Lavoro

Riprese in azienda per fini specifici

Riprese in azienda per fini specifici
Il datore di lavoro può effettuare videoriprese in ambito lavorativo e filmare eventualmente anche i dipendenti, ma solo per finalità organizzative o per esigenze di sicurezza sul lavoro o produttive. Non può, invece, riprenderli per controllare a distanza, specificatamente, la loro prestazione lavorativa

Il datore di lavoro può effettuare videoriprese in ambito lavorativo e filmare eventualmente anche i dipendenti, ma solo per finalità organizzative o per esigenze di sicurezza sul lavoro o produttive. Non può, invece, riprenderli per controllare a distanza, specificatamente, la loro prestazione lavorativa.
È questo, in sintesi, il principio giuridico generale che si applica ai controlli a distanza. Un settore che rappresenta una fonte consistente di contenzioso e che potrebbe essere riformato in base alla legge delega sul lavoro appena approvata dal Parlamento, che - comunque – prevede la possibilità di controlli sugli impianti e sugli strumenti di lavoro, e non direttamente sui lavoratori. Per il momento, i controlli a distanza sono regolati dallo Statuto dei lavoratori (legge n. 300/1970, articolo 4) e in norme diverse del codice sulla privacy (D.Lgs. n. 196/2003). Sul fronte della privacy, in particolare, bisogna tenere presenti le regole sulle modalità di trattamento dei dati (art. 11 del D.Lgs. n. 196/2003) e quelle dettate dal Provvedimento del 2010 del Garante (su informativa, orientamento delle telecamere, soggetti abilitati al trattamento). Vediamo, inoltre, quali sono i paletti fissati dalla giurisprudenza sulle videoriprese dei lavoratori.

Il datore, come anticipato, non può realizzare videoriprese finalizzate al controllo dell’esecuzione dell’attività lavorativa. La ragione del principio è abbastanza chiara: riprendere il dipendente per verificarne la normale attività lavorativa significa lederne, pesantemente, la dignità personale.
La formula utilizzata dalla legge («impianti audiovisivi») è peraltro generica e proprio per questo efficace, a distanza di quasi quarantacinque anni dall’emanazione dello Statuto dei lavoratori, a comprendere, nel divieto, ogni moderno strumento di ripresa.

Ciò non significa che sia precluso, assolutamente, al datore l’impiego in azienda di sistemi di ripresa dei dipendenti: quando il fine diretto dell’impianto non è il monitoraggio dell’attività lavorativa in sé del lavoratore, ma c’è un altro scopo (menzionato al comma 2 dell’art. 4 della legge n. 300/1970), il datore ha facoltà di videosorvegliare.

Le videoriprese sono lecite, dunque, se rispondono a esigenze:

  • organizzative;
  • produttive;
  • di sicurezza del lavoro.

Un esempio di esigenza organizzativa può essere una videoripresa che controlli il flusso e il deflusso dei clienti. Risponderebbe a un’esigenza produttiva, invece, il controllo di un importante impianto, il cui malfunzionamento possa determinare conseguenze sulla produzione aziendale. Un esempio di esigenza legata alla sicurezza del lavoro è invece la ripresa su un sito aziendale pericoloso per la salute o su una barriera da non superare.
In queste ipotesi, la videoripresa è, almeno in linea di massima, lecita, nonostante possa finire per riprendere dipendenti. Si può, tuttavia, anche determinare un controllo a distanza dell’attività dei lavoratori: l’art. 4, perciò, subordina la liceità di queste forme di controllo al rispetto di una procedura ad hoc. L’art. 4 della legge n. 300/1970, peraltro, è richiamato all’art. 114 del Codice Privacy, che, in un certo modo, conferma e rafforza la disciplina prevista dallo Statuto.

