Diritto

Ricongiungimento familiare: evita l’espulsione solo chi convive con il coniuge

L'extracomunitario che intende opporsi al decreto di espulsione deve dimostrare non solo di essere coniugato con un cittadino di nazionalità italiana, ma anche che la convivenza con il coniuge è concreta e effettiva
L’extracomunitario che intende opporsi al decreto di espulsione deve dimostrare non solo di essere coniugato con un cittadino di nazionalità italiana, ma anche che la convivenza con il coniuge è concreta e effettiva

È necessaria la convivenza con il coniuge per ottenere il ricongiungimento familiare ed evitare così l’espulsione del clandestino. Lo precisa la prima sezione penale della Cassazione con la sentenza 7912 depositata lo scorso 18 febbraio.
La vicenda vede coinvolto un cittadino albanese condannato con giudizio abbreviato alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione per immigrazione clandestina. L’uomo, già in precedenza espulso con accompagnamento alla frontiera, aveva fatto rientro in Italia senza l’autorizzazione del ministro dell’Interno. In seguito, fermato dagli agenti della Questura, l’albanese aveva cercato di giustificare la sua presenza in Italia con il motivo di ricongiungersi alla moglie, una cittadina italiana con la quale aveva contratto matrimonio in Albania pochi mesi prima. In precedenza, l’extracomunitario era stato già investito da due provvedimenti di espulsione con contestuale divieto di ingresso per dieci anni, l’ultimo dei quali era stato violato con l’illegale rientro nel territorio italiano per ufficializzare il matrimonio con la moglie presso gli uffici comunali del Paese dove dimorava.
La corte d’appello ha respinto la richiesta di assoluzione avanzata dal pubblico ministero e dal difensore dell’extracomunitario, ritenendo che non si poteva invocare il ricongiungimento familiare poiché non giustificato da alcun visto di ingresso per motivi familiari e, soprattutto, perché non vi era la prova della convivenza con la moglie. Dall’istruttoria era infatti emerso che l’uomo viveva con il fratello in un comune diverso da quello di residenza della moglie.
La vicenda è così giunta in Cassazione che, rigettando il ricorso, ha affermato che il matrimonio con una cittadina italiana contratto in Albania dopo la terza espulsione non giustifica il rientro in Italia dello straniero senza alcuna autorizzazione. Questo perché è necessario l’ulteriore presupposto della convivenza con il coniuge, come si ricava dal sistema legislativo e dall’esigenza di evitare matrimoni solo formali, strumentali a ottenere il permesso di soggiorno. Infine, conclude la sentenza, la condotta di reingresso, senza autorizzazione, nel territorio dello Stato del cittadino extracomunitario, già destinatario di un provvedimento di rimpatrio, ha conservato rilevanza penale anche dopo la direttiva dell’Unione Europea 2008/115/CE del 16/12/2008 e la pronuncia della Corte di giustizia C-61/11 del 28 aprile 2011, perché i principi affermati sulle modalità di rimpatrio non possono assumere rilievo per valutare la condotta di reingresso in assenza di autorizzazione.
Nella medesima direzione si pone l’ordinanza 15294 del 12 settembre 2012 in cui la Cassazione ha affermato che deve essere accertata la convivenza tra i coniugi per il rilascio del permesso di soggiorno allo straniero. In sostanza, l’extracomunitario che intende opporsi al decreto di espulsione deve dimostrare non solo di essere coniugato con un cittadino di nazionalità italiana, ma anche che la convivenza con il coniuge è concreta e effettiva. Questo per evitare un uso strumentale della norma di salvaguardia (articolo 19, comma 2, lettera c, del decreto legislativo 286/98). Il caso riguardava una cittadina marocchina, sposata con un cittadino italiano, che aveva la residenza in una casa abbandonata da tempo. La Corte ha rigettato la domanda della donna poiché il marito aveva già presentato le carte per la separazione e aveva trasferito la sua residenza in un’altra città.

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