Diritto

Redditometro: limiti della prova contraria a carico del contribuente

Redditometro: limiti della prova contraria a carico del contribuente
L’accertamento del reddito con metodo sintetico non impedisce al contribuente di dimostrare, attraverso idonea documentazione, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenute alla fonte a titolo di imposta; tuttavia la citata disposizione chiede espressamente una prova documentale su circostanze sintomatiche del fatto che ciò sia accaduto (o sia potuto accadere), prova idonea a dimostrare la “durata” del possesso dei redditi in esame, quindi non il loro semplice “transito” nella disponibilità del contribuente

In tema di accertamento induttivo sintetico (redditometro), qualora l’Ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, la prova documentale contraria ammessa per il contribuente non riguarda la sola disponibilità di redditi esenti o di redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, ma anche l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso, che costituiscono circostanze sintomatiche del fatto che la spesa contestata sia stata sostenuta proprio con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 14885 del 16 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dall’impugnazione proposta da un contribuente avverso alcuni avvisi di accertamento con i quali, ai fini IRPEF, erano stati rettificati in aumento i redditi dichiarati negli anni 2006 e 2007.

La CTP adita rigettò i ricorsi ritenendo che i resoconti bancari attestanti le movimentazioni effettuate nel 2006 e nel 2007 non costruissero prova sufficiente a dimostrare che il maggior reddito, determinato in sede di accertamento, fosse in tutto in parte esente ovvero soggetto a ritenuta alla fonte a titolo di imposta, ai sensi del comma 6 dell’art. 38 D.P.R. n. 600/73.

La decisione, appellata dal contribuente, è stata integralmente riformata dalla CTR la quale ha, al contrario, ritenuto che il contribuente, già in primo grado, avesse fornito prova documentale sufficiente a dimostrare che gli investimenti erano stati finanziati dal consistente introito derivante dalla vendita di un immobile di proprietà.

Contro la sentenza ha proposto ricorso per Cassazione l’Agenzia delle Entrate, in particolare sostenendo l’erroneità della decisione laddove la CTR aveva ritenuto che il contribuente avesse fornito la prova idonea, ai sensi dell’art. 38, comma 6, del D.P.R. n. 600/73, alla dimostrazione che l’acquisto dell’immobile, effettuato nel 2008, fosse stato finanziato con l’introito derivante dalla vendita, nel 2006, di un capannone di sua proprietà.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. Sul punto, osservano gli Ermellini che con una recente pronuncia (Cass. n. 8995/2014), la Suprema Corte ha così chiarito i confini della prova contraria a carico del contribuente, a fronte di un accertamento induttivo sintetico ex art. 38 D.P.R. n. 600/1973: “A norma dell’art. 38, comma sesto D.P.R. n. 600 del 1973, l’accertamento del reddito con metodo sintetico non impedisce al contribuente di dimostrare, attraverso idonea documentazione, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenute alla fonte a titolo di imposta”. Tuttavia la citata disposizione prevede anche che “l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione”.

La norma chiede qualcosa di più della mera prova della disponibilità di ulteriori redditi (esenti ovvero soggetti a ritenute alla fonte), e, pur non prevedendo esplicitamente la prova che detti ulteriori redditi sono stati utilizzati per coprire le spese contestate, chiede tuttavia espressamente una prova documentale su circostanze sintomatiche del fatto che ciò sia accaduto (o sia potuto accadere). In tal senso va letto lo specifico riferimento alla prova (risultante da idonea documentazione) della entità di tali eventuali ulteriori redditi e della “duratadel relativo possesso, previsione che ha l’indubbia finalità di ancorare a fatti oggettivi (di tipo quantitativo e temporale) la disponibilità di detti redditi per consentire la riferibilità della maggiore capacità contributiva accertata con metodo sintetico in capo al contribuente proprio a tali ulteriori redditi, escludendo quindi che i suddetti siano stati utilizzati per finalità non considerate al fini dell’accertamento sintetico, quali, ad esempio, un ulteriore investimento finanziario, perché in tal caso essi non sarebbero ovviamente utili a giustificare le spese e/o il tenore di vita accertato, i quali dovrebbero pertanto ascriversi a redditi non dichiarati.

Nè la prova documentale richiesta dalla norma in esame risulta particolarmente onerosa, potendo essere fornita, ad esempio, con l’esibizione degli estratti dei conti correnti bancari facenti capo al contribuente, idonei a dimostrare la “durata” del possesso dei redditi in esame; quindi non il loro semplice “transito” nella disponibilità del contribuente (nella specie, risultava accertato che il contribuente avesse fornito la prova dell’esistenza e dell’ammontare della disponibilità, nel periodo in contestazione, di redditi risultanti da disinvestimenti azionari, ma non risultava accertato che avesse altresì fornito idonea prova, tantomeno documentale, della “durata” del possesso dei suddetti redditi esenti, prova necessaria a consentire la riferibilità della maggiore capacità contributiva accertata con metodo sintetico in capo al contribuente proprio a tali ulteriori redditi).

Ne consegue il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 14885/2015

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