Diritto

Rischio elettivo: come incide la deviazione dalle normali modalità lavorative

Rischio elettivo: come incide la deviazione dalle normali modalità lavorative
Costituisce rischio elettivo la deviazione, puramente arbitraria ed animata da finalità personali, dalle normali modalità lavorative, che comporta rischi diversi da quelli inerenti le usuali modalità di esecuzione della prestazione

Costituisce rischio elettivo la deviazione, puramente arbitraria ed animata da finalità personali, dalle normali modalità lavorative, che comporta rischi diversi da quelli inerenti le usuali modalità di esecuzione della prestazione. Tale genere di rischio – che è in grado di incidere, escludendola, sull’occasione di lavoro – si connota per il simultaneo concorso dei seguenti elementi: a) presenza di un atto volontario ed arbitrario, ossia illogico ed estraneo alle finalità produttive; b) direzione di tale atto alla soddisfazione di impulsi meramente personali; c) mancanza di nesso di derivazione con lo svolgimento dell’attività lavorativa. E’ quanto specificato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 21647 del 14 ottobre 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello ha respinto il gravame presentato dall’Inail avverso la decisione del giudice di primo grado, di rigetto della domanda di regresso proposta dall’Istituto ai sensi degli artt. 10 e 11 del D.P.R. n. 1124 del 1965 nei confronti di una società, onde recuperare quanto pagato in conseguenza dell’infortunio sul lavoro subito da un lavoratore, all’epoca dei fatti dipendente dalla medesima.

Nello specifico, l’infortunio del lavoratore era consistito nella caduta da una altezza di 8-10 metri dal suolo, mentre era intento ad effettuare una riparazione sul tetto di un capannone (riguardante l’ispezione di un foro di un camino che era stato tolto), essendo un lavoro di cui era esperto avendolo fatto altre volte e per il quale aveva ricevuto l’ordine di realizzare un camminamento sino al punto in cui intervenire.
Al riguardo, la Corte territoriale ha constatato che il punto della caduta era molto distante dai camminamenti, posti a fianco, e nel sito non vi erano parapetti o impalcati, ma soltanto un parapetto naturale costituito dalla struttura stessa; inoltre, l’evento accadde in una fase del tutto iniziale di approntamento dei camminamenti, nella quale non era ancora possibile creare la struttura cui agganciare le cinture di sicurezza.
Tra l’altro, lo stesso lavoratore aveva riferito di essersi incamminato dove non vi era ancora il camminamento a tavoloni nella suddetta fase di preparazione e di essersi allontanato diversi metri da dove egli stesso aveva predisposto le misure di sicurezza.
Pertanto, con tutta evidenza, il lavoratore aveva disatteso l’ordine ricevuto di realizzare un camminamento fino al punto in cui intervenire, allontanandosi inopinatamente da dove aveva predisposto le misure di sicurezza.

Di conseguenza, ad avviso della Corte territoriale, non risultavano applicabili le norme prevenzionistiche (artt. 10 e 70 del D.P.R. n. 164 del 1956), invocate dall’Inail perché, a quanto emerso dagli atti, non era possibile ancora approntare l’ancoraggio delle cinture di sicurezza ed erano stati previsti dei camminamenti di legno non ancora, peraltro, posti completamente in opera.

Nel ricorso per cassazione l’Inail – per quanto quì di interesse – censura la decisione della Corte d’Appello rilevando come il comportamento del lavoratore non potesse essere configurato come condotta anomala, esorbitante o atipica (c.d. rischio elettivo), sicché anche se al lavoratore fosse stata ascrivibile la colpa o un concorso di colpa ciò non sarebbe servito ad escludere la responsabilità del datore di lavoro, tanto più che era certa l’inesistenza di precauzioni, eventualmente diverse dalle cinture di sicurezza.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie sul punto il ricorso presentato dall’Inail. Per costante orientamento giurisprudenziale, cui gli Ermellini intendono dare continuità:

a) le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso, con la conseguenza che il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente, per l’imprenditore, all’eventuale concorso di colpa del lavoratore, la cui condotta può comportare l’esonero totale del medesimo imprenditore da ogni responsabilità solo quando presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, cosi da porsi come causa esclusiva dell’evento, essendo necessaria, a tal fine, una rigorosa dimostrazione dell’indipendenza del comportamento del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro, e, con essa, dell’estraneità del rischio affrontato a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere (vedi, per tutte: Cass. 10 settembre 2009, n. 19494; Cass. 23 aprile 2009, n. 9689; Cass. 25 febbraio 2011, n. 4656; Cass. 4 febbraio 2014, n. 2455);
b) in particolare, in materia di assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, costituisce rischio elettivo la deviazione, puramente arbitraria ed animata da finalità personali, dalle normali modalità lavorative, che comporta rischi diversi da quelli inerenti le usuali modalità di esecuzione della prestazione. Tale genere di rischio – che è in grado di incidere, escludendola, sull’occasione di lavoro – si connota per il simultaneo concorso dei seguenti elementi:
– presenza di un atto volontario ed arbitrario, ossia illogico ed estraneo alle finalità produttive;
– direzione di tale atto alla soddisfazione di impulsi meramente personali;
– mancanza di nesso di derivazione con lo svolgimento dell’attività lavorativa (Cass. 2 ottobre 2009, n. 21113; Cass. 8 maggio 2009, n. 11417; Cass. 13 giugno 2012, n. 9649).

