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Sentenza Dolce-Gabbana. Le motivazioni del giudice: sapevano delle società fittizie

Sentenza Dolce-Gabbana. Le motivazioni del giudice: sapevano delle società fittizie
Gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana “conoscevano evidentemente la struttura e le finalità” della società Gado “solo apparentemente allocata in Lussemburgo e non dotata di alcuna struttura

Gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana “conoscevano evidentemente la struttura e le finalità” della società Gado “solo apparentemente allocata in Lussemburgo e non dotata di alcuna struttura“. Lo scrive il giudice nelle motivazioni della sentenza con cui ha condannato i due stilisti a 1 anno e 8 mesi per una presunta evasione fiscale.

Lo scorso 19 giugno i due fondatori della multinazionale della moda sono stati condannati dal giudice della seconda sezione penale di Milano, Antonella Brambilla, a un anno e 8 mesi per una presunta evasione fiscale che sarebbe stata realizzata, secondo le indagini coordinate dai pm Laura Pedio e Gaetano Ruta, con una operazione di ‘estero-vestizione’, cioè con la creazione di una presunta società fittizia all’estero per ottenere vantaggi fiscali.

Tuttavia, la presunta evasione fiscale da circa un miliardo di euro contestata si era ridotta con la sentenza a circa 200 milioni e la condanna era arrivata solo per il reato di omessa dichiarazione dei redditi. Mentre per la restante parte della cifra contestata (circa 800 milioni di euro) e per il reato di dichiarazione infedele dei redditi era arrivata per i due stilisti l’assoluzione nel merito.

Secondo il giudice, “nel caso di specie, la condotta di estero-vestizione si è tradotta nella costituzione di una società solo apparentemente allocata in Lussemburgo e non dotata di alcuna struttura amministrativa gestionale, contabile etc. idonea a legittimare un dubbio circa la disciplina impositiva applicabile“. E – si legge sempre nelle motivazioni – “la consapevolezza di tale fatto costituisce elemento soggettivo certamente integrato in capo” ai “due stilisti“.

Erano loro, infatti, scrive il giudice, i “soggetti che avendo ceduto i marchi alla società” lussemburghese Gado “ne conoscevano evidentemente la struttura e le finalità non potendosi certamente credere che gli stessi abbiano rinunciato a controllare l’effettiva titolarità dei marchi e quindi le licenze rilasciate da Gado anche ad importanti società“. Sempre secondo il Tribunale, “la stessa costituzione di Gado non può ritenersi che finalizzata a trasferire in Lussemburgo il reddito derivante dalla ‘royalties’ e quindi certamente tale progetto, tenuto conto che i due stilisti avevano sottoscritto il fondamentale contratto di cessione, pare elaborato in realtà nel loro esclusivo interesse“.

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