Diritto

Scatta il reato di maltrattamenti in famiglia per chi tiene alle proprie dipendenze lavoranti in condizioni di estremo degrado

Scatta il reato di maltrattamenti in famiglia per il datore di lavoro che tiene alle proprie dipendenze lavoranti (in questo caso stranieri) in condizioni di estremo degrado ospitandoli in locali fatiscenti
Scatta il reato di maltrattamenti in famiglia per il datore di lavoro che tiene alle proprie dipendenze lavoranti in condizioni di estremo degrado ospitandoli in locali fatiscenti

Scatta il reato di maltrattamenti in famiglia per il datore di lavoro che tiene alle proprie dipendenze lavoranti (in questo caso stranieri) in condizioni di estremo degrado ospitandoli in locali fatiscenti. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 24057 del 9 giugno 2014, respingendo il ricorso del datore.

IL FATTO
Ad un datore di lavoro era stato contestato il reato di riduzione in schiavitù (art. 600, comma 1, del codice penale), per avere tenuto alle proprie dipendenze alcuni cittadini rumeni in condizioni di estremo degrado materiale, poiché ospitati in locali fatiscenti, in pessime condizioni igienico – sanitarie, con somministrazione scarsa o nulla di cibo e privazione del compenso.

La Corte di Appello di Roma, riformando la sentenza del Tribunale di Viterbo, aveva riqualificato la condotta originariamente contestata come maltrattamenti in famiglia (ai sensi dell’art. 572 del codice penale) ed aveva ridotto la pena di otto anni e tre mesi di reclusione, inflitta all’imputato al termine del primo grado di giudizio, rideterminandola nella misura di due anni di reclusione.

Secondo la Corte del merito, le condizioni inflitte non avevano impedito alle persone offese di sottrarsi all’iniquo regime lavorativo, senza che fossero state dissuase attraverso minacce e/o violenze.

Il giudice dell’appello, pertanto, aveva ritenuto che la condotta contestata integrasse il meno grave reato di maltrattamenti in famiglia.

Più volte, infatti, la giurisprudenza ha ritenuto sussistente tale fattispecie di reato anche nell’ambito dei rapporti lavorativi di natura c.d. parafamiliare, caratterizzati da alcuni elementi risultati presenti nel caso di specie, come l’esistenza di relazioni abituali ed intense tra datore di lavoro e dipendenti, consuetudini di vita tra tali soggetti, assoggettamento dei lavoratori e la fiducia riposta dal soggetto passivo in quello attivo.

L’imputato aveva adito la Suprema Corte, deducendo l’insussistenza del dolo, in quanto gli sarebbero state attribuite condotte logicamente a lui non riferibili.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
Investita della questione, la Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché manifestamente infondato.

Secondo gli Ermellini, escludendo correttamente la sussistenza del più grave reato di riduzione in schiavitù, la Corte territoriale aveva valutato adeguatamente le condizioni di estrema durezza del rapporto lavorativo, instauratosi tra l’imputato ed alcuni dipendenti di nazionalità rumena.

In particolare, dagli atti era emerso come le suddette condizioni fossero caratterizzate da situazioni di acuto disagio, riferite al vitto, all’alloggio e alle relative condizioni igieniche.

La Cassazione ha poi richiamato alcuni precedenti nei quali la giurisprudenza di legittimità aveva escluso la sussistenza del reato di riduzione in schiavitù, attribuendo alle condotte imputate la più lieve fattispecie dei maltrattamenti in famiglia (Cass., sentenza n. 28603 del 28 marzo 2013; Cass., sentenza n. 16094 del 11 aprile 2012; Cass., sentenza n. 685 del 22 settembre 2010), come, ad esempio, nel caso in cui, nell’ambito di un rapporto professionale o di lavoro, il soggetto attivo si trovi in una posizione di supremazia, connotata dall’esercizio di un potere direttivo o disciplinare tale da rendere ipotizzabile una condizione di soggezione, anche solo psicologica, del soggetto passivo, che appaia riconducibile ad un rapporto di natura parafamiliare (Cass., sentenza n. 43100 del 10 ottobre 2011).

Tornando al caso di specie, la Suprema Corte ha ritenuto configurata la suddetta ipotesi di reato, in quanto la vicinanza tra il datore di lavoro ed i suo subordinati era tale da imporre a questi ultimi di vivere, in condizioni estremamente precarie, in un alloggio fornito dal primo e nel quale la dipendenza e la soggezione dei secondi si era manifestata al punto che fosse il ricorrente a fornire il vitto ai dipendenti, trattenendo addirittura i loro documenti d’identità al fine di impedirne l’allontanamento.

Sulla base di tali elementi, pertanto, la Corte di Appello, ritenendo correttamente che il rapporto lavorativo anzidetto fosse di natura parafamiliare, aveva riscontrato la presenza di condizioni sufficienti ad integrare il reato ascritto.

Per tale ragione la Cassazione ha concluso con il rigetto del ricorso ed ha condannato il datore di lavoro al pagamento delle spese processuali, oltre ad una somma aggiuntiva in favore della cassa delle ammende, determinata nella misura di 1.000,00 €.

Art. 572 codice penale - Maltrattamenti contro familiari e conviventi

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni [c.p. 29, 31, 32].
Se dal fatto deriva una lesione personale grave [c.p. 583], si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 24057/2014

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