Diritto

Rettifica del reddito della società e imputazione ai soci: cause da riunire

Rettifica del reddito della società e imputazione ai soci: cause da riunire
Da riunire in cassazione le cause separate relative alla rettifica del reddito della società di persone e all’imputazione ai singoli soci, pur se non tutti contraddittori

Nel processo di cassazione, in presenza di cause decise separatamente nel merito e relative, rispettivamente, alla rettifica del reddito di una società di persone e alla conseguente automatica imputazione dei redditi stessi a ciascun socio, non va dichiarata la nullità per essere stati i giudizi celebrati senza la partecipazione di tutti i litisconsorti necessari (società e soci) in violazione del principio del contraddittorio, ma va disposta la riunione quando la complessiva fattispecie, oltre che dalla piena consapevolezza di ciascuna parte processuale dell’esistenza e del contenuto dell’atto impositivo notificato alle altre parti e delle difese processuali svolte dalle stesse, sia caratterizzata dall’identità oggettiva della causa petendi dei ricorsi, dalla simultanea proposizione degli stessi, dalla simultanea trattazione dei processi innanzi ai giudici del merito e dall’identità sostanziale delle decisioni adottate da tali giudici. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 3309 del 19 febbraio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato da una società nei confronti dell’Agenzia delle Entrate. Il legale rappresentante di una S.n.c., quale socio della medesima società, impugnava la sentenza che ha rigettato l’appello proposto dalla parte contribuente contro l’avviso di accertamento relativo a IVA per l’anno 2007.

La CTR rilevava che la parte contribuente non aveva fornito la prova dell’esistenza del plafond necessario per operare gli acquisti in esenzione IVA. Peraltro, faceva ormai stato nei confronti della società contribuente il giudicato formatosi nei confronti del socio per effetto della sentenza resa dalla CTP sul medesimo accertamento, non impugnata. Affermava ancora l’assorbimento di ogni altra questione.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la società, in particolare eccependo la nullità della sentenza emessa nei confronti della società senza la partecipazione al giudizio dei soci, aggiungendo che su tale questione il giudice di appello, benchè formalmente investito, non si era pronunziato. Con separato ricorso, altre due socie hanno impugnato la sentenza resa dalla CTR, che ha rigettato l’appello proposto dalle contribuenti avverso la decisione della CTP con la quale era stata confermata la legittimità dell’avviso di accertamento emesso per IVA relativa all’anno 2007 a carico della società e dei soci.

Secondo la CTR il socio di una società in nome collettivo risponde illimitatamente delle obbligazioni sociali. E poichè era risultato che la società contribuente non aveva i requisiti di esportatore abituale nè poteva beneficiare, in mancanza di prova documentale dell’esistenza del necessario plafond, della non imponibilità delle operazioni svolte sul territorio nazionale, l’atto impugnato era da considerare sufficientemente motivato, rimanendo assorbita ogni altra ulteriore deduzione, eccezione o richiesta.

Ricorrendo in cassazione le stesse rappresentano di avere, già in fase di appello, dedotto la disintegrità del contraddittorio, vertendosi in materia di impugnazione di provvedimento emesso nei confronti di società di persone, rispetto al quale il giudizio di primo grado non era stato celebrato nei confronti di tutti i soci e della società. Evidenziano che su tale doglianza il giudice di appello avrebbe dovuto dichiarare la nullità della sentenza di primo grado e rimettere gli atti alla CTP.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto sia il ricorso della società contribuente che delle socie. Sul punto, va ricordato che le Sezioni Unite della Cassazione hanno affermato che l’unitarietà dell’accertamento che è alla base della rettifica delle dichiarazioni dei redditi delle società di persone e delle associazioni di cui all’art. 5 TUIR e dei soci delle stesse e la conseguente automatica imputazione dei redditi a ciascun socio, proporzionalmente alla quota di partecipazione agli utili ed indipendentemente dalla percezione degli stessi, comporta che il ricorso tributario proposto, anche avverso un solo avviso di rettifica, da uno dei soci o dalla società riguarda inscindibilmente sia la società che tutti i soci – salvo il caso in cui questi prospettino questioni personali – sicchè tutti questi soggetti devono essere parte dello stesso procedimento e la controversia non può essere decisa limitatamente ad alcuni soltanto di essi; siffatta controversia, infatti, non ha ad oggetto una singola posizione debitoria del o dei ricorrenti, bensì gli elementi comuni della fattispecie costitutiva dell’obbligazione dedotta nell’atto autoritativo impugnato, con conseguente configurabilità di un caso di litisconsorzio necessario originario.

Purtuttavia ciò non significa che il ricorso proposto anche da uno soltanto dei soggetti interessati impone l’integrazione del contraddittorio e che, quindi, il giudizio celebrato senza la partecipazione di tutti i litisconsorzi necessari è affetto da nullità assoluta, rilevabile in ogni stato e grado del procedimento, anche di ufficio. Sul punto, infatti, si è osservato da parte delle stesse Sezioni Unite che il rispetto del diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo (derivante dall’art. 111, comma 2, Cost. e dagli articoli 6 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali) impone al giudice (ai sensi degli articoli 175 e 127 c.p.c.) di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, tra i quali rientrano certamente quelli che si traducono in un inutile dispendio di attività processuali e formalità superflue perché non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio, espresso dall’art. 101 cod. proc. civ., da effettive garanzie di difesa (art. 24 Cost.) e dal diritto alla partecipazione al processo in condizioni di parità (art. 111, comma 2, Cost.), dei soggetti nella cui sfera giuridica l’atto finale è destinato ad esplicare i suoi effetti.

Orbene, facendo applicazione di tale principio in materia tributaria, la Cassazione, con la sentenza in commento, ha ritenuto che la ricomposizione dell’unicità della causa attua il diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo, evitando che con la (altrimenti necessaria) declaratoria di nullità ed il conseguente rinvio al giudice di merito, si determini un inutile dispendio di energie processuali per conseguire l’osservanza di formalità superflue, perché non giustificate dalla necessità di salvaguardare il rispetto effettivo del principio del contraddittorio.

Nel caso in cui il ricorso della società e quello dei soci si fondino sulla stessa causa petendi, attingano il medesimo accertamento, siano stati trattati contestualmente nelle fasi di merito sia in primo che in secondo grado e siano stati decisi dai giudici di merito con sentenze in buona parte identiche, non va dichiarata la nullità dei pregressi gradi di giudizio (nè, di conseguenza, vanno rimesse le cause al giudice di primo grado), perchè tale provvedimento conseguirebbe unicamente l’effetto di ritardare la decisione della controversia, essendosi ormai ricomposta l’unicità della causa innanzi al giudice di legittimità per effetto della riunione delle cause.
Corte di Cassazione – Ordinanza N. 3309/2015

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