La giurisprudenza, infine, ritiene lecite le riprese su lavoratori anche per comprovare la loro «infedeltà» (si veda la sentenza n. 20722/2012 della Cassazione penale). Un esempio è quello del dipendente su cui vi siano gravi indizi di furti in azienda: in questo caso, secondo i giudici, il controllo è lecito perché non riguarda la normale attività del lavoratore, ma sue condotte illecite e contrarie al dovere di collaborazione.
Per svolgere lecitamente queste riprese ed evitare al contempo di incorrere in reati, quali le interferenze illecite nella vita privata (articolo 615-bis del codice penale), il datore, però, necessita di un avvocato, che interviene in base all’articolo 391-nonies del codice di procedura penale, per svolgere investigazioni difensive.

LE SENTENZE DELLA CASSAZIONE
L’accordo con i sindacati
Serve il via libera preventivo
Il titolare di un ristorante è condannato per avere impiantato telecamere in vari spazi del proprio locale (direzione, sala di ristorazione, cucina e corridoio) senza rispettare la procedura prevista dalla legge n. 300/1970. La Cassazione conferma la legittimità della sentenza stabilendo che la procedura dell’art. 4 va rispettata anche quando il controllo non è occulto, perché l’essenza della sanzione sta nell’uso degli impianti audiovisivi senza l’accordo preventivo con le parti sociali.
Cassazione, terza sezione penale, sentenza 17027 del 17 aprile 2014

Telecamere spente
Illecito anche il sistema inattivo
Il legale rappresentante di una società di supermercati è condannato per l’installazione in azienda di telecamere senza l’accordo con le rappresentanze sindacali o l’autorizzazione dell’ufficio del Lavoro. Ricorre in Cassazione sostenendo che l’impianto non potesse ledere diritti dei lavoratori perché non messo in funzione. La Cassazione rigetta il ricorso stabilendo che l’art. 4 della legge n. 300/11970 sanziona l’installazione, prescindendo dal suo utilizzo.
Cassazione, terza sezione penale, sentenza 4331 del 30 gennaio 2014

Il sì dei lavoratori
Approvazione all’unanimità
Un datore è condannato per il mancato rispetto della procedura di legge sulle videoriprese. Ricorre in Cassazione sostenendo che non si tratta di controllo illecito dei dipendenti, avendo ottenuto, prima dell’installazione, il loro consenso unanime. La Cassazione gli dà ragione stabilendo che non si può ignorare l’assenso di tutti i dipendenti: il consenso validamente prestato dal titolare del bene protetto esclude l’integrazione dell’illecito.
Cassazione, terza sezione penale, sentenza 22611 dell’11 giugno 2012

Le finalità
Ammessa la tutela del patrimonio
Sul licenziamento del dipendente di una società porta-valori ripreso a rubare, la Cassazione diche che:
– la tutela del patrimonio aziendale è finalità lecita di ripresa;
– l’autorizzazione serve se le riprese consentono controlli anche sulle prestazioni lavorative;
– non si ha violazione di legge se l’impianto è autorizzato e l’uso delle riprese come prova riguarda le esigenze di tutela alla base di installazione dell’impianto.
Cassazione, sezione lavoro, sentenza 6498 del 22 marzo 2011

L’utilizzo
Sì alle riprese di condotte infedeli
Una cassiera è condannata per essersi appropriata di denaro in un bar. Ricorre in Cassazione, sostenendo l’inutilizzabilità delle riprese perché in violazione dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori. La Cassazione rigetta il ricorso, confermando che i controlli attivati dal datore di lavoro su un dipendente infedele sono legittimi, perché il comportamento lavorativo illecito esula dalla specifica attività di lavoro, realizzando un attentato al patrimonio dell’azienda.
Cassazione, sezione penale, sentenza 20722 del 1° giugno 2010

Il non datore
Il controllo di dipendenti altrui
I dipendenti di una società di sorveglianza sono filmati da un’azienda cliente mentre si introducono, fuori dal lavoro, nei suoi locali e sono licenziati. Fanno ricorso, sostenendo che la prova è frutto di un controllo a distanza in violazione dell’art. 4 della legge n. 300/1970. La Corte di merito dà loro torto. La Cassazione conferma la sentenza, stabilendo che i controlli attivati da società terza nei propri locali (e non dal datore dei licenziati) non configurano violazione dell’art. 4.
Cassazione, sezione lavoro, sentenza 2117 del 28 gennaio 2011

Un Commento

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