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Sgravi fiscali: una sola bolletta non prova la residenza

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La bolletta dell'elettricità non è una prova certa della residenza nell'abitazione e non basta per accedere alle agevolazioni previste per la prima casa
La bolletta dell’elettricità non è una prova certa della residenza nell’abitazione e non basta per accedere alle agevolazioni previste per la prima casa

La bolletta dell’elettricità non è una prova certa della residenza nell’abitazione e non basta per accedere alle agevolazioni previste per la prima casa. La Corte di Cassazione, con la sentenza 271, annulla la decisione della Commissione tributaria di Milano che aveva dato il via libera al beneficio, subordinato alla prova del traferimento della residenza entro i 18 mesi dal giorno in cui l’abitazione è stata comprata.

Una condizione che, secondo la commissione tributaria, era dimostrata sia dall’esistenza di una bolletta della luce intestata ai proprietari dell’appartamento sia dalla dichiarazione di un maresciallo dei carabinieri.
La pensa diversamente la Cassazione che bacchetta i giudici regionali per avere frettolosamente concluso a favore del contribuente. La bolletta esibita non si riferiva, infatti, alla fornitura di corrente per un’abitazione civile ma era funzionale solo allo svolgimento dei lavori di ristrutturazione. In realtà faceva acqua anche l’affermazione del maresciallo, il quale aveva parlato di una dimora giustificata dalla “paura di subire furti di materiale edile“, senza fare cenno al trasferimento della famiglia con mobili al seguito.

La Cassazione conferma dunque il suo rigore nel riconoscere il diritto allo sgravio in assenza dei presupposti. Una linea dura espressa anche con la sentenza 1797 del 12 ottobre scorso, con la quale aveva escluso lo sgravio fiscale per una famiglia che abitava effettivamente nella sua prima casa, ma non era riuscita a trasferire la residenza in tempo a causa delle lungaggini burocratiche, dovute al fatto che si trattava di cittadini extracomunitari.

Sempre sul tema, la Cassazione si è espressa con la sentenza 2109 del 2009, affermando che il requisito della residenza nel comune in cui è ubicato l’immobile è riferito alla famiglia. In caso di comunione legale tra i coniugi è dunque necessario che la casa acquistata sia destinata a residenza familiare, mentre non importa se un componente della coppia risiede altrove.

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