Diritto

Sequestro 231: il profitto da reato si identifica con il solo vantaggio concretamente ottenuto

Sequestro 231: il profitto da reato si identifica con il solo vantaggio concretamente ottenuto
Il profitto sequestrabile finalizzato alla confisca per equivalente non si discosta dal principio elaborato dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui non è ammesso fare ricorso a parametri aziendalistici quali quelli del “profitto lordo” e “profitto netto”

Nell’ambito del sequestro 231, il profitto sequestrabile finalizzato alla confisca per equivalente non si discosta dal principio elaborato dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui non è ammesso fare ricorso a parametri aziendalistici quali quelli del “profitto lordo” e “profitto netto”. Ad affermare questo principio di diritto è la Corte di Cassazione, sezione terza penale, che, con la sentenza n. 15249 depositata il 14 aprile 2015, ha annullato, senza rinvio, l’ordinanza impugnata e ripristinato l’originario provvedimento di sequestro del Giudice delle indagini preliminari.

IL FATTO
Il caso trae origine da una ordinanza con cui il Tribunale del riesame aveva parzialmente riformato il decreto con il quale il Giudice per le indagini preliminari aveva disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, dei beni, tra gli altri, anche di una S.r.l. fino all’ammontare di € 1.307.397,42, rideterminando l’importo confiscabile in € 666.207,24.

In particolare, veniva ipotizzata l’esistenza di un’associazione per delinquere finalizzata al compimento di una serie indeterminata di delitti di frode in commercio di ingenti proporzioni nel settore delle importazioni comunitarie da Paesi terzi od intracomunitarie di prodotti agroalimentari e conseguente commercializzazione degli stessi in ambito comunitario, sia immettendo sul mercato prodotto ‘biologico’ sfornito dei relativi requisiti, sia violando la normativa relativa ai prodotti c.d. ‘convenzionali’, tramite la creazione di imprese produttrici in Paesi terzi, affiancando organismi di controllo fittizi o compiacenti, con l’aggravante della dimensione transnazionale delle condotte e dell’aver concorso in più di dieci persone.

Tali condotte sarebbero state poste in essere a favore (e a profitto) anche della S.r.l. in questione da parte del presidente del consiglio di amministrazione e amministratore delegato della società, organizzatore del sodalizio e autore, attraverso la società da lui rappresentata, insieme con il figlio (socio amministratore) e altri sodali, di numerose importazioni dall’estero di alimenti falsamente qualificati come biologici.

Ferma restando la sussistenza indiziaria dei reati provvisoriamente ipotizzati, il Tribunale aveva rideterminato l’entità del profitto confiscabile quantificandolo al netto dei costi sostenuti, scorporando, a tal fine, l’IVA, nonché i costi documentati connessi alle operazioni di importazione, nonché i costi relativi a prestazioni richieste a terzi in vista del trasporto e altre operazioni necessarie per ottenere la disponibilità della merce. Aveva inoltre rideterminato i ricavi effettivamente conseguiti dalla vendita dei prodotti, risultanti dal loro peso effettivo e dal loro declassamento da prodotto biologico a prodotto convenzionale.

Nel ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica eccepisce, per quello che interessa in questa sede, l’errata indicazione e determinazione del vantaggio o profitto conseguito dall’ente.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dal Procuratore della Repubblica. Sul punto, gli Ermellini richiamano un precedete orientamento giurisprudenziale secondo il quale in tema di profitto da reato, in generale, deve prescindersi, nella sua definizione, da una nozione di tipo prettamente aziendalistico.
Il “profitto” di cui all’art. 240, cod. pen., non si identifica con (né si sovrappone a) l’utile d’impresa o il reddito di esercizio, sicché non si può strutturalmente scorporare il costo sostenuto per ottenerlo, sopratutto se l’investimento, in quanto cosa destinata a commettere il reato (e dunque a produrre il profitto), potrebbe essere di per sé oggetto di confisca.
La definizione di “profitto” confiscabile a norma dell’art. 19, D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, non si discosta da quella da sempre elaborata dalla giurisprudenza della Suprema Corte, nel senso che non può farsi ricorso a parametri valutativi di tipo aziendalistico – quali ad esempio quelli del “profitto lordo” e del “profitto netto”, tanto più se l’impresa è totalmente votata all’illecito.
Se l’impresa non è totalmente votata al delitto, allorquando il corrispettivo costituisca il compenso di un’attività che, ancorché acquisita illecitamente, non infici tuttavia la regolarità della prestazione sinallagmatica resa al terzo, di esso non potrà tenersi conto nella quantificazione del profitto. Il che, non equivale a sostenere che, come erroneamente affermato dal Tribunale del riesame, il profitto confiscabile ai sensi dell’art. 19, D.Lgs. n. 231/2001 debba essere calcolato al netto dei costi sostenuti per ottenerlo.

Nel caso di specie, il reato è insito nella stessa cessione del prodotto come “biologico” invece che come “convenzionale” ed il profitto, che costituisce l’unità di misura del valore dei beni da confiscare (e dunque sequestrati), non è dato dall’intero corrispettivo ottenuto, bensì dalla sola differenza fraudolentemente ottenuta tra quest’ultimo (come documentato dalle fatture di vendita) e quello che sarebbe stato ottenuto se gli stessi prodotti fossero stati ceduti come “convenzionali”; il profitto, dunque, si identifica con il concreto ed unico vantaggio conseguito con la perpetrazione del reato.

Con il D.Lgs. n. 231 del 2001 è stata introdotta nell’ordinamento italiano, a carico delle società (persone giuridiche), un regime di responsabilità penale per alcuni reati (c.d. reati fonte o presupposto) commessi da soggetti in posizione apicale (amministratori, dirigenti) ovvero sottoposti alla direzione o vigilanza di questi, nell’interesse o a vantaggio delle società stesse. Tale responsabilità si aggiunge a quella della persona fisica che ha realizzato materialmente il fatto.
L’art. 19 del D.Lgs. n. 231/2001 prevede la possibilità che sia disposta nei confronti dell’ente stesso, con la sentenza di condanna, la confisca del prezzo o del profitto del reato. Al comma 2 è previsto, poi, che quando non è possibile eseguire la confisca direttamente sul prezzo o profitto del reato, la stessa può avere ad oggetto somme di denaro, beni o altre utilità di valore equivalente a tale prezzo o profitto (c.d. confisca per equivalente).
L’art. 53, inoltre, stabilisce che il giudice può disporre il sequestro delle cose di cui è consentita la confisca a norma dell’art. 19.
Pertanto, nel corso del processo e prima di giungere alla sentenza di condanna, potrà effettuarsi il sequestro preventivo, anche per equivalente, del prezzo o profitto del reato.
La definizione di “profitto” confiscabile a norma dell’art. 19, D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, non si discosta da quella da sempre elaborata dalla giurisprudenza di questa Corte, nel senso che non può farsi ricorso a parametri valutativi di tipo aziendalistico – quali ad esempio quelli del “profitto lordo” e del “profitto netto”, tanto più se l’impresa è totalmente votata all’illecito.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 15249/2015

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