Diritto

Risarcimento del danno per licenziamento illegittimo: come si calcola la retribuzione globale di fatto?

Risarcimento del danno per licenziamento illegittimo: come si calcola la retribuzione globale di fatto?
La retribuzione globale di fatto spettante al lavoratore in caso di licenziamento dichiarato illegittimo deve essere commisurata a quella che il lavoratore avrebbe percepito se avesse lavorato, ad eccezione di quei compensi solo eventuali e di cui non sia certa la percezione, nonché di quelli legati a particolari modalità di svolgimento della prestazione ed aventi normalmente carattere eventuale, occasionale o eccezionale

La retribuzione globale di fatto spettante al lavoratore in caso di licenziamento dichiarato illegittimo deve essere commisurata a quella che il lavoratore avrebbe percepito se avesse lavorato, ad eccezione di quei compensi solo eventuali e di cui non sia certa la percezione, nonché di quelli legati a particolari modalità di svolgimento della prestazione ed aventi normalmente carattere eventuale, occasionale o eccezionale. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 15066 del 17 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Genova, confermando la statuizione del giudice di primo grado, dichiarava l’illegittimità del licenziamento inflitto da una società al proprio lavoratore, con le conseguenti condanne, reintegratoria e risarcitoria.

In particolare, la società aveva contestato al lavoratore di aver concorso nella costituzione di un sistema commerciale illecito, consistente nella vendita di una “piattaforma informatica» da parte di B. s.r.l. alla società N.T./K. e poi da tale società a T., datrice di lavoro. Questa a sua volta aveva rivenduto la medesima piattaforma a B. s.r.l., con rischio di insolvenza ad esclusivo carico di T. Rischio poi trasformatosi in danno, a causa dell’inadempimento della società B.

La Corte d’Appello negava la responsabilità disciplinare, addebitata al lavoratore sulla base dell’art. 48, parte A, comma 2, lett. c), c.c.n.l., che sanzionava con il licenziamento senza preavviso le negligenze gravi, produttive di danni rilevanti al patrimonio dell’azienda. La datrice di lavoro non aveva infatti provato la conoscenza, da parte del lavoratore, della società B., ben nota per contro solo agli organi della società N.T./K., e quindi non aveva provato l’intenzione fraudolenta del suo dipendente, ossia l’obiettivo di conseguire un premio aziendale connesso a certi obiettivi di vendita.

L’amministratore delegato della società N.T./K. aveva dichiarato che l’operazione era stata proposta dalla “rete vendita della T.”, senza nulla chiarire circa la posizione del dipendente.

In definitiva rimaneva priva di riscontri obiettivi l’incolpazione disciplinare, secondo cui il dipendente era verosimilmente a conoscenza delle dette pratiche commerciali illecite, le quali erano state compiute da suoi superiori gerarchici, avendo egli sottoscritto i contratti di acquisto e di vendita quale capo area, ma non aveva svolto le trattative né l’accertamento della solvibilità della società B.

Dichiarato illegittimo il licenziamento, doveva applicarsi la tutela reale di cui all’art. 18 della legge n. 300/70.

Nella retribuzione globale di fatto, che la società T. doveva pagare a titolo di risarcimento del danno al lavoratore licenziato ai sensi dello stesso art. 18, doveva essere inclusa la voce “incentivo venditori“, sempre corrisposta nel periodo precedente il licenziamento.

Contro questa sentenza proponeva ricorso per cassazione la società datrice di lavoro, in particolare sostenendo, per quanto qui di interesse, l’erroneità della decisione a causa dell’inclusione, nella retribuzione globale di fatto su cui era commisurato il danno da risarcire al lavoratore licenziato, della voce “incentivo venditori”. Questo spettava eventualmente ai soli lavoratori presenti in azienda, in relazione agli utili da loro prodotti, e perciò non anche all’attuale ricorrente, assente dopo il licenziamento.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dalla società. Sul punto, osservano gli Ermellini come erroneamente la Corte di merito, pur dando atto che la voce “incentivo venditori” facesse parte della “retribuzione variabile“, abbia ritenuto che tale emolumento dovesse essere incluso nella retribuzione globale di fatto da corrispondere al dipendente, atteso che dai documenti prodotti risultava la sua erogazione negli anni precedenti il licenziamento, onde non v’era ragione per ritenere, “sulla scorta dei criteri adottati dalla società per l’elaborazione del piano incentivi”, che anche negli anni successivi il dipendente non avrebbe raggiunto gli obiettivi che giustificano la voce in questione.

Senonchè, al contrario, secondo la costante giurisprudenza della Suprema Corte, la retribuzione globale di fatto spettante al lavoratore in caso di licenziamento dichiarato illegittimo ex art. 18 della legge n. 300/70, deve essere commisurata a quella che il lavoratore avrebbe percepito se avesse lavorato, ad eccezione di quei compensi solo eventuali e di cui non sia certa la percezione, nonché di quelli legati a particolari modalità di svolgimento della prestazione ed aventi normalmente carattere eventuale, occasionale o eccezionale.

Orbene, nel caso di specie i giudici hanno errato nell’includere nella retribuzione globale di fatto anche la voce “incentivo venditori”, sulla presunzione che anche negli “anni successivi” il dipendente avrebbe raggiunto gli obiettivi collegati al “piano incentivi”.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 15066/2015

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