Diritto

Redditometro: non è necessaria la prova dell’uscita di denaro per gli acquisti

Redditometro: non è necessaria la prova dell’uscita di denaro per gli acquisti
Nel redditometro, ai fini della prova contraria, non è necessaria la dimostrazione dell’esborso finanziario sostenuto per gli incrementi patrimoniali essendo sufficiente la prova della mera esistenza della capacità di reddito. Il privato, infatti, non è obbligato alla tenuta delle scritture contabili e, pertanto, non si può gravare di fornire la correlazione tra il tenore di vita e la disponibilità di risorse prive di rilevanza fiscale

Nel redditometro, ai fini della prova contraria, non è necessaria la dimostrazione dell’esborso finanziario sostenuto per gli incrementi patrimoniali essendo sufficiente la prova della mera esistenza della capacità di reddito. Il privato, infatti, non è obbligato alla tenuta delle scritture contabili e, pertanto, non si può gravare di fornire la correlazione tra il tenore di vita e la disponibilità di risorse prive di rilevanza fiscale. A chiarire questo importante principio è la Corte di Cassazione con la sentenza n. 7339 depositata il 10 aprile 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la CTR di Milano ha respinto l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate contro la decisione della CTP di Milano che aveva accolto il ricorso di un contribuente contro un avviso di accertamento per IRPEF 2005, emesso a seguito di accertamento sintetico di genere presuntivo fondato sulla capacità di spesa desunta dall’acquisto di tre appartamenti intestati al coniuge (fiscalmente a carico) del contribuente e dall’acquisto di una autovettura di grossa cilindrata.

In particolare, la CTR Lombardia ha motivato la decisione ritenendo che la documentazione per il periodo dal 2003 al 2008 apparisse idonea a giustificare gli investimenti immobiliari effettuati nel periodo (si trattava di rimborsi di finanziamenti effettuati in precedenza a favore di due società, oltre ai redditi dichiarati in somme cospicue, per importi complessivi che risultavano congrui per giustificare gli investimenti), in ragione di movimentazioni bancarie desunte dagli estratti-conto allegati dal contribuente.

Contro la sentenza della CTR ha proposto ricorso per cassazione l’Agenzia delle Entrate, censurando la decisione della Corte territoriale per avere erroneamente applicato l’art. 38, comma 6, del D.P.R. n. 600/73. In particolare, secondo la tesi difensiva, avrebbe errato il giudice di merito nel ritenere sufficiente da parte del contribuente – ai fini di vincere la presunzione di legge – la prova di percezione di adeguati redditi esenti o di redditi già soggetti a ritenuta alla fonte ai fini di giustificare gli incrementi patrimoniali, senza richiedere anche la necessaria prova del concreto impiego di detti redditi nell’effettuazione delle spese, mediante la specifica dimostrazione dell’impiego proprio di quelle somme che ne avevano costituito il frutto.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. Ha preliminarmente affermato di non poter condividere l’orientamento giurisprudenziale, che si era formato con qualche pronuncia sul punto, secondo il quale “In tema di accertamento delle imposte sui redditi, qualora l’ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, la prova documentale contraria ammessa per il contribuente dall’art. 38, sesto comma, del D.P.R. n. 600 del 1973 non riguarda la sola disponibilità di redditi ovvero di redditi esenti o di redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, ma anche l’essere stata la spesa per incrementi patrimoniali sostenuta proprio con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, e non già con qualsiasi altro reddito dichiarato”.

E ciò, non soltanto perché il testo del comma sesto del menzionato art. 38 (nella versione applicabile ratione temporis, antecedente alla recente novella introdotta dall’art. 22 del D.L. n. 78/2010) non contempla affatto un tale “contenuto necessario” dell’onere di prova che incombe a carico della parte contribuente per effetto dell’inversione disposta dalla norma (“Il contribuente ha facoltà di dimostrare, anche prima della notificazione dell’accertamento, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta. L’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione”), così che esso si estenda alla dimostrazione della stretta correlazione tra spese e somme derivanti da redditi esenti o già soggetti a ritenuta alla fonte, ma anche perché vi sono argomenti logici che depongono a sfavore di un così rigoroso tenore dell’onere di prova.

