Lavoro

Sanzioni disciplinari in materia lavoro: la tutela arbitrale

Sanzioni disciplinari in materia lavoro: la tutela arbitrale
Il lavoratore subordinato può impugnare la sanzione disciplinare agendo per via giudiziale o promuovendo la costituzione di un collegio per l’esercizio di un arbitrato irrituale presso la Direzione del Lavoro territorialmente competente

Il lavoratore subordinato può impugnare la sanzione disciplinare agendo per via giudiziale o promuovendo la costituzione di un collegio per l’esercizio di un arbitrato irrituale presso la Direzione del Lavoro territorialmente competente. Uno strumento alternativo con funzione deflattiva del contenzioso, che si affianca al ventaglio degli strumenti arbitrali previsti dal codice di procedura civile e dall’autonomia collettiva.

Il lavoratore subordinato che intenda impugnare una sanzione disciplinare ritenendola ingiustamente irrogata dal proprio datore di lavoro (per inosservanza dei requisiti di validità della procedura sanzionatoria imposti dall’art. 7 dello Statuto dei Lavoratori, per infondatezza nel merito o per non conformità al codice disciplinare aziendale o alle disposizioni derivanti da contratti o accordi collettivi) può agire in sua tutela sia per via giudiziale, con ricorso al Tribunale del Lavoro, sia attraverso alternative procedure di definizione della vertenza previste dall’attuale normativa in materia. Tra queste, quella prevista dal comma 6°, articolo 7 dello Statuto dei Lavoratori sopravvive all’impatto derivante dalle novelle arrecate al sistema giuslavoristico fin dall’anno 2010 (legge n. 183/2010, c.d. Collegato Lavoro e legge n. 92/2012 c.d. Riforma Fornero).

Tutela arbitrale

In questa sede, il legislatore offre al lavoratore interessato una tutela alternativa e non sostitutiva rispetto all’azione avanti il giudice ordinario, la cui opzione risulta di fatto incentivata con la previsione di alcuni effetti previsti dalla norma anche in funzione deflattiva del carico giudiziale. Per giurisprudenza e dottrina prevalenti, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 240/1982, la tutela arbitrale in oggetto si ritiene applicabile alle sole sanzioni disciplinari di tipo conservativo, vale a dire:

  • il richiamo verbale;
  • la multa fino ad un massimo di 4 ore;
  • la sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per un massimo di 10 giorni;

Questo in quanto al licenziamento c.d. ontologicamente disciplinare, vale a dire nei casi di recesso datoriale intimati in ragione di comportamenti colpevoli o manchevoli ascritti al lavoratore e riconducibili alle forme della giusta causa e del giustificato motivo soggettivo, si applicano esclusivamente i primi tre commi del citato articolo 7 – inerenti l’obbligo di pubblicità del codice disciplinare ed il diritto di difesa del dipendente – per poi ricondurre la fattispecie alle normali forme di impugnazione di cui all’art. 18 dello Statuto e più in generale alle norme sul licenziamento individuale.

La procedura

Per il lavoratore, si tratta di promuovere la costituzione di un collegio per l’esercizio di un arbitrato irrituale presso la Direzione del Lavoro territorialmente competente, secondo i criteri per l’individuazione del giudice naturale indicati dall’art. 413 c.p.c. L’istanza, che può essere depositata presso l’ufficio attraverso la compilazione del modulo appositamente predisposto da ciascuna Direzione Territoriale del Lavoro, deve giungere entro i 20 giorni successivi l’irrogazione della sanzione ed ha l’effetto di sospendere la sanzione disciplinare, sempre che non se ne siano già prodotti gli effetti: in tal caso, ovviamente, qualora il datore abbia già provveduto ad un’eventuale trattenuta sulla retribuzione, ritenendo conclusa la procedura disciplinare, l’interesse del lavoratore dovrà concentrarsi sulla revoca o sulla modifica della sanzione, non potendo più incidere sulla sua immediata efficacia.

