Diritto

Residenza in paradiso fiscale: non sempre è dovuta l’IRAP

Residenza in paradiso fiscale: non sempre è dovuta l’IRAP
Il giudice del merito non può desumere l’esistenza di una stabile organizzazione dal solo fatto che il contribuente, nella specie un noto sportivo professionista, disponga di contatti con società estere per la cura e l’immagine dell’attività agonistica: nel caso in esame l’IRAP non è dovuta

Ai fini dell’IRAP, l’esistenza di una stabile organizzazione non discende dal solo fatto che il contribuente, uno sportivo professionista, disponga di contatti con società estere per la cura e l’immagine dell’attività agonistica. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 961 del 21 gennaio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna rigettava l’appello del contribuente contro la sentenza di primo grado che aveva confermato il recupero a tassazione diretta e indiretta (IVA) per l’anno 2003, a carico del corridore motociclistico.
Sul piano della relazione domiciliare con una villa presa in locazione in un Comune italiano, paese dove il ricorrente viveva prima di diventare professionista, la decisione ripercorreva le medesime vicende circolatorie e societarie esaminate in precedenti decisioni. Rilevava che il pilota, anagraficamente residente nel Principato di Monaco, aveva in realtà mantenuto domicilio in Italia avendo rilevato in locazione da società olandese, gerente la sua immagine e attività sportiva, un immobile di prestigio acquistato con l’interessamento della madre, da società controllata monegasca, fiscalmente rappresentata in Italia dalla nonna dello stesso contribuente. Osservava, inoltre, che l’utenza elettrica della villa era intestata allo stesso sportivo il quale manteneva in Italia continui contatti con familiari, tifosi e media e che l’intrecciarsi di rapporti economici e familiari attorno a lui e altre società estere andava ricondotto alla volontà del contribuente di conservare la relazione domiciliare in Italia e i benefici derivanti dalla residenza fiscale in Stato a fiscalità privilegiata.
Inoltre per i giudici del merito i pagamenti delle utenze, di alcune imposte (ICI), di contratti per eventi da tenere in Italia e l’utilizzo di un manager italiano, rappresentavano elementi che facevano ritenere che la sua presenza in Italia, come residente, fosse evidente.

Avverso la sentenza sfavorevole dei giudici del merito l’ex motociclista professionista ricorreva in Cassazione.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha ritenuto infondate quasi tutte le motivazioni dell’ex motociclista. La Suprema Corte, tuttavia, si è soffermata sulla questione legata all’IRAP.
Va rilevato che la sentenza è molto articolata e complessa anche perché il ricorso dei difensori del professionista si basava su diciotto motivi.
Nel ricorso in Cassazione il ricorrente lamenta in particolare che – per ritenere sussistenti i presupposti applicativi dell’IRAP – il giudice d’appello avrebbe dovuto dimostrare l’esistenza in Italia anche di un’autonoma e stabile organizzazione, facente capo al ricorrente stesso.

Per i giudici di legittimità le osservazioni del ricorrente sono fondate.
Pronunziandosi su similari rapporti tra IRAP e attività artistiche, la Corte di Cassazione ha già affermato che il giudice di merito non può desumere l’esistenza di un’autonoma organizzazione dal solo fatto che l’esercente un’attività artistica disponga di un agente e stipuli contratti con una società organizzatrice di spettacoli, senza estendere l’accertamento alla natura, ossia alla struttura ed alla funzione, dei due rapporti giuridici e senza prendere in esame le prove fornite dal contribuente.
Considerazioni analoghe devono farsi riguardo alla posizione di uno sportivo che dispone di contatti con società estere per la cura dell’immagine e dell’attività agonistica e che, per loro tramite, stipula contratti con sponsor e scuderie, il che non pare di per sé stesso sufficiente a dimostrare che il contribuente svolga la propria attività agonistica, attraverso forme di organizzazione propria.

Per la Corte di Cassazione, dunque, la decisione dei giudici di appello – essendosi discostata dai criteri regolativi indicati nel condiviso orientamento della giurisprudenza di legittimità – deve essere cassata sul punto. Sarà compito del giudice di merito, osserva la Corte di Cassazione, procedere in sede di rinvio a specifico e motivato esame e ad accurata rilevazione e valutazione del materiale probatorio versato in atti dalle parti, procedendo alla deliberazione con rigorosa osservanza del principio enunciato dalla giurisprudenza della Cassazione.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 961/2015

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