Da un canto – afferma la Suprema Corte -, la tesi che ha trovato accoglimento nella pronuncia dianzi menzionata finirebbe per spostare il baricentro della prova contraria addossata al contribuente dall’ambito della “astratta compatibilità” tra spese/tenore di vita e reddito fiscalmente non rilevante al vero e proprio nesso causale tra le due connesse entità, e ciò fino ad imporre al contribuente un rigore probatorio capace di confinare con la probatio diabolica: ed infatti, se il danaro è l’ente fungibile per eccellenza, riuscire a tenerne tracciati i percorsi, quasi alla stregua di quanto è imposto per i prodotti alimentari nel sistema di tutela delle denominazioni d’origine, appare, ad avviso dei giudici, evenienza davvero troppo ardua.

Ciò appare immediatamente percepibile con riferimento alla modalità dell’accertamento redditometrico “puro” (non essendoci davvero modo per comprovare “come” sia stato sostenuto l’onere economico della disponibilità di beni o servizi a godimento perdurante nel tempo o periodicamente ricorrente, specie perché si tratta di una spesa presunta in ragione di dati di normalità economica e non necessariamente sostenuta in pecunia o valori correnti, e comunque non fisicamente identificata), ma non può risultare meno vero anche in riferimento alla modalità di accertamento redditometrico “sintetico”, atteso che è del tutto conforme alla logica che il contribuente possa avere adoperato per i suoi acquisti di beni e servizi proprio i redditi che sono stati puntualmente dichiarati, sapendo di poter poi contare (per affrontare le residue ed ordinarie esigenze della vita) su quelli fiscalmente irrilevanti o comunque già oggetto di prelievo alla fonte.

Inoltre, i destinatari dell’accertamento sintetico sono – per definizione – soggetti non obbligati alla tenuta delle scritture contabili, sicché ad essi non si può estendere la logica che presiede agli accertamenti fondati sui riscontri con i conti correnti bancari (tante operazioni, altrettanti riscontri documentali ci devono essere circa la provenienza o la destinazione) e non li si può gravare di fornire la puntuale dimostrazione della correlazione causale tra il loro tenore di vita e la disponibilità di risorse prive di rilevanza fiscale.

D’altronde, più di recente, la Suprema Corte ha evidenziato che, anche con riferimento agli accertamenti sintetici fondati su spese sostenute per “incrementi patrimoniali”, la prova documentale contraria di cui è onerato il contribuente “riguarda la sola disponibilità di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte e non anche la dimostrazione del loro impiego negli acquisti effettuati”, essendo detta circostanza “idonea, da sola, a superare la presunzione dell’insufficienza del reddito dichiarato” (Cass., sent. n. 6396 del 19 marzo 2014). La predetta pronuncia giunge così alla conclusione che al contribuente è richiesto semplicemente di vincere la presunzione “semplice o legale che sia” che il reddito dichiarato non sia stato sufficiente per realizzare gli acquisti o gli incrementi, con la qual cosa il fatto presuntivo esposto dall’ufficio cessa di “produrre i propri effetti”.

Per altro verso, tuttavia, un altro orientamento (Cass., sent. n. 8995 del 18 aprile 2014) ha invece affermato che “la prova documentale contraria ammessa per il contribuente dall’art. 38 (…) non riguarda la sola disponibilità di redditi esenti o di redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta, ma anche l’entità di tali redditi e la durata del relativo possesso che costituiscono circostanze sintomatiche del fatto che la spesa contestata sia stata sostenuta con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta”.

Ai fini della soluzione della lite, tuttavia, la Suprema Corte ribadisce la pura e semplice infondatezza della tesi prospettata dall’Agenzia delle Entrate, la quale proporrebbe una esegesi normativa che non trova riscontro alcuno nella lettera e nella ratio della legge.

In definitiva, al contribuente è richiesto solo di vincere la presunzione (semplice o legale che sia) che il reddito dichiarato non sia stato sufficiente per realizzare gli acquisti o gli incrementi e sarà poi il giudice a valutare se le prove offerte siano state valide a tal fine.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 7339/2015

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