Diritto

Rspp: dovere formativo esteso all’uso dei macchinari

Rspp: dovere formativo esteso all’uso dei macchinari
Il Rspp è responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore addetto ad una macchina, ove si limiti a svolgere generici corsi di formazione ed informazione sulla sicurezza che non si estendono anche all’uso della macchina stessa

La violazione del dovere formativo, che deve comprendere non solo l’effettuazione di corsi generici sulla sicurezza dei luoghi di lavoro, ma anche una specifica informazione e formazione sull’uso dei macchinari utilizzati, determina la corresponsabilità del Rspp – Responsabile del servizio di prevenzione e protezione nel verificarsi dell’infortunio ad un lavoratore provocato da una macchina manomessa per garantirne un più veloce funzionamento, trattandosi di responsabilità riconducibile ad una situazione pericolosa che egli avrebbe avuto l’obbligo di conoscere e segnalare, nonché alla mancanza della dovuta formazione dei lavoratori. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 18444 del 4 maggio 2015.

IL FATTO
La vicenda processuale segue alla sentenza di condanna pronunciata, tra gli altri, anche nei confronti del Responsabile del servizio di prevenzione e protezione di uno stabilimento, per l’incidente sul lavoro avvenuto ad un operaio una mattina di dieci anni fa; il giovane, alle dipendenze della società da soli 13 giorni come addetto al funzionamento di una pressa per scarti, pochi minuti dopo l’inizio del turno del mattino, era stato rinvenuto da un collega di lavoro con il corpo adagiato dalla cintola in giù sullo sportello inferiore della pressa per scarti dove stava operando, con le gambe a penzoloni e la testa appoggiata sui cartoni collocati all’interno schiacciata dalla pressa il cui sportello superiore era aperto.
Si era accertato non solo che la pressa era stata con certezza manomessa nei suoi dispositivi di sicurezza ma anche l’esistenza di una prassi abituale per cui la lavorazione avveniva in modo irregolare, conseguendone con certezza che l’assenza della manomissione e il corretto funzionamento del dispositivo di sicurezza avrebbero impedito che la pressa potesse essere attivata con lo sportello superiore aperto, con ciò determinando una condizione fondamentale perché si realizzasse l’evento infausto, operante come concausa anche in presenza dell’intervento di una terza persona (che aveva azionato il comando), non essendo qualificabile quest’ultimo quale causa eccezionale e atipica da sola sufficiente a cagionare l’evento.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione, per quanto qui di interesse, il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, contestando la responsabilità dai giudici di merito al medesimo ascritta, sostenendo che i suoi obblighi si sostanziavano nel dovere di formazione, debitamente assolto tramite la tenuta di corsi di formazione anche nei confronti dell’operaio infortunatosi, corsi che – secondo la tesi difensiva – non dovevano comunque estendersi alle informazioni sullo specifico funzionamento dei singoli macchinari, di prassi fornite dai lavoratori più esperti e compiti che non gli imponevano di essere quotidianamente presente sul luogo di lavoro.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Cassazione, nell’affermare il principio di cui in massima, ha evidenziato, specificando peraltro un orientamento giurisprudenziale già nel corso degli anni progressivamente sviluppatosi, che il Responsabile del servizio di prevenzione e protezione non solo risponde in caso di errore (suggerimento sbagliato; omessa segnalazione situazione di rischio), ma anche quando non adempia puntualmente all’obbligo di formazione aziendale, non potendosi limitare ad una formazione generica in materia di sicurezza, ma dovendo svolgere una formazione specifica, afferente anche le modalità d’uso dei macchinari utilizzati.

La novità della sentenza qui commentata, in particolare, consiste proprio nel fatto di avere sostanzialmente esteso (e su questo, peraltro, possono essere sollevati dubbi, essendosi risolta detta operazione in una estensione analogica contra reum, vietata in sede penale, non potendo ritenersi una semplice interpretazione estensiva quella quivi realizzata dalla Corte), il compito di “proporre i programmi di informazione e formazione dei lavoratori” (art. 33, D.Lgs. n. 81/2008), spingendosi l’obbligo dell’Rspp sino al punto da prevedere non solo lo svolgimento di corsi sulla sicurezza, ma anche di garantire l’assolvimento di un obbligo formativo ed informativo che riguardi anche l’uso dello specifico macchinario.

Quanto ai precedenti giurisprudenziali, pacifico è che – pur essendo innegabile che i componenti del servizio aziendale di prevenzione, essendo considerati dei semplici ausiliari del datore di lavoro, non possono essere chiamati a rispondere direttamente del loro operato, perché difettano di un effettivo potere decisionale – ciò pur tuttavia non esclude che il responsabile dell’Rspp possa essere chiamato a rispondere, anche penalmente, per lo svolgimento della propria attività; questi, pur in assenza di una previsione normativa di sanzioni penali a suo specifico carico, qualora, agendo con imperizia, negligenza, imprudenza o inosservanza di leggi e discipline, abbia dato un suggerimento sbagliato o abbia trascurato di segnalare una situazione di rischio, inducendo, così, il datore di lavoro, ad omettere l’adozione di una doverosa misura prevenzionale, risponderà insieme a questi dell’evento dannoso derivatone, essendo a lui ascrivibile un titolo di colpa professionale che può assumere anche carattere esclusivo, ancorché sia privo di poteri decisionali e di spesa, dovendosi presumere che alla segnalazione avrebbe fatto seguito l’adozione, da parte del datore di lavoro, delle iniziative idonee a neutralizzare tale situazione (Cass. Pen., Sez. IV, 20 aprile 2005, n. 11351/06; conformi: Sez. IV, 15 febbraio 2007, n. 15226; Sez. IV, 4 aprile 2007, n. 39567; Sez. IV, 23 aprile 2008, n. 25288; Sez. IV, 16 dicembre 2009, n. 1834/10; Sez. IV, n. 32195 del 20 agosto 2010, S., in Ced Cass. 248555; Sez. IV, 27 gennaio 2011, n. 2814, D.M., Ced Cass. n. 249626).

Corte di Cassazione – Sentenza N. 18444/2015

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