Diritto

Scelta fiscalmente più conveniente: niente abuso di diritto

Scelta fiscalmente più conveniente: niente abuso di diritto
La scelta fiscalmente più conveniente ma coerente con le regole dell’ordinamento non può essere attaccata sotto il profilo dell’abuso di diritto. Questo perché una diversa impostazione condurrebbe a sindacare la libertà economica e imprenditoriale

La scelta fiscalmente più conveniente ma coerente con le regole dell’ordinamento non può essere attaccata sotto il profilo dell’abuso di diritto. Questo perché una diversa impostazione condurrebbe a sindacare la libertà economica e imprenditoriale. È in questi termini il principio espresso dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 17175 del 24 agosto 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Commissione di II° grado di Bolzano, in parziale riforma della decisione di prime cure, dichiarava legittimi alcuni avvisi di accertamento notificati ad una società ed al socio, quanto alla prima, limitatamente alla maggiore IRAP dovuta per l’anno 2004, quanto al secondo, in relazione alla maggiore IRPEF dovuta per lo stesso anno d’imposta.

In particolare, i giudici territoriali ritenevano provata la fattispecie di “abuso di diritto” contestata dall’Agenzia delle Entrate, non ravvisando ragioni economiche diverse dal mero risparmio d’imposta nella condotta negoziale della società, che aveva stipulato con una società di leasing un contratto di “sale & lease back” avente ad oggetto un bene immobile, al solo scopo di realizzare il vantaggio fiscale derivante dal più favorevole regime di deduzione dei canoni di leasing, rispetto a quello previsto per le quote di ammortamento del costo di acquisto del bene, deducibili per un minore importo e scaglionate in un più lungo periodo. A tale conclusione i giudici di merito pervenivano in base alla insussistenza della prova di concrete esigenze che giustificassero la necessità per la società di acquisire nuova liquidità, nonché in base alla corrispondenza intercorsa con la società di leasing dalla quale emergeva che i motivi della operazione erano di natura esclusivamente fiscale.

I giudici di appello confermavano, invece, la decisione di prime cure relativamente alla statuizione di annullamento dell’avviso limitatamente alla pretesa della maggiore IVA, non essendo stato conseguito dalla società, in ordine a tale imposta, alcun vantaggio fiscale, nonché relativamente alla statuizione di annullamento della irrogazione delle sanzioni pecuniarie, in quanto non applicabili a fattispecie di abuso di diritto diverse da quelle contemplate nell’art. 37-bis del D.P.R. n. 600/73.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’Agenzia delle Entrate, sostenendo che la CTR aveva errato a riconoscere il diritto alla detrazione della imposta versata in rivalsa dalla società sull’importo dei canoni di leasing liquidati nelle fatture emesse dalla società di leasing, in quanto la operazione commerciale “abusiva” era inopponibile alla Amministrazione finanziaria “senza distinzione alcuna tra le diverse tipologie di imposta”: pertanto una volta accertato l’abuso del diritto la CTR avrebbe dovuto ritenere la nullità del contratto di sale & lease back, per illiceità della causa, costituendo il negozio in questione “uno schermo formale concordato per celare una operazione di finanziamento” e quindi “in realtà un contratto simulato”, con la conseguenza che doveva essere ritenuto inesistente anche il diritto alla detrazione IVA ex art. 19 del D.P.R. n. 633/72.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. Ad avviso gli Ermellini, infatti, non è dato rinvenire nell’ordinamento tributario alcun obbligo giuridico del soggetto che ha acquistato la proprietà del bene immobile strumentale di rimanere necessariamente vincolato a tale regime fiscale. Ciò in quanto rientra nella libera determinazione del soggetto-imprenditore la facoltà di optare tra l’acquisto della proprietà dell’immobile, versando immediatamente l’intero prezzo della compravendita, o invece la utilizzazione del medesimo bene in leasing con clausola di riscatto finale della proprietà (leasing traslativo), o ancora il semplice utilizzo in godimento del bene immobile da rilasciare alla scadenza al concedente-proprietario (leasing finanziario puro).

È dunque possibile ricorrere allo strumento negoziale (diretto a conseguire il medesimo risultato dell’utilizzo del bene immobile strumentale) del sale & lease back, in forza del quale l’impresa titolare della proprietà aliena il bene strumentale a una società finanziaria, la quale ne paga il prezzo e contestualmente lo concede in locazione finanziaria alla stessa impresa venditrice, verso il pagamento di un canone e con possibilità di riacquisto del bene al termine del contratto, per un prezzo normalmente molto inferiore al suo valore.

Tale scelta non può integrare la fattispecie dell’abuso del diritto solo perché il soggetto si determina a compiere la operazione negoziale fiscalmente meno onerosa, in quanto per definire una condotta economica abusiva devono essere riscontrati alcuni caratteri di antieconomicità e irrazionalità e, quindi, evidenti elementi di alterazione della causa concreta del negozio di sale & lease back.

Orbene, considerato che tali caratteri non sono stati rinvenuti nel caso di specie, la Cassazione ha cassato la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, ha accolto il ricorso introduttivo proposto dalla società contribuente.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 17175/2015

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *