Lavoro

Reintegrazione nel posto di lavoro: ecco tutte le tutele e le indennità

Reintegrazione nel posto di lavoro: tutte le tutele e le indennità
In quali casi il lavoratore può essere reintegrato? Ecco il nuovo articolo 18 alla luce della riforma Fornero

In quali casi il lavoratore può essere reintegrato? Il nuovo articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, radicalmente modificato dalla legge Fornero, riduce le ipotesi di reintegrazione nel posto di lavoro. Vediamo nel dettaglio quando è applicabile e quali indennità sono dovute al lavoratore in caso di licenziamento illegittimo.

Chi sono i soggetti “attivi” coinvolti?

In caso di licenziamento illegittimo, sono assoggettati al regime della reintegrazione, più il risarcimento del danno (art. 18, L. n. 300/1970), tre categorie di soggetti, identificati dalla legge nei datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori che:

  1. in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupino più di 15 prestatori di lavoro o più di 5 se trattasi di imprenditore agricolo;
  2. nell’ambito dello stesso comune occupano più di 15 dipendenti e alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di 5 dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti;
  3. in ogni caso che occupano più di 60 prestatori di lavoro.

Come si calcola il numero dei dipendenti ai fini della tutela “reale”?

Il calcolo dei dipendenti deve essere eseguito sulla base del criterio della normale occupazione (Cass., Sez. L, sentenza n. 17394 del 2011, depositata 19/08/2011).

Sentenza di reintegra e ricostituzione del rapporto di lavoro

Il provvedimento con cui il giudice dispone la reintegra del lavoratore è la sentenza provvisoriamente esecutiva con cui condanna anche il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore (art. 18, L. n. 300/1970).
Con la “reintegra” scattano le sanzioni per il mancato versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali prima non versati: e le sanzioni? La questione è delicata, anche perché sul punto si registra un contrasto giurisprudenziale. Secondo una decisione, per l’omesso o tardivo versamento dei contributi, non sarebbero applicabili le sanzioni di cui all’art. 1, comma 217, della legge n. 662 del 1996 (Cass., Sez. L, sentenza n. 7934 del 1/04/2009). Secondo altro orientamento, invece, sarebbero applicabili le predette sanzioni (Cass., Sez. L, sentenza n. 23181 dell’11/10/2013).

Le indennità dovute

La sentenza di condanna alla “reintegra” del lavoratore è accompagnata dall’obbligo di versamento di una doppia indennità:

  • l’indennità di licenziamento;
  • l’indennità sostitutiva della “reintegra”.

L’INDENNITA’ “RISARCITORIA” DI LICENZIAMENTO

La prima è commisurata alla retribuzione globale di fatto percepita dal lavoratore e comprende il periodo intercorrente dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegra, inclusi i contributi assistenziali e previdenziali (v. Cass., Sez. L, sentenza n. 19956 del 16/09/2009). In ogni caso, per legge, la misura del risarcimento non può essere inferiore a 5 mensilità della retribuzione globale di fatto (art. 18, della legge n. 300/1970).

L’INDENNITA’ SOSTITUTIVA DELLA “REINTEGRA”

Il lavoratore che non intenda riprendere il proprio posto, può chiedere al datore, in luogo della reintegra nel posto, un’indennità pari a 15 mensilità di retribuzione globale di fatto.
Se il lavoratore avanza tale richiesta, il datore non ha altre opzioni ed è obbligato a pagare (art. 18, comma 5, L. n. 300/1970).

Risoluzione “automatica” del rapporto di lavoro

Può però accadere che il lavoratore “reintegrato”, entro 30 giorni dal ricevimento dell’invito del datore di lavoro, non riprenda servizio, né richieda il pagamento dell’indennità sostitutiva della reintegra entro 30 giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza: in questo caso, il rapporto di lavoro si intende risolto (art. 18, comma 5, L. n. 300/1970). Fa eccezione, tuttavia, il caso in cui, dal reciproco comportamento delle parti, possa desumersi che tra le stesse è intervenuto l’accordo, anche implicito, di ricostituzione del rapporto di lavoro (Cass., Sez. L, sentenza n. 21452 del 19/09/2013). Detto termine di 30 giorni, secondo la Cassazione, presuppone l’accertamento con sentenza dell’illegittimità del licenziamento. La Cassazione ha, altresì, chiarito, con una decisione, successiva all’entrata in vigore della riforma “Fornero”, che l’opzione, da parte del lavoratore, per l’indennità sostitutiva della reintegra nel posto di lavoro, prevista del quinto comma dell’art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, nel testo (applicabile “ratione temporis”) anteriore alla riforma operata con legge 28 giugno 2012, n. 92, non fa venire meno la ricostituzione, retroattiva, del rapporto di lavoro, con la conseguenza che al lavoratore compete la Posizione economica differenziata (P.E.D.) fino al momento di esercizio dell’opzione (Cass., Sez. L, sentenza n. 12923 del 24/05/2013).

Ruolo delle organizzazioni sindacali

La legge stabilisce che il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, può disporre con ordinanza la reintegra nel posto di lavoro. Va ricordato, tuttavia, che né lo Statuto dei lavoratori, né altre norme di legge pongono il principio della necessità della preventiva comunicazione dall’organizzazione sindacale di appartenenza ai fini del licenziamento dei lavoratori che ricoprono cariche sindacali (Cass., Sez. L, sentenza n. 6253 del 9/07/1997).

Regime fiscale

Per completezza, dev’essere, infine, ricordato che tutti gli atti e i documenti relativi ai giudizi o alle procedure di conciliazione previsti dalla L. 15 luglio 1966, n. 604 sono esenti da bollo, imposta di registro e da ogni altra tassa o spesa (art. 13).

Il nuovo articolo 18 della legge 300/70
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