Diritto

Se l’attività all’estero è reale pensione piena per l’avvocato che ha versato i contributi in Italia

Se l'attività all'estero è reale pensione piena per l'avvocato che ha versato i contributi in Italia
Il requisito della continuità ai fini previdenziali permane anche quando l’avvocato ha esercitato la professione all’estero e per quel periodo ha dichiarato in Italia redditi pari a zero: ciò che conta è il pagamento dei contributi e il concreto e protratto esercizio dell’attività professionale

Il requisito della continuità ai fini previdenziali permane anche quando l’avvocato ha esercitato la professione all’estero e per quel periodo ha dichiarato in Italia redditi pari a zero: ciò che conta è il pagamento dei contributi e il concreto e protratto esercizio dell’attività professionale.

È quanto emerge dalla sentenza n. 4584 del 26 febbraio 2014 della Corte di Cassazione – Sezione Lavoro.

La controversia ha riguardato la Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense e un iscritto che, tra il 1997 e il 2000, ha svolto l’attività in Australia in favore del consolato e di alcuni studi non dichiarando redditi nel Belpaese.

IL FATTO

Dopo essersi visto dare torto dal giudice del merito circa l’utilità, ai fini pensionistici, del periodo di attività svolto dall’iscritto all’estero, l’ente previdenziale si è rivolto alla Suprema Corte sottoponendo la questione “se un avvocato italiano, iscritto alla Cassa di previdenza nazionale, esercitando temporaneamente la sua attività soltanto all’estero e nondimeno continuando a versare i contributi alla detta Cassa, perda per quel periodo il requisito della continuità ai fini delle prestazioni previdenziali. Ciò anche quando egli, sempre in quel periodo, abbia dichiarato al Fisco un reddito pari a zero”.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

Ebbene, gli Ermellini hanno respinto il motivo di ricorso della Cassa, condividendo sul punto le argomentazioni della Corte d’Appello di Napoli. Il collegio partenopeo ha ritenuto priva di pregio la tesi secondo la quale, in base alla determinazione dei criteri ad opera del Comitato dei delegati (art. 2 L. 22 luglio 1975 n. 319), la continuità “dell’esercizio della libera professione forense” può essere accertata solamente in base al reddito prodotto, e non dall’esercizio della professione desumibile da altri elementi. In linea con questo assunto gli Ermellini ritengono che la continuità di cui all’articolo 2 della legge n. 319 del 1975 può essere ravvisata in presenza di due presupposti, entrambi riscontrati nella fattispecie: lo svolgimento effettivo della professione, anche se avvenuto all’estero, e il pagamento dei contributi. È pertanto irrilevante, ai fini previdenziali, che l’avvocato nel periodo di esercizio dell’attività all’estero abbia dichiarato in Italia redditi uguali a zero. Tanto più se dagli atti di causa non emerge alcun inadempimento tributario in Italia.

Ad avviso della sentenza in esame, la lacuna presente nella determinazione ad opera del Comitato dei delegati deve essere colmata attraverso il richiamo non solo all’articolo 13, secondo comma, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata a New York il 10 dicembre 1948, che sancisce il diritto alla mobilità professionale, ma anche dell’articolo 38 della Costituzione, che nel secondo comma garantisce ai lavoratori il diritto a mezzi “adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria”, così impedendo periodi di lavoro senza ragione privi di adeguata contribuzione previdenziale.

Respinto il ricorso della Cassa. In definitiva, la Sezione Lavoro del Palazzaccio ha respinto il ricorso della Cassa di previdenza e assistenza forense compensando le spese di lite.

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