Ciò premesso la Corte d’Appello, non conformandosi ai su riportati principi, non ha indicato – ad avviso degli Ermellini – le ragioni ne ha specificato adeguatamente le modalità dell’allontanamento del lavoratore dal camminamento predisposto, sicché non ha chiarito se nella condotta del lavoratore siano, in concreto, rinvenibili tutti gli elementi per configurarla come abnorme, inopinabile ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, sicché essa, come tale, sia da considerare idonea a comportare l’esonero totale del datore di lavoro da ogni responsabilità rispetto all’infortunio o se, invece, l’incidente si sia verificato per colpa esclusiva o concorrente del lavoratore, situazione che non esclude la responsabilità del datore di lavoro, tanto più in ipotesi particolarmente delicate, quali sono quelle di caduta dall’alto verificatasi nella fase iniziale di approntamento delle misure protettive, come quella di cui si tratta.

In definitiva, la Corte di Cassazione detta il seguente principio di diritto: “in materia di assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, costituisce rischio elettivo la deviazione, puramente arbitraria ed animata da finalità personali, dalle normali modalità lavorative, che comporta rischi diversi da quelli inerenti le usuali modalità di esecuzione della prestazione. Tale genere di rischio – che è in grado di incidere, escludendola, sull’occasione di lavoro – si connota per il simultaneo concorso dei seguenti elementi: a) presenza di un atto volontario ed arbitrario, ossia illogico ed estraneo alle finalità produttive; b) direzione di tale atto alla soddisfazione di impulsi meramente personali; c) mancanza di nesso di derivazione con lo svolgimento dell’attività lavorativa. Soltanto se nella condotta del lavoratore siano, in concreto, rinvenibili tutti tali elementi essa si può considerare idonea a comportare l’esonero totale del datore di lavoro da ogni responsabilità rispetto all’infortunio. Se, invece, l’incidente si sia verificato per colpa esclusiva o concorrente del lavoratore, tale situazione non esclude la responsabilità del datore di lavoro. Tanto più in ipotesi particolarmente delicate, quali sono quelle di caduta dall’alto verificatasi nella fase iniziale di approntamento delle misure protettive, come quella di cui si tratta».

Approfondimento - l'azione di regresso

L’articolo 10 del D.P.R. 30.6.1965 n. 1124, al primo comma, stabilisce l’esonero dalla responsabilità civile del datore di lavoro nel caso di infortunio (o di malattia professionale). Nella sostanza l’Inail si sostituisce al datore di lavoro nella erogazione dell’indennità sostitutiva della retribuzione o nel risarcimento della diminuita integrità fisica (danno biologico) o capacità di guadagno divenuti permanenti, esonerandolo da ogni conseguenza.
Le disposizioni dell’art. 10 del T.U. Inail rivestono carattere di specialità nel senso che impediscono l’esercizio delle altre azioni contenute nel Codice Civile come, ad esempio, quelle previste dall’art. 2043.
Ma l’esonero dalla responsabilità civile non è totale e trova dei limiti nella responsabilità penale del datore di lavoro per la violazione delle norme di prevenzione ed igiene che potrebbero aver causato o aggravato gli effetti dell’evento, infortunio o malattia, subito dal lavoratore.
La mancata applicazione delle norme di prevenzione ed igiene rappresenta, oltre alla violazione diretta dell’art. 2087 del Codice Civile, anche una alterazione in negativo del fattore di casualità o di forza maggiore aumentando le possibilità che possa verificarsi un infortunio o contrarre una malattia professionale. Per tanto nasce una responsabilità alla quale corrisponde l’obbligo del datore di lavoro di rimborsare l’Inail delle prestazioni erogate. In questo caso l’Inail attiva l’azione di regresso che può essere esperita solamente nel caso in cui il datore di lavoro:

  • sia stato condannato penalmente per la violazione della norme di prevenzione;
  • sia sta accertata la responsabilità del datore di lavoro in sede civile in assenza di sentenza penale per morte di questo, per amnistia o per prescrizione del processo.

Come si vede, per l’attivazione del regresso, deve essere accertata una responsabilità grave del datore di lavoro, o dei suoi incaricati.
L’azione di regresso si svolge fra le parti del rapporto assicurativo poiché il datore di lavoro è l’assicurante che versa il premio, o il contributo, mentre l’Inail è l’assicuratore.

Attenzione:

  • L’art. 61 del D.Lgs. n. 81/2008 ha disposto l’obbligo del Pubblico Ministero di dare comunicazione all’Inail dell’azione penale avviata in conseguenza della violazione delle norme di prevenzione ed igiene che hanno causato l’omicidio colposo o le lesioni gravi. Questa disposizione ha agevolato la costituzione dell’Inail e l’attuazione dell’azione di regresso;
  • L’azione di regresso può essere attivata anche a carico del lavoratore che abbia simulato o aggravato gli effetti di un infortunio a condizione che sia provato il fatto in sede penale.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 21647/2014

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