Natura decadenziale del termine. A differenza di quanto avviene in caso di opzione per la tutela giudiziale, azionabile entro il decorso della prescrizione ordinaria ex art. 2946 c.c., il rispetto del termine sopra richiamato ha natura decadenziale, pur ritenendo che in proposito la DTL non abbia alcun potere preclusivo della procedibilità. Più plausibilmente sarà il datore di lavoro ad eccepire avanti il collegio la mancata osservanza del termine quando abbia a giustificare la mancata sospensione della sanzione dopo la presentazione dell’istanza (v. ad es. Cass. n. 12958 del 21/05/2008). Si tratta dunque di un arbitrato irrituale (v. Cass. SS.UU. n. 25253 del 01/12/2009), come tale, sottratto al rispetto delle regole formali imposte dal codice di procedura civile per l’arbitrato rituale, eccezion fatta per quanto disposto dal vigente articolo 808-ter c.p.c., di recente introduzione (D.Lgs. 2 febbraio 2006 n. 40, art. 20) in merito all’impugnazione del lodo. La pronuncia emessa dal collegio a definizione della controversia, avrà dunque natura essenzialmente negoziale e diretta alla conferma, alla revoca o alla modifica della sanzione irrogata. Il collegio si compone di tre membri, di cui 2 nominati direttamente da ciascuna parte ed il terzo di comune accordo, o, in mancanza, dal direttore dell’ufficio. Compito precipuo della DTL, una volta depositata l’istanza dal lavoratore, è la convocazione inviata alla parte datoriale, nella quale la si invita alla nomina del proprio arbitro in seno al collegio, entro 10 giorni dal ricevimento.
Con il predetto adempimento, si esaurisce, in sostanza, il ruolo della DTL in quanto il resto della procedura susseguente l’adesione di entrambi all’arbitrato è interamente rimessa all’attività del collegio ed al contegno assunto dalle parti medesime. La mancata od intempestiva nomina dell’arbitro da parte datoriale comporta l’inefficacia della sanzione.
Ciascuna delle due parti, dunque, può svincolarsi dalla procedura arbitrale rimettendo ogni decisione avanti l’autorità giudiziaria ordinaria: il lavoratore, non procedendo nella costituzione del collegio arbitrale o non vedendo aderirvi la controparte, potrà adire il Tribunale del lavoro, rinunciando all’effetto sospensivo della sanzione; come sopra accennato però, per effetto dell’istanza del dipendente il datore dovrà rivolgersi al medesimo giudice nel predetto termine di 10 giorni dalla comunicazione della DTL, a pena di inefficacia della sanzione (cfr. Cass. 8 giugno 2011 n. 12457). La valida composizione del collegio, diversamente, con l’accettazione di tutti gli arbitri nominati, comporta la sottoposizione delle parti al contenuto del lodo che potrà essere impugnato avanti il giudice del lavoro soltanto per i motivi formali, indicati nel citato articolo 808-ter c.p.c. ovvero:

  1. invalidità della convenzione arbitrale o decisione esorbitante dai limiti del richiesto quando sia stata sollevata apposita eccezione durante l’arbitrato;
  2. nomina non conforme alla convenzione arbitrale (nel caso di specie alla procedura normativamente prevista);
  3. incapacità degli arbitri ex art. 812 c.p.c.;
  4. mancata osservanza delle condizioni di validità del lodo;
  5. mancato rispetto del principio del contraddittorio.

In conclusione, quanto disposto dal comma 6°, articolo 7 dello Statuto, offre a disposizione del lavoratore la possibilità di una più rapida definizione della vertenza disciplinare, rispetto alla tutela ordinaria in sede di giudizio, con il beneficio della immediata sospensione della sanzione irroganda, vincolando il datore ad una celere risposta all’invito che, di fatto, lo obbliga a riconsiderare l’irrogazione della sanzione disciplinare. D’altra parte, tuttavia, non solo l’istanza arbitrale non esclude di per sé la tutela giudiziaria ma soprattutto, in caso di valida instaurazione, lega le parti all’efficacia del lodo sottraendo loro a monte, la possibilità di devolvere l’intera cognizione del merito della vertenza non solo al giudice professionale di primo grado ma anche ai successivi gravami. La descritta configurazione rende la procedura richiamata nella presente esposizione non particolarmente utilizzata in concreto. A ciò si aggiunga che le tutele stragiudiziali rimesse alla scelta del lavoratore subordinato in materia disciplinare, non si esauriscono nell’alternativa fino ad ora evidenziata, conservando validità le ipotesi diverse di arbitrato irrituale (in sede amministrativa o sindacale) contemplate dai vigenti articoli 412, 412-ter e quater c.p.c., comunque rimesse alla menzionata disciplina dell’impugnazione del lodo di cui all’art. 808-ter c.p.c.

Art. 7, comma 6, L. 300/70 - Sanzioni disciplinari

Salvo analoghe procedure previste dai contratti collettivi di lavoro e ferma restando la facolta’ di adire l’autorita’ giudiziaria, il lavoratore al quale sia stata applicata una sanzione disciplinare puo’ promuovere, nei venti giorni successivi, anche per mezzo dell’associazione alla quale sia iscritto ovvero conferisca mandato, la costituzione, tramite l’ufficio provinciale del lavoro e della massima occupazione, di un collegio di conciliazione ed arbitrato, composto da un rappresentante di ciascuna delle parti e da un terzo membro scelto di comune accordo o, in difetto di accordo, nominato dal direttore dell’ufficio del lavoro. La sanzione disciplinare resta sospesa fino alla pronuncia da parte del collegio.
Qualora il datore di lavoro non provveda, entro dieci giorni dall’invito rivoltogli dall’ufficio del lavoro, a nominare il proprio rappresentante in seno al collegio di cui al comma precedente, la sanzione disciplinare non ha effetto. Se il datore di lavoro aderisce l’autorita’ giudiziaria, la sanzione disciplinare resta sospesa fino alla definizione del giudizio.

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