fossero punibili solo qualora l’imposta evasa superasse, rispettivamente, euro 103.291,38 ed euro 77.468,53.

Di conseguenza, qualora l’imputato, in luogo di presentare regolarmente la dichiarazione IVA per l’anno 2008 e non versare l’imposta dovuta in base ad essa (euro 67.878), avesse presentato una dichiarazione infedele o avesse omesso di presentare la dichiarazione, non avrebbe commesso alcun reato, giacché l’ammontare dell’imposta evasa sarebbe rimasta al di sotto delle soglie di punibilità stabilite per tali ipotesi: le attuali soglie di punibilità dei delitti di cui agli artt. 4 e 5 del D.Lgs. n. 74/2000 – ridotte dal D.l. n. 138 del 2011, rispettivamente, ad euro 50.000 e ad euro 30.000 – sono, infatti, applicabili ai soli fatti commessi dopo l’entrata in vigore della legge di conversione del citato decreto-legge (17 settembre 2011).

Ad avviso del giudice rimettente, la convenienza, per il contribuente, di omettere la dichiarazione o di presentarla in modo infedele, piuttosto che presentarla regolarmente e non provvedere al pagamento dell’imposta dovuta, ove l’ammontare di questa fosse superiore ad euro 50.000 ma non ad euro 77.468,53 e ad euro 103.291,38, si risolverebbe in un trattamento discriminatorio, contrastante con il principio di eguaglianza sancito dall’art. 3 Cost.
L’omessa dichiarazione e la presentazione di una dichiarazione infedele costituiscono, infatti, condotte più insidiose e di più difficile accertamento rispetto a quella, maggiormente trasparente, contestata al legale rappresentante, il quale, rappresentando regolarmente la propria posizione fiscale, ha omesso il versamento dell’importo dichiarato.

LA DECISIONE DELLA CORTE COSTITUZIONALE
Successivamente all’ordinanza di rimessione, la Corte Costituzionale è già intervenuta nei sensi auspicati dal giudice rimettente, dichiarando costituzionalmente illegittima, con la sentenza n. 80/2014, la norma censurata «nella parte in cui, con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla relativa dichiarazione annuale, per importi non superiori, per ciascun periodo d’imposta, ad euro 103.291,38».

Di conseguenza, dichiara la questione manifestamente inammissibile per sopravvenuta mancanza di oggetto, in quanto, a seguito della sentenza ora citata, la norma censurata è stata già rimossa dall’ordinamento, in parte qua, con efficacia ex tunc (ex plurimis, ordinanze n. 28 del 2015, n. 272 e n. 206 del 2014, n. 321 del 2013).

Corte Costituzionale – Ordinanza N. 88/2015

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