Diritto

Si può essere artigiani anche con un alto volume d’affari

Si può essere artigiani anche con un alto volume d’affari
Nel fallimento – per poter individuare la qualità di piccolo imprenditore – occorre valutare diversi criteri tra cui l’attività concretamente svolta, il capitale impiegato, l’entità dell’impresa, il numero dei lavoratori, l’entità e qualità della produzione e tutti quegli elementi atti a verificare se l’attività venga svolta con la prevalenza del lavoro dell’imprenditore e della propria famiglia

Nel fallimento – per poter individuare la qualità di piccolo imprenditore – occorre valutare diversi criteri tra cui l’attività concretamente svolta, il capitale impiegato, l’entità dell’impresa, il numero dei lavoratori, l’entità e qualità della produzione e tutti quegli elementi atti a verificare se l’attività venga svolta con la prevalenza del lavoro dell’imprenditore e della propria famiglia. Il giudice non può dunque escludere la natura artigiana dell’impresa basandosi solo sul volume d’affari. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 5685 depositata il 20 marzo 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso presentato da un piccolo imprenditore al quale il Tribunale aveva negato la veste di creditore privilegiato. Il ricorrente aveva chiesto di insinuarsi al passivo del fallimento di una ditta, chiarendo di aver diritto alla “corsia preferenziale” in quanto artigiano. Per dimostrare il credito allegava i decreti ingiuntivi ottenuti per le fatture insolute, mentre il diritto al privilegio derivava dall’attività di tipo artigianale dimostrata dall’assenza di personale dipendente.

Il Tribunale si limita però a riconoscere il credito negando il privilegio. I giudici per accertare il carattere artigianale dell’impresa avevano fatto riferimento all’articolo 2083 del codice civile collegandolo all’articolo 1 della legge fallimentare. Il tutto per concludere che l’artigiano non poteva essere considerato tale perché in due anni di imposta aveva sforato il tetto dei 200mila euro previsto dalla legge fallimentare.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE A SEZIONI UNITE
Le Sezioni Unite spiegano però che il collegamento tra la condizione di piccolo imprenditore, come definita dal codice civile, e l’articolo 1 della legge fallimentare è del tutto improprio.
La legge fallimentare, dopo la modifica apportata dal decreto legislativo n. 169 del 2007, affida l’individuazione dell’imprenditore fallibile solo a parametri soggettivi di tipo quantitativo escludendo ogni riferimento all’articolo 2083 del codice civile a quel fine non più utile.
Non c’è alcun rapporto tra le disposizioni dell’articolo 1 della legge fallimentare in tema di fallibilità e la diversa questione della natura di impresa artigiana, per la cui valutazione è invece, questa volta, necessario fare riferimento all’articolo 2083 del codice civile applicabile all’epoca dei fatti. La pretesa era, infatti, relativa ad un credito maturato nel 2010, e dunque prima dell’entrata in vigore delle modifiche apportate, in tema di crediti privilegiati, al codice civile (articolo 2751-bis n. 5) dal decreto sviluppo del 2012. Per l’articolo 2083 il piccolo imprenditore è l’artigiano che esercita un’attività professionale organizzata, prevalentemente da solo o con i componenti della famiglia.
E va considerato come un normale imprenditore solo quando la sua attività vira decisa verso la speculazione e il profitto, grazie a un’organizzazione industriale di cui lui, pur essendo titolare, non è più il perno. Mentre per capire se resta “piccolo” bisogna guardare al capitale impiegato, al numero dei lavori e alla qualità e quantità della produzione. Chiaro che chi ha alle sue dipendenze un gran numero di lavoratori non può pregiarsi del “titolo” di artigiano.
Ma è certamente sbagliato il criterio del volume d’affari. Anche perché occorrerebbe valutare il costo del materiale utilizzato per produrre i beni. Un orafo avrà un volume d’affari alto dovuto al valore degli oggetti creati e venduti, anche se fa tutto da solo.

Corte di Cassazione Sezioni Unite – Sentenza N. 5685/2015

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