Diritto

Rifiuto di esibire documenti alla Guardia di Finanza: preclusa al contribuente la produzione in giudizio

Rifiuto di esibire documenti alla Guardia di Finanza: preclusa al contribuente la produzione in giudizio
Il contribuente che, durante l’accesso dei verificatori, si è rifiutato dolosamente di consegnare ed esibire la documentazione richiesta dagli accertatori, non potrà presentare la medesima documentazione per la prima volta solo in giudizio. Ciò a patto che la richiesta dell’Amministrazione durante l’accesso fosse specifica ed adeguata

Il contribuente che, durante l’accesso dei verificatori, si è rifiutato dolosamente di consegnare ed esibire la documentazione richiesta dagli accertatori, non potrà presentare la medesima documentazione per la prima volta solo in giudizio. Ciò a patto che la richiesta dell’Amministrazione durante l’accesso fosse specifica ed adeguata. E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8539 depositata l’11 aprile 2014.

IL FATTO

Ad una società, esercente attività di vendita di accessori per computer ed articoli per ufficio, veniva notificato un avviso di accertamento ai fini IRPEG ed IRAP. L’atto impositivo traeva origine da una verifica effettuata dalla Guardia di Finanza, durante la quale erano stati richiesti alla contribuente alcuni documenti (schede contabili clienti e fornitori), che la stessa, per diverse ragioni, non aveva consegnato. L’Agenzia delle Entrate, quindi, procedeva con accertamento induttivo.

La società impugnava l’atto innanzi alla Commissione tributaria provinciale competente la quale respingeva il ricorso. La decisione veniva sostanzialmente confermata anche dalla CTR. In particolare, i giudici del gravame ritenevano legittimo l’accertamento induttivo operato dal’Ufficio erariale, a fronte della mancata completa esibizione da parte della contribuente dei documenti contabili nei tempi, luoghi e modi richiesti in sede di verifica e redazione del processo verbale di constatazione.

L’art. 52 del decreto IVA prevede che i libri, registri, scritture e documenti di cui è rifiutata l’esibizione non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente ai fini dell’accertamento in sede amministrativa o contenziosa. La norma precisa che per rifiuto di esibizione si intende anche la dichiarazione di non possedere i libri, registri, documenti e scritture e la sottrazione di essi alla ispezione.
A sua volta, in tema di imposte dirette, l’art. 32, commi 3 e 4, D.P.R. n. 600/1973, dispone che le notizie ed i dati non addotti e gli atti, i documenti, i libri ed i registri non esibiti o non trasmessi in risposta agli inviti dell’ufficio non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente, ai fini dell’accertamento in sede amministrativa e contenziosa. Di ciò l’ufficio deve informare il contribuente contestualmente alla richiesta.
Le cause di inutilizzabilità previste dal comma 3 non operano nei confronti del contribuente che depositi in allegato all’atto introduttivo del giudizio di primo grado in sede contenziosa le notizie, i dati, i documenti, i libri e i registri, dichiarando comunque contestualmente di non aver potuto adempiere alle richieste degli uffici per causa a lui non imputabile.
Pertanto, per superare la preclusione probatoria, il contribuente deve addurre giustificazioni in grado di evidenziare il fatto che la mancata produzione della suddetta documentazione derivi da fatti a lui non imputabili.
A ciò si aggiunga che l’art. 39, D.P.R. n. 600/1973 consente all’ufficio di procedere induttivamente alla ricostruzione del reddito quando dal verbale di verifica risulti che il contribuente non ha consegnato quanto richiesto.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

Avverso la sentenza della CTR, la società contribuente proponeva ricorso in Cassazione, lamentando, in buona sostanza, l’illegittimità dell’accertamento induttivo operato dall’Amministrazione. Infatti, la mancata esibizione dei documenti contabili richiesti non era dipesa da una volontà dolosa della società.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8539, depositata l’11 aprile 2014, ha respinto il ricorso della contribuente, condannandola altresì al pagamento delle spese processuali.

I Supremi giudici hanno preliminarmente richiamato la pronuncia delle Sezioni Unite (n. 45/2000) nella quale è stato affermato il principio di diritto per cui – affinché la dichiarazione, resa dal contribuente nel corso di un accesso, di non possedere i documenti richiesti dai verificatori, determini la preclusione della produzione degli stessi in una fase successiva (e che quindi possano essere presi in considerazione in sede contenziosa) – la norma esige, oltre che la coscienza e la volontà della dichiarazione di rifiuto, anche l’intenzione del contribuente di impedire che l’accertatore proceda, in sede e nel corso dell’accesso, all’ispezione del documento.

Al contrario, dunque, non integrano i presupposti per la citata preclusione le dichiarazioni rilasciate dal contribuente in ordine all’indisponibilità della documentazione quando queste corrispondano al vero e dipendano da forza maggiore o caso fortuito (furti, smarrimenti, dispersione per calamità, etc). Non è sufficiente, dunque, la colpa per far scattare la preclusione ma è necessario il dolo da parte del contribuente.

La Corte richiama due ulteriori pronunce. La prima (n. 16536/2010) stabiliva che la predetta preclusione deve essere interpretata in coerenza e alla luce dei principi dettati dagli articoli 24 e 53 Cost., in modo che la sua applicazione non comprima il diritto di difesa del contribuente. Quest’ultimo, per essere sanzionato, deve aver tenuto un comportamento diretto a sottrarsi alla prova e, dunque, tale da far dubitare della genuinità dei documenti che emergano solo nel corso del giudizio. La seconda (n. 1344/2010) precisava che in ogni caso la norma trova applicazione solo in presenza di una specifica richiesta o ricerca da parte dell’Amministrazione e che il divieto di utilizzazione dei documenti non prodotti va letto alla luce del principio di collaborazione e buona fede, enunciato nell’art. 10 dello Statuto.

Ne consegue che se da un lato, l’Amministrazione deve formulare una richiesta di informazioni e documenti specifica ed adeguata, dall’altro il contribuente deve assumere un comportamento collaborativo e trasparente e consegnare quanto possibile.
Nella specie, la Cassazione ha confermato la legittimità dell’accertamento induttivo dell’Ufficio, poiché la richiesta avanzata in sede di verifica era precisa (schede contabili, il cui obbligo di conservazione, tra l’altro, è espressamente previsto dalla norma) ed il contribuente non ha dimostrato di averne omesso la consegna per cause a lui non imputabili. Vi è stata, dunque, una condotta della società intenzionalmente rivolta a sottrarre parte della documentazione richiesta in sede ispettiva all’esame degli accertatori.

Da qui il rigetto del ricorso e la conferma della pretesa erariale.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 8539/2014

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