Diritto

Schettino contro Costa Concordia: Azionabilità del rito Fornero da parte del datore di lavoro

E' ammissibile l'azione del datore di lavoro volta ad ottenere una sentenza di accertamento della legittimità del licenziamento nelle forme del nuovo rito Fornero
E’ ammissibile l’azione del datore di lavoro volta ad ottenere una sentenza di accertamento della legittimità del licenziamento nelle forme del nuovo rito Fornero

La legge numero 92 del 2012, intitolata “Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, ha introdotto un nuovo rito speciale da applicarsi alle controversie aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti, denominato “rito Fornero”.
L’art. 1, comma 47 della citata legge afferma che le disposizioni relative al suddetto rito si applicano “alle controversie aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni, anche quando devono essere risolte questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro”.

Ancor prima della introduzione del nuovo rito, la giurisprudenza di legittimità è sempre stata concorde nell’affermare la sussistenza dell’interesse ad agire, con azione di mero accertamento, in capo al datore di lavoro “ogni qualvolta ricorra una pregiudizievole situazione di incertezza relativa a diritti o a rapporti giuridici, la quale, anche con riguardo ai rapporti di lavoro subordinato, non sia eliminabile senza l’intervento del giudice, sicché è ammissibile la domanda del datore di lavoro diretta all’accertamento della legittimità del licenziamento, ancorché questo risulti essere già stato impugnato dal lavoratore con l’instaurazione di un precedente giudizio, salva in ogni caso l’applicabilità della disciplina della continenza delle cause ex articolo 39 c.p.c.; né è configurabile un abuso dello strumento processuale da parte del datore di lavoro, in considerazione della sussistenza di un interesse ad agire degno di tutela” (ex pl. Cass. 9 maggio 2012, n. 7096).

Alla luce di quanto sinora affermato è da chiedersi se, a fronte delle modifiche introdotte con la legge Fornero, l’azione del datore di lavoro volta ad ottenere una pronuncia di accertamento della legittimità dell’intimato recesso sia da ritenersi ancora ammissibile e se la stessa debba essere esercitata nelle modalità previste dal nuovo rito.
Secondo parte della dottrina (Sordi; Riverso; Buoncristiani; Musella; Piccinini) il nuovo rito sull’impugnazione dei licenziamenti sarebbe precluso ai datori di lavoro; secondo altra parte (Consolo-Rizzardo; De Angelis; De Cristofaro-Gioia), invece, no.

A livello giurisprudenziale le due pronunce che sinora se ne sono occupate hanno risolto entrambe in senso affermativo il quesito, ritenendo che sia ancora ammissibile l’azione del datore di lavoro volta ad ottenere una sentenza di accertamento della legittimità del licenziamento e che la stessa debba essere azionata nelle forme del nuovo rito (Trib. di Genova, giudice Ravera, ordinanza del 9.1.2013, relativa alla controversia insorta tra Costa Crociere ed il Comandante Schettino, e Trib. di Reggio Calabria, giudice Picari, ordinanza del 6.2.2013).

Nella prima delle due ordinanze, il giudice ha ritenuto che la riforma Fornero non ha in alcun modo inciso sul citato orientamento giurisprudenziale antecedente alla riforma medesima.
Il nuovo rito non sarebbe infatti finalizzato alla reintegrazione del lavoratore, o ad evitare risarcimenti lievitanti nel tempo, ma a dare pronta certezza proprio ai rapporti di lavoro, anche dove l’azienda per la fattispecie solutoria può da subito prevedere l’entità del risarcimento non destinato a crescere nel tempo per effetto della durata del processo.
Tale ratio sarebbe stata del resto manifestata espressamente dallo stesso legislatore all’articolo 1, comma 1, lettera C), della legge n. 92, laddove è previsto che il nuovo procedimento giudiziario specifico è finalizzato ad accelerare la definizione delle relative controversie.
Secondo il giudice di Genova è quindi indubbio che il rito in quanto tale vuole accelerare la definizione dell’eventuale contenzioso che insorge a seguito di un licenziamento cui sia applicabile l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, anche quando non vi è reintegra ed il risarcimento non può comunque superare la soglia stabilita dal legislatore.
Ad avviso del giudicante, inoltre, il comma 47 dell’art. 1 della legge 92, laddove afferma che il nuovo rito si applica alle controversie aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti, non individuerebbe alcun soggetto che dal rito dovrebbe avvantaggiarsi, come invece avviene per i ricorsi a norma dell’articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori, con ciò manifestando la neutralità della ratio della legge, in quanto il vantaggio al processo celere non sarebbe di una sola parte, ma di entrambe le parti, anche per espressa previsione costituzionale secondo cui la legge assicura la ragionevole durata del processo (articolo 111, comma 2, Cost.).
Secondo il giudice del lavoro di Genova, infine, non avendo indicato il legislatore la parte a cui vantaggio è il rito, ed in presenza, invece, di una precisa ratio acceleratrice del contenzioso, dovrebbe concludersi che il rito sia stato dato non per tutelare la parte che ha ragione, ma il diritto della parte in quanto tale (e, quindi, anche del soccombente) ad una decisione in tempi brevi.

A conclusioni non dissimili perviene anche il giudice del lavoro di Reggio Calabria, il quale afferma che l’interesse alla celere definizione del giudizio non è solo del lavoratore, ma anche del datore di lavoro e che, anzi, trascende quello delle parti per diventare un interesse generale.

Tribunale di Genova – Ordinanza 9/01/2013

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