Lavoro

Riscatto laurea o previdenza integrativa: quale conviene?

Riscatto laurea o previdenza integrativa: quale conviene?
Nella pianificazione previdenziale una delle scelte più delicate è valutare la convenienza del riscatto laurea, con valenza sia ai fini del raggiungimento anticipato del diritto alla pensione che per incrementare l’importo della pensione stessa. Una possibile alternativa, a parità di sforzo finanziario, può essere rappresentata dall’utilizzo della previdenza integrativa. Vanno ponderate nella valutazione una serie di considerazioni “soggettive” da calare in una attenta analisi costi/benefici alle quali poi si aggiungono i “rischi” previdenziali connessi all’operazione, che sono essenzialmente di due tipi

Una delle scelte più delicate nell’ambito della pianificazione previdenziale è la valutazione sul “se” convenga riscattare la propria laurea, soprattutto se ci si trovi ad inizio carriera, o, se in alternativa, non possa ipotizzarsi la costruzione di un percorso alternativo utilizzando le medesime risorse finanziarie destinate a tal fine per “irrobustire” piuttosto il proprio tenore di vita “senile” attraverso la previdenza complementare.
La logica prospettica evolve infatti sempre più nel considerare la “adeguatezza” della prestazione previdenziale come la somma della pensione obbligatoria con la integrazione pensionistica. Il dubbio “amletico” verte allora sul “se” incrementare, a parità di risultato da raggiungere, la posizione di base o se piuttosto vi siano margini di convenienza maggiori nel rendere più consistente viceversa lo “zainetto” del proprio fondo pensione/pip.

Quali sono gli elementi da considerare?

Il meccanismo di funzionamento
II punto di partenza, concentrando l’attenzione a scopo esemplificativo sul “sistema” Inps, è la individuazione del meccanismo di funzionamento nonché della finalità e dei benefici che si intendono perseguire attraverso il riscatto laurea.
E’ possibile riscattare il corso legale di laurea a condizione che l’interessato abbia conseguito il titolo di studio; non è possibile però riscattare i periodi di iscrizione fuori corso e i periodi già coperti da contribuzione obbligatoria o figurativa o da riscatto. Possono essere invece riscattati anche i diplomi universitari (corsi di durata non inferiore a due anni e non superiore a tre), i diplomi di laurea (corsi di durata non inferiore a quattro e non superiore a sei anni), i diplomi di specializzazione che si conseguono successivamente alla Laurea ed al termine di un corso di durata non inferiore a due anni, i dottorati di ricerca i cui corsi sono regolati da specifiche disposizioni di legge, i titoli accademici introdotti dal decreto n. 509 del 3 novembre 1999 cioè Laurea, al termine di un corso di durata triennale, e Laurea specialistica al termine di un corso di durata biennale cui si accede con la laurea.

Quanto costa riscattare la laurea?
L’importo del contributo da pagare (onere di riscatto) è calcolato dall’Ente previdenziale in base all’età dell’iscritto, alla sua retribuzione alla data della domanda, nonché in relazione all’entità degli anni da riscattare. Si usa il metodo di calcolo contributivo o retributivo, a seconda di quale anzianità contributiva può far valere la persona interessata.
Se i periodi oggetto di riscatto si collocano temporalmente fino al 31 dicembre 1995, l’importo della somma da versare viene determinata con i criteri previsti dall’articolo 13 della legge 12 agosto 1962, n. 1338 (riserva matematica); l’onere sarà diverso in rapporto a fattori variabili quali l’età, il periodo da riscattare, il sesso e le retribuzioni percepite negli ultimi anni.

In presenza di una anzianità contributiva pari o superiore a 18 anni al 31/12/1995 (sistema retributivo), prosegue l’Inps, il sistema di calcolo si applicherà anche nel caso in cui i periodi da riscattare si collochino successivamente alla predetta data.

Concentrando però l’attenzione sul metodo di calcolo contributivo (se i periodi da riscattare sono cioè collocati temporalmente dopo il 31.12.1995) che in base alla riforma Fornero dal 1° gennaio 2012 costituisce per i periodi contributivi da tale data decorrenti il “riferimento” per tutte le categorie di lavoratori, l’onere del riscatto laurea è determinato applicando l’aliquota contributiva in vigore alla data  di presentazione della domanda di riscatto, nella misura prevista per il versamento della contribuzione obbligatoria dovuta alla gestione pensionistica dove opera il riscatto stesso (per i lavoratori dipendenti il 33 per cento, per i lavoratori autonomi il 22,65 per cento e per gli iscritti alla gestione separata dell’Inps il 30,72 per cento, essendosi determinato nel 2015 un incremento di ben 3 punti percentuali dal precedente 27,72 per cento), applicata sulla retribuzione assoggettata a contribuzione “nei dodici mesi meno remoti rispetto alla data della domanda” ed è rapportata al periodo oggetto di riscatto.

Nel caso di un lavoratore dipendente con reddito pari a 20.000 € che riscatti un corso di laurea di 4 anni l’onere sarebbe allora a pari a 26.400.

Va evidenziato poi come per le domande di riscatto presentate a decorrere dal 1° gennaio 2008 il contributo, indipendentemente dalla collocazione temporale dei periodi del corso di laurea, può essere versato in unica soluzione o in 120 rate mensili senza l’applicazione di interessi per la rateizzazione (nel caso in specie la rateizzazione su orizzonte decennale sarebbe pari allora a 2.640 € annui). E’ possibile però estinguere il debito anche in un numero minore di rate e comunque senza applicazione di interessi.

