Fisco

Rendite finanziarie, quanto si paga con l’aliquota che sale al 26%

Aumenta la tassazione sulle rendite finanziarie, che passa dal 20 al 26% a partire dal 1° maggio prossimo, escludendo però i titoli di Stato
Aumenta la tassazione sulle rendite finanziarie, che passa dal 20 al 26% a partire dal 1° maggio prossimo, escludendo però i titoli di Stato

Più tasse sulle rendite finanziarie: dal 20% al 26% per assicurare al Governo un’entrata di 2,6 miliardi. Che cosa vuol dire concretamente? Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha fatto un esempio parlando solo di azioni perché «i titoli di Stato non si toccano». Ed ecco il numero: se ho realizzato un rendimento di 100 euro investendo in Borsa, invece di pagarne al Fisco 20 (come accade ora) ne pagherò 26. Un’inasprimento che fa da contraltare al taglio delle tasse sul lavoro e che ci mette in linea con il resto d’Europa, ha detto ancora il Presidente del Consiglio nel suo discorso. La media dell’aliquota per l’Unione è calcolata intorno al 25%: in Francia e in Germania il peso effettivo delle tasse sulle rendite finanziarie ammonta rispettivamente al 26,3% per i tedeschi e a più del 39% per i francesi.

I conti in tasca. In Italia negli ultimi due anni i destini dei titoli di Stato e degli altri asset si sono separati: dal primo gennaio 2012 il 12,5% vale solo per i Btp e per gli altri titoli di Stato, mentre per azioni, fondi, bond societari e così via l’aliquota è salita al 20%. E al 20% sono invece scesi dal precedente 27% i prelievi sugli interessi maturati dai conti correnti. Un investimento in azioni da 50.000 euro con un rendimento complessivo ipotetico del 3% annuo (quindi 1.500 euro) prima del 2012 pagava il 12,5% pari a 187,5 euro. Nel 2013, con l’aliquota al 20%, lo stesso rendimento ha sopportato una tassa di 300 euro a cui si è aggiunta la mini patrimoniale dello 0,15% che vale altri 75 euro. Totale: 375 euro. Se immaginiamo un 2014 con l’aliquota al 26% (per semplificare la applichiamo a tutto l’anno anche se non sarà così) il monte—Fisco sale a 390 euro a cui se ne aggiungono altri 100 di «patrimonialina» che nel frattempo è già salita dal primo gennaio allo 0,2 per cento. E questo conto non considera i possibili effetti della tassa sulle transazioni finanziarie entrata in vigore a marzo 2013. A quali strumenti si applicherà la nuova aliquota? Come abbiamo detto, se si escludono i titoli di Stato, oggi tutti gli altri asset (bond societari, azioni, pronti contro termine, fondi comuni, polizze, depositi di liquidità vincolati per citare i più noti) pagano il 20% su rendimenti e capital gain. Solo i fondi pensione pagano un’aliquota agevolata intorno all’11%. I prossimi provvedimenti dovranno dire a quali strumenti, oltre alle azioni già citate dal premier, e con quale criterio (ci saranno esenzioni per i piccoli patrimoni?) si applicherà la rimodulazione della tassa.

Noi e gli altri. L’aumento delle tasse sulle rendite da capitale e sugli interessi è un trend che si vede anche in altri paesi Europei. In Francia l’aliquota base è al 24% a cui si aggiunge il contributo sociale del 15,5%: il peso effettivo sopportato dai risparmiatori è quindi oggi superiore al 39%. E anche la Germania, dove la crisi morde meno, chiede ai suoi cittadini un 26,3% in cui è ancora compresa l’imposta di solidarietà introdotta per sostenere gli oneri della riunificazione tra Est e Ovest. L’Italia però soffre di un notevole disordine normativo. Siamo gli unici in Europa ad avere un trattamento agevolato sui titoli di Stato. E in altri Paesi, a cominciare dalla Germania, la compensazione tra redditi di capitale (dividendi e interessi) e redditi diversi (guadagni e perdite) è ammessa a determinate condizioni, mentre da noi è possibile solo all’interno dei fondi comuni di investimento mobiliare e delle gestioni patrimoniali.

Sogni nel cassetto. Nel cassetto delle possibilità non realizzate sono rimasti infine i piani di risparmio, di cui si era arrivati a parlare nelle deleghe fiscali del Governo qualche anno fa, prima dell’aggravarsi della crisi. I piani, come accade in Francia e in Inghilterra, consentirebbero ai privati e alle famiglie, di pagare un’aliquota fiscale molto agevolata su una certa quantità di denaro, purché risulti investita a medio-lungo termine (cinque, dieci anni). Un’alternativa molto meno vincolante dei fondi pensione, gli strumenti più convenienti dal punto di vista tributario che però, in linea di massima, bloccano i risparmi per tutta la vita lavorativa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *