Diritto

Reintegra per il dipendente se la patologia non impedisce l’attività

Illegittimo il licenziamento del lavoratore che sia affetto da una patologia fisica non eccessivamente grave e che sia compatibile con le mansioni assegnategli, dopo essere state adottate tutte le cautele prescritte dalla legge che siano idonee a ridurre i rischi per la salute. E ciò anche se il medico dell’azienda, prima della perizia giudiziale, ne aveva escluso l’idoneità.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23069/2013, rigettando il ricorso dell’azienda.

Secondo la Suprema corte infatti “nel caso di contrasto tra il contenuto del certificato del medico curante e gli accertamenti compiuti dal medico di controllo, il giudice del merito deve procedere alla loro valutazione comparativa al fine di stabilire (con giudizio che è insindacabile in sede di legittimità se adeguatamente motivato) quale delle contrastanti motivazioni sia maggiormente attendibile, atteso che le norme che prevedono la possibilità di controllo della malattia, nell’affidare la relativa indagine ad organi pubblici per garantirne l’imparzialità, non hanno inteso attribuire agli atti di accertamento compiuti da tali organi una particolare ed insindacabile efficacia probatoria che escluda il generale potere di controllo del giudice”.

A tal riguardo, la stessa Corte territoriale aveva evidenziato che “in materia di movimentazione di carichi esistono già disposizioni a tutela dei lavoratori sottoposti ad attività che comportino rischi di patologie da sovraccarico biomeccanico, in particolare dorso-lombari, che impongono l’uso di mezzi appropriati e di attrezzature meccaniche, come ad esempio gli artt. 167 e segg. del D.lgs 9/4/2008, n. 81 in attuazione della legge 3/8/2007, n. 123 in materia di tutela della salute e di sicurezza sui luoghi di lavoro, aggiungendo che nella fattispecie il sussidio umano era stato indicato dal medico aziendale solo come soluzione alternativa agli strumenti meccanici”.

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