Profilo di sicuro interesse è rappresentato anche dalla circostanza per cui possono riscattare la laurea anche i soggetti non iscritti ad alcuna forma obbligatoria di previdenza che non abbiano iniziato l’attività lavorativa in Italia o all’estero.
In questa fattispecie il costo da sostenere per il riscatto è costituito dal versamento di un contributo per ogni anno da riscattare, pari al livello minimo imponibile annuo degli artigiani e commercianti moltiplicato per l’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche dell’assicurazione generale obbligatoria (vigente nell’anno di presentazione della domanda, quest’anno quindi il 33 per cento).

Nella valutazione di convenienza va sicuramente inserita la componente fiscale dal momento che il contributo per il riscatto della laurea è fiscalmente deducibile dall’interessato.
Nel caso in cui il richiedente non abbia invece un reddito personale, il contributo è detraibile nella misura del 19 per cento dell’importo stesso dall’imposta dovuta dai soggetti nei confronti dei quali l’interessato risulti fiscalmente a carico. Traducendo la casistica quindi nel concreto, si prospetta anche per il riscatto laurea la possibilità che i genitori interpretino un “ruolo previdenziale”, finanziando il riscatto laurea dei figli usufruendo della relativa detrazione.

Le possibili considerazioni
L’obiettivo previdenziale del riscatto laurea è quello di convertire gli anni di studio in anni di lavoro a fini pensionistici.
I contributi versati assumono quindi una duplice valenza, sia ai fini del raggiungimento anticipato del diritto alla pensione sia per incrementare l’importo della pensione stessa. In un metodo di calcolo come quello contributivo assimilabile ad una sorta di “salvadanaio virtuale”, un monte contributivo più elevato determina nei fatti una “ragionevole” speranza di percepire al raggiungimento dell’età pensionabile una prestazione pensionistica più elevata.

Quali sono i “rischi” previdenziali dell’operazione?
Sono essenzialmente di due tipi.
In primo luogo com’è noto il metodo di calcolo contributivo rivaluta i contributi versati in base all’andamento del Prodotto Interno Lordo degli ultimi cinque anni, ragion per cui il riscatto laurea determina “di fatto” l’esposizione all’alea legata all’andamento economico del nostro Paese, rischio concreto come testimoniato dal “casus belli” dello scorso anno in cui per la prima volta dall’entrata in vigore della riforma Dini il coefficiente di rivalutazione è risultato negativo.
Vi è poi un rischio per dir così “politico” individuabile in un eventuale mutamento delle regole previdenziali di riferimento, particolarmente sentito in un ordinamento come il nostro caratterizzato da un ciclo ininterrotto di riforme. Esiste storicamente anche un precedente poi inattuato ma che “lasciò” il segno psicologico nei cittadini quando nel varo del decreto Salva Italia da parte del Governo Monti, ci fu la proposta poi cancellata di considerare il riscatto della laurea solo ai fini del calcolo della prestazione e non per allungare l’anzianità contributiva e quindi andare in pensione prima.

Diventa allora interessante valutare anche la possibilità, aggiuntiva nel “migliore dei mondi possibile” come nel Candido di Voltaire o alternativa, più verosimilmente, di incrementare la propria posizione di previdenza complementare.
Essendo i fondi pensione strutturati finanziariamente sul meccanismo della capitalizzazione si ripartisce in maniera più efficace il proprio rischio previdenziale investendo sui mercati finanziari ponendosi in una normativa differente rispetto a quella del sistema obbligatorio (per onestà intellettuale va comunque sottolineato come anche la previdenza complementare può essere oggetto di cambiamento di regole “nel durante” come verificatosi di recente con la Legge di Stabilità che ha incrementato l’aliquota sui rendimenti al 20 per cento rispetto al precedente 11 per cento).

La diversificazione del rischio va apprezzata per esempio nella possibilità di accedere ad anticipazioni nelle forme pensionistiche complementari (per spese sanitarie di particolare gravità da subito fino al 75 per cento della posizione individuale, dopo 8 anni per acquisto e ristrutturazione prima casa per se o per i figli fino al 75 per cento o fino al 30 per cento sempre dopo 8 anni per eventuali ulteriori esigenze), possibilità non contemplata nel sistema obbligatorio.

Va presa in considerazione anche la componente fiscale. Nel caso in cui colui che riscatta la laurea sia il diretto interessato si configura la fattispecie di una sostanziale neutralità fiscale dal momento che sia i contributi da riscatto che i contributi a previdenza complementare sono deducibili (sia pure entro il “tetto” annuo dei 5.164,57 €). Nella eventualità invece in cui sia il genitore che supporti il figlio/figlia nel riscatto va rimarcato come di fronte ad una detraibilità con aliquota del 19 per cento si contrapponga invece un beneficio in termini di deducibilità sia pure “cumulata” entro i 5.164,57 euro annui in caso di eventuale adesione a fondo pensione da parte del familiare a carico.

Considerando poi la tassazione delle prestazioni previdenziali nel caso della previdenza di base ci si colloca in tassazione ordinaria progressiva mentre la rendita integrativa è soggetta ad imposta sostitutiva del 15 per cento che si riduce dello 0,30 per ogni anno di durata superiore al quindicesimo con un minimo del 9.

Non esiste allora una scelta standard da assumere, è la considerazione di sintesi, ma una serie di considerazioni “soggettive” da calare in una attenta analisi costi/benefici condotta non solo in termini strettamente monetari ma anche psicologici per individuare ad esempio quale sia, ed a quale costo, l’“asticella” del pensionamento che si intende raggiungere sia in termini di età di uscita che di “quantum” pensionistico e in quale ripartizione (previdenza obbligatoria versus previdenza complementare).

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