Lavoro

Requisiti di pensionamento aggiornati alla speranza di vita

Requisiti di pensionamento aggiornati alla speranza di vita
Sono stati aggiornati dal Ministero dell’Economia i requisiti di pensionamento in vigore dal 2016 sulla base dell’accertamento della speranza di vita da parte dell’Istat

E’ stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 301 del 30 dicembre 2014 il Decreto del Ministero dell’Economia del 16 dicembre 2014 recante l’adeguamento dei requisiti di accesso al pensionamento agli incrementi della speranza di vita.
A decorrere dal 1° gennaio 2016, si dispone, i requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici sono ulteriormente incrementati di 4 mesi.

Il funzionamento del meccanismo
Il meccanismo, introdotto originariamente dalla manovra anticrisi del 2009, e reiteratamente confermato, è il particolare automatismo che prevede l’aggiornamento continuo e periodico dei requisiti di pensionamento.
Il via a questo nuovo meccanismo sarebbe dovuto scattare inizialmente dal 1° gennaio 2015; la legge n. 111/2011 l’aveva anticipato al 2013 (l’incremento accertato è stato di 3 mesi), con cadenza triennale.
La riforma Fornero, infine, ha lasciato inalterate le regole fino al 2019; per il dopo, invece, ha stabilito che l’adeguamento dovrà avere cadenza biennale e non più triennale.

Si prevede in ogni modo una “clausola di salvaguardia” in base alla quale se l’incremento delle variazioni demografiche non dovesse produrre a partire dal 2022 un’età di pensionamento almeno pari a 67 anni, essa verrà applicata per default.
La logica è quella di istituire un legame tra l’accesso ai trattamenti pensionistici e la probabilità di sopravvivenza, particolarmente importante in un Paese anziano come il nostro.

Secondo quanto evidenziato nell’Annuario statistico dell’Istat pubblicato a dicembre 2014 nel 2013 è proseguito infatti l’incremento della speranza di vita alla nascita, pari a 79,8 anni per i maschi (era 79,6 nel 2012) e 84,6 anni per le donne (era 84,4 anni nel 2012). Queste dinamiche, osserva l’Istat, rendono l’Italia uno dei Paesi più vecchi al mondo; il rapporto tra la popolazione di 65 anni e oltre e quella con meno di 15 anni raggiunge il valore di 151,4 per cento, in Europa secondo solo al valore della Germania (160,0). Il nostro sistema previdenziale allora, in caso di crescita della probabilità di longevità, procastina anche l’età di pensionamento della stessa misura. In caso, invece, di abbassamento della speranza di vita, l’età di pensionamento resta stabile (non c’è analoga diminuzione).

La efficacia dei “correttivi” automatici
Così come sottolinea la Ragioneria Generale dello Stato nelle sue Tendenze di medio–lungo periodo l’Italia, nonostante un processo di invecchiamento della popolazione fra i più accentuati, si colloca fra i Paesi europei con un rischio contenuto in termini di impatto dell’evoluzione demografico sulle finanze pubbliche. Tale risultato è stato ottenuto attraverso una doppia linea di interventi riformatori, che si è sviluppata in coerenza con le indicazioni e le raccomandazioni definite a livello europeo.
La prima ha riguardato l’introduzione del sistema di calcolo contributivo, basato sull’equivalenza attuariale fra prestazioni e contributi.
La seconda, articolata su una pluralità di interventi successivi, ha provveduto ad innalzare i requisiti minimi di età (e/o contribuzione) per il pensionamento di vecchiaia ordinario ed anticipato, in tutti i regimi pensionistici (sistema retributivo, contributivo e misto), portandoli a livelli compatibili con le condizioni di sostenibilità strutturale del sistema.

Tra i diversi motivi di “solidità”, si sottolinea, va sicuramente ricordata poi la presenza di due meccanismi di automaticità che contribuiscono a munire la architettura pensionistica di un efficace antidoto per fronteggiare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione. Il riferimento puntuale è alla revisione dei coefficienti di trasformazione (in funzione delle probabilità di sopravvivenza) e proprio all’adeguamento dei requisiti minimi per l’accesso al pensionamento alle variazioni della speranza di vita.
Va detto che la tendenza all’automatizzazione è propria dell’alveo previdenziale europeo. Alcuni Paesi, come la Svezia, la Germania, la Finlandia, il Portogallo, la Spagna, viene ricordato, hanno introdotto meccanismi di adeguamento automatico del livello delle prestazioni rispetto alle variazioni della speranza di vita. Altri ancora, come la Danimarca e la Grecia, hanno previsto meccanismi di adeguamento dei requisiti di accesso in funzione dell’allungamento della sopravvivenza. In tale contesto, l’Italia si contraddistingue in quanto i suddetti automatismi sono entrambi vigenti ed operano in modo coordinato.

I nuovi requisiti dal 2016
Quali saranno allora i nuovi requisiti di pensionamento dal 2016?
Per le pensioni anticipate saranno necessari, per gli uomini, 42 anni e dieci mesi di contributi; per le donne 41 anni e dieci mesi di contributi.
Per la pensione di vecchiaia i requisiti sono poi differenti per le donne del settore privato rispetto agli uomini e alle donne del settore pubblico (in base alla riforma Fornero l’equiparazione avverrà nel 2018).
Gli uomini, dipendenti o lavoratori autonomi, dovranno raggiungere i 66 anni e sette mesi di età. Lo stesso requisito è fissato per le donne del pubblico impiego.
Per le lavoratrici del settore privato l’aumento della speranza di vita si combina invece proprio con l’innalzamento dei minimi fissati dalla riforma previdenziale per arrivare a parificare i requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia.
Per le dipendenti del settore privato occorreranno 65 anni e sette mesi, per le autonome 66 anni e un mese. In parallelo si innalzeranno i requisiti di età per le pensioni calcolate con il contributivo puro (63 anni e sette mesi).
Anche per coloro a cui si applica ancora il sistema delle quote, primi fra tutti i lavoratori occupati in attività usuranti, la somma tra contributi ed età anagrafica si innalzerà di altri quattro mesi e così pure l’età minima per accedere al trattamento previdenziale.

E’ importante anche osservare come “slitti” conseguentemente anche il momento percettivo delle prestazioni di previdenza complementare che va intesa come un vero e proprio “binario” che scorre parallelo alla previdenza obbligatoria. Il diritto alla prestazione nei fondi pensione (art. 11 D.Lgs. n. 252/2005) si acquisisce infatti al momento della maturazione dei requisiti di accesso alle prestazioni stabiliti nel regime obbligatorio di appartenenza, con almeno cinque anni di partecipazione alle forme pensionistiche complementari.

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