Italia

Sei più qualificato? Ti pago di meno. In Italia stipendi bassi per le professioni specializzate

Sei più qualificato? Ti pago di meno. In Italia stipendi bassi per le professioni specializzate
Il resto d’Europa incentiva le professioni ad alto tasso di conoscenza. Il nostro paese il contrario. E cresce il “mismatch” tra competenze e opportunità

Sei più qualificato? Produci di più, ti pagano di meno. È il paradosso italiano nel paradosso senza confini del mismatch, la coincidenza imperfetta tra skills sopra la media e opportunità effettive di lavoro. Il problema è diffuso, e si gioca sulle 750mila assunzioni previste da Unioncamere per il 2013 come nel resto del Vecchio Continente. Cambia la tattica di reazione: l’Europa corregge il tiro e incentiva gli impieghi ad alto tasso di istruzione. L’Italia il contrario, dirottando talenti sul mercato delle professioni non specializzate. E la frattura tra supercompetenze e sbocchi occupazionali si divarica, ingrossando le file dei «talenti in fuga» in paesi con terreni di coltura meno aridi per chi è nato negli ultimi 30 anni.

Secondo i dati Isfol, nell’ultimo quadriennio le professioni ad alta intensità di conoscenza sono cresciute in Europa a un ritmo del 2%. Germania, Francia e Gran Bretagna scavalcano addirittura la media continentale, con rialzi del 4,3%, 2,9% e 4%. Segno che in pienissima fase recessiva, gli investimenti sulla specializzazione sono la strategia di uscita dalla crisi. Con un ricettario che sconfessa lo stereotipo dello studio «inutile»: qualifiche più accentuate e pratica nel problem solving, il ragionamento dinamico e non nozionistico. Trampolini che rimbalzano la ripresa.

È lo specchio rovesciato di quanto succede in Italia. Nel nostro paese calano le offerte di lavoro qualificato (-1,8%), crollano le chance di impieghi tecnici (-22%) e crescono, non casualmente, quelle di mansioni elementari: su dell’1,3%, contro un trend europeo che viaggia a -3%. Il conto più salato si paga nella produttività del lavoro, cresciuta dal 1998 di appena il 4%. Quasi quattro volte in meno rispetto alla media europea (15,7%). Un ritardo di 11 punti percentuali che affossa il tessuto produttivo e si riflette in mondo professionale dove poco più della metà dei lavoratori (il 53,2%) ha completato gli studi universitari.

Il terreno per le specializzazioni si prosciuga. Di pari passo con gli stipendi: il premio salariale per chi è in possesso di un diploma di laurea è calato del 10% in Italia. Quando in Germania, dal 2005 ad oggi, è cresciuto della stessa percentuale. A restringersi è anche la forbice divisoria tra il reddito dei laureati e quello dei diplomati di scuola secondaria. E non di poco. La differenza, nel resto d’Europa, è pari a 48,3%. In Italia non si va oltre il 36,2%. Risultato, o meglio, risultati? Talenti impiegati poco e male, curricula ammassati su settori diversi da quelli in ricerca, deficit di formazione tecnica. E l’ascensore sociale che si blocca ai piani alti: il reddito medio dei figli delle famiglie più abbienti supera del 30% quello dei colleghi con background originario più ristretto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *