Diritto

Sì alla cessione d’azienda tra imprese collegate

Sì alla cessione d’azienda tra imprese collegate
La Corte di Giustizia Europea apre alla possibilità di cedere un ramo d’azienda a una società collegata, ferma restando la tutela dei posti di lavoro trasferiti

La Corte di Giustizia Europea apre alla possibilità di cedere un ramo d’azienda a una società collegata, ferma restando la tutela dei posti di lavoro trasferiti. In un’ottica di riduzione dei costi, le imprese scelgono sempre più spesso la soluzione della frammentazione dei servizi, liberandosi di quelli ritenuti meramente ausiliari, per mantenere al proprio interno solo attività e personale essenziale al core-business. In questo scenario, reso più complesso dalla congiuntura economica degli ultimi anni, la giurisprudenza è impegnata nella ricerca degli elementi di legittimità per determinare una genuina ed effettiva operazione di cessione di ramo d’azienda.

Il filo che lega le pronunce dei giudici nazionali è certamente l’esigenza che il ramo d’azienda ceduto abbia una struttura aziendale con autonomia funzionale e produttiva.
Sul piano comunitario, tuttavia, la Corte di Giustizia Europea ha cambiato rotta con la sentenza C-458/12 del 6 marzo 2014, che potrà influenzare fortemente lo scenario della giurisprudenza nazionale.

IL FATTO

La vicenda su cui si sono espressi i giudici di Lussemburgo coinvolgeva i lavoratori di una società telefonica interessata da un’operazione di riorganizzazione interna: una sottostruttura, comprendente diverse divisioni, era ceduta a una società controllata, tramite il conferimento in natura nel capitale sociale della cessionaria.
I lavoratori, ricorrendo al Tribunale di Trento, sostengono l’illegittimità del trasferimento, in base all’articolo 2112 del Codice civile, poiché il ramo ceduto non costituisce una suddivisione funzionalmente autonoma nella struttura societaria. La cedente, infatti, esercita un potere preponderante sulla cessionaria, realizzando anche una parte nettamente consistente della propria attività nella stessa cessionaria.

Il Tribunale sospende il giudizio e rimette la questione alla Corte europea. Il giudice chiede ai magistrati europei se la legislazione nazionale sia in contrasto con la direttiva n. 2001/23 nella parte in cui consentirebbe il trasferimento di parte di azienda anche in assenza di autonomia funzionale del ramo ceduto, tanto da poter essere identificata come tale dal cedente e dal cessionario al momento del trasferimento. Inoltre, la sentenza rinvia alla Corte Europea la questione della legittimità dell’operazione, anche qualora l’impresa cedente eserciti, dopo il trasferimento, un intenso potere di supremazia nei confronti della cessionaria, che si manifesti attraverso uno stretto vincolo di committenza e una commistione del rischio d’impresa.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA

La Corte di Giustizia Europea ribadisce in primo luogo che, per la legittimità del trasferimento, il ramo ceduto deve essere un’entità economica organizzata in modo stabile, la cui attività non si limiti all’esecuzione di un’opera determinata. In sostanza, il ramo deve essere costituito da un complesso organizzato di persone e di elementi, tale da consentire l’esercizio di un’attività economica che sia finalizzata al perseguimento di uno specifico obiettivo e sia sufficientemente strutturata e autonoma.

Tuttavia, la sentenza della Corte Europea, conclude che la disciplina comunitaria non impone agli Stati membri di prevedere il requisito dell’autonomia del ramo, ma stabilisce che con il trasferimento di azienda si devono garantire i diritti dei lavoratori dopo il cambiamento dell’imprenditore.

Sulla seconda questione, la Corte afferma che la direttiva n. 2001/23 non richiede l’indipendenza del cessionario nei confronti del cedente. A questo proposito – precisa la pronuncia – è irrilevante che il cedente e il cessionario abbiano non soltanto gli stessi proprietari, ma anche la stessa direzione e gli stessi locali e siano impegnate nell’esecuzione della stessa opera.
Del resto, se si adottasse un punto di vista diverso, non si consentirebbe il trasferimento fra società di uno stesso gruppo, pur garantendo il mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di cambiamento societario, consentendo loro di rimanere al servizio del nuovo imprenditore alle stesse condizioni pattuite con il cedente. Di conseguenza, una situazione in cui l’impresa cedente esercita nei confronti del cessionario un intenso potere di supremazia, che si manifesta attraverso uno stretto vincolo di committenza e una commistione del rischio d’impresa, non può costituire, di per sé, un ostacolo all’applicazione della direttiva n. 2001/23.

In realtà, la lettura della Corte di Giustizia Europea potrà influenzare la giurisprudenza nazionale, perché, in base al principio affermato, sarebbero consentite operazioni di cessione aziendale prescindendo dal requisito dell’autonomia del ramo, purché – comunque – siano garantiti e mantenuti i diritti dei lavoratori “ceduti”.

Art. 2112 Codice Civile - Mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento d'azienda

In caso di trasferimento d’azienda, il rapporto di lavoro continua con il cessionario ed il lavoratore conserva tutti i diritti che ne derivano.
Il cedente ed il cessionario sono obbligati, in solido, per tutti i crediti che il lavoratore aveva al tempo del trasferimento. Con le procedure di cui agli articoli 410 e 411 del codice di procedura civile il lavoratore può consentire la liberazione del cedente dalle obbligazioni derivanti dal rapporto di lavoro.
Il cessionario è tenuto ad applicare i trattamenti economici e normativi previsti dai contratti collettivi nazionali, territoriali ed aziendali vigenti alla data del trasferimento, fino alla loro scadenza, salvo che siano sostituiti da altri contratti collettivi applicabili all’impresa del cessionario. L’effetto di sostituzione si produce esclusivamente fra contratti collettivi del medesimo livello.
Ferma restando la facoltà di esercitare il recesso ai sensi della normativa in materia di licenziamenti, il trasferimento d’azienda non costituisce di per sè motivo di licenziamento. Il lavoratore, le cui condizioni di lavoro subiscono una sostanziale modifica nei tre mesi successivi al trasferimento d’azienda, può rassegnare le proprie dimissioni con gli effetti di cui all’articolo 2119, primo comma.
Ai fini e per gli effetti di cui al presente articolo si intende per trasferimento d’azienda qualsiasi operazione che, in seguito a cessione contrattuale o fusione, comporti il mutamento nella titolarità di un’attività economica organizzata, con o senza scopo di lucro, preesistente al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità a prescindere dalla tipologia negoziale o dal provvedimento sulla base del quale il trasferimento è attuato ivi compresi l’usufrutto o l’affitto di azienda. Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì al trasferimento di parte dell’azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata, identificata come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento.
Nel caso in cui l’alienante stipuli con l’acquirente un contratto di appalto la cui esecuzione avviene utilizzando il ramo d’azienda oggetto di cessione, tra appaltante e appaltatore opera un regime di solidarietà di cui all’articolo 29, comma 2, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276.
Corte di Giustizia Europea – Sentenza C-458/12

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *