Fisco

Regime forfetario: chiarito il requisito del limite dei ricavi o compensi

Regime forfetario: chiarito il requisito del limite dei ricavi o compensi
Ai fini della verifica del requisito del conseguimento di ricavi o compensi non superiori alle soglie stabilite ai fini dell’accesso al regime forfetario, gli imprenditori che nel 2014 hanno applicato il regime “dei minimi” devono fare riferimento ai ricavi imputati con il criterio di cassa. Si deve tenere conto anche dei ricavi e compensi derivanti da operazioni poste in essere con la Città del Vaticano e con San Marino

La prima condizione per fruire del nuovo regime forfetario di determinazione del reddito degli esercenti attività d’impresa, artistiche e professionali in forma individuale, stabilita nell’art. 1, comma 54, lettera a), della legge di Stabilità per il 2015, concerne il conseguimento di ricavi o la percezione di compensi, ragguagliati ad anno, non superiori ai limiti indicati nella tabella allegata alla stessa legge, determinati in funzione della diversa redditività dell’attività d’impresa o professionale esercitata. Le attività sono individuate sulla base dei codici ATECO attribuiti alle stesse.

Nella relazione di accompagnamento del disegno di legge è stato precisato che il limite di ricavi dell’anno precedente all’ingresso nel regime riguarda quelli di cui agli articoli 57 e 85 TUIR. Assume, pertanto, rilievo anche il valore normale dei beni destinati al consumo personale o familiare dell’imprenditore, determinato in base all’art. 9, comma 3, TUIR. Tale limite deve essere ragguagliato all’anno nel caso di inizio di attività in corso di anno. Gli esercenti arti e professioni – che non sono menzionati nella relazione – devono fare, invece, riferimento ai compensi di cui all’art. 54 TUIR, come precisato nella circolare n. 73/E del 21 dicembre 2007 (paragrafo 2.1).

L’Agenzia delle Entrate ha adesso chiarito che concorrono alla formazione delle soglie di accesso al regime in esame anche i ricavi e i compensi derivanti da operazioni poste in essere con la Città del Vaticano e con San Marino.

Il chiarimento si è reso necessario in quanto i soggetti interessati possono fruire del regime forfetario anche se pongono in essere operazioni con l’estero, essendo stato, evidentemente, ritenuto che le stesse non costituiscano di per sé indice di una struttura organizzativa incompatibile con il regime forfetario. Per fruire del regime fiscale “di vantaggio” – cosiddetto regime “dei minimi” – era, invece, necessario non aver effettuato cessioni all’esportazione ed operazioni ad esse assimilate, servizi internazionali o connessi agli scambi internazionali, comprese quelle con lo stato della Città del Vaticano, con la repubblica di San Marino o con gli organismi previsti da trattati e accordi internazionali.

Nella menzionata relazione è stato, altresì, affermato che per “l’accesso al regime” i ricavi devono essere assunti considerando, per quanto concerne le imprese, la competenza economica. Va, quindi, tenuto conto anche delle cessioni e delle prestazioni “eventualmente non ancora fatturate per le quali, però, si sono verificati i presupposti previsti dall’art. 109, comma 2, del TUIR”.
È, quindi, sorto il dubbio se gli imprenditori che hanno applicato, nell’anno precedente a quello del detto accesso, il regime “dei minimi” – e che non si avvalgono della “clausola di salvaguardia” di cui al comma 88 – debbano fare, invece, riferimento al principio di cassa dagli stessi applicato.

L’Agenzia ha dato risposta positiva a tale questione, avendo ritenuto, in via generale, che “l’ammontare dei ricavi conseguiti nell’anno precedente a quello in cui si intende applicare il regime forfetario debba essere individuato con riferimento al regime utilizzato in quel periodo d’imposta”. Nonostante siano stati menzionati soltanto i ricavi, si ritiene che tale principio vada esteso anche agli esercenti arti e professioni, che debbono, quindi, fare anch’essi riferimento al principio di cassa per la verifica del limite di 15.000 euro relativo ai loro compensi.
Naturalmente, una volta entrati nel nuovo regime, anche gli imprenditori dovranno utilizzare, ai fini della verifica del superamento del limite, il criterio di cassa.

Nella relazione è stato, infine, chiarito che i ricavi di competenza dell’anno precedente a quello di accesso al regime “rilevano anche se relativi ad una attività cessata diversa da quella iniziata nel corso dell’anno successivo e per la quale si intende usufruire del regime forfetario. In sostanza, i ricavi conseguiti nell’anno solare precedente prescindono, totalmente, dall’attività a cui gli stessi si riferiscono, pertanto la posizione del contribuente va considerata nel suo insieme e non in relazione alla specifica attività svolta”. Anche il tal caso un criterio analogo deve essere applicato per gli esercenti arti e professioni.

Nel comma 55 dello stesso articolo è poi stabilito che per la determinazione dei limiti di ricavi e dei compensi non rilevano quelli derivanti dall’adeguamento agli studi di settore e ai parametri. La stessa regola era stabilita nell’art. 2, comma 1, lettere a) e b), D.M. 2 gennaio 2008 con riguardo al regime dei minimi.

È stato, altresì, precisato che in caso di esercizio contemporaneo di attività contraddistinte da diversi codici ATECO “si assume il limite più elevato dei ricavi e compensi relativi alle diverse attività esercitate”. Nella detta relazione è stato affermato che nel caso, ad esempio, di “esercizio contemporaneo di attività contraddistinte dai codici C10 (Sezione C, Divisione 10) e F (Sezione F), il limite superato il quale non è consentito fruire del regime forfetario è quello di euro 40.000”. In riferimento al regime “dei minimi” era stato, invece, affermato (circolare 26 febbraio 2008, n. 13/E, punto 1.3.) che il limite era riferito ai ricavi o compensi complessivamente percepiti, a prescindere dalla specifica attività svolta.

Non è stata chiarita la regola da applicare in sede di determinazione forfetaria del reddito.

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