Diritto

Redditometro ed immobili: l’imposta di registro stana il contribuente

Redditometro ed immobili: l’imposta di registro stana il contribuente
In tema di accertamento sintetico, il valore definitivamente attribuito all’immobile ai fini dell’imposta di registro è presunzione semplice utile a determinare la spesa per incrementi patrimoniali

In tema di accertamento sintetico, il valore definitivamente attribuito all’immobile ai fini dell’imposta di registro è presunzione semplice utile a determinare la spesa per incrementi patrimoniali. È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 12462 depositata il 4 giugno 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine da un ricorso presentato da una contribuente avverso la sentenza della CTR della Campania con la quale, in parziale accoglimento dell’appello dell’Ufficio, gli accertamenti emessi nei confronti della contribuente, in relazione agli anni 1997, 1998 e 1999, con metodo sintetico ex art. 38, quarto comma, del D.P.R. n. 600 del 1973 per spese per incrementi patrimoniali e per conferimenti in società (annullati in primo grado), sono stati ridotti nella misura del 30 per cento.

Il giudice d’appello ha ritenuto, da un lato, che gli avvisi si fondavano sulla rilevanza ai fini delle imposte sui redditi, del valore consolidatosi, per definitività dell’atto, ai fini dell’imposta di registro; dall’altro, ha però osservato che il valore attribuito ad uno degli immobili acquistati (pari ad € 860.000.000) appariva di gran lunga superiore a quello del secondo cespite, pur essendo questo contiguo al primo ed avente le medesime caratteristiche: occorreva, pertanto, tener conto di ciò ai fini di un’equa determinazione dell’accertamento operato, che andava ridotto, come detto, del 30 per cento.

Nel ricorso per cassazione, la contribuente dubita se possa configurarsi fatto certo e, pertanto, tale da legittimare una determinazione sintetica del reddito annuo complessivo, un avviso di rettifica di accertamento non impugnato in via principale, ma solo in via di autotutela, nonostante l’esistenza di altro atto coevo, avente ad oggetto un immobile adiacente, delle medesime caratteristiche, il cui prezzo, ritenuto congruo dall’Ufficio, è di molto inferiore a quello rettificato e posto a base dell’accertamento sintetico. Inoltre, la contribuente si duole del fatto che il giudice d’appello abbia ridotto il valore dell’accertamento del 30 per cento, senza tener conto dell’accensione di un mutuo finalizzato all’acquisto dell’immobile e pur dando atto che il valore attribuito in sede di rettifica era di gran lunga superiore a quello del secondo cespite, contiguo al primo ed avente le medesime caratteristiche.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Suprema Corte respinge il ricorso presentato dalla contribuente. E’, infatti, principio ormai consolidato che in tema di accertamento delle imposte sui redditi, ai fini della determinazione della spesa per incrementi patrimoniali, funzionale alla determinazione sintetica del reddito ex art. 38, quinto comma, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, il prezzo versato per l’acquisto di un bene si deve presumere, fino a prova contraria il cui onere grava sul contribuente, corrispondente al valore definitivamente attribuito a tale bene ai fini dell’imposta di registro (Cass. n. 16334 del 2013).
Del resto, è stato reiteratamente ribadito il principio in virtù del quale sussiste una presunzione semplice, superabile dalla prova contraria eventualmente offerta dal contribuente, di conformità tra il valore di mercato definitivamente accertato ai fini dell’imposta di registro ed il prezzo incassato per la vendita, sul quale calcolare la plusvalenza imponibile ai fini dell’imposta sui redditi; e non c’è motivo – si legge nella sentenza-  per non applicare lo stesso principio sia quando il prezzo di trasferimento di un cespite rilevi come prezzo ricevuto (ai fini della tassazione della plusvalenza del venditore), sia quando esso rilevi come prezzo pagato (ai fini della determinazione della spesa per incrementi patrimoniali sostenuta).

Ciò premesso, secondo gli ermellini il giudice di merito ha correttamente presunto come valore di riferimento quello definitivamente accertato ai fini dell’imposta di registro, in assenza di prova contraria fornita dalla contribuente (la quale neanche in cassazione ha dedotto, con la dovuta specificità, elementi decisivi addotti in giudizio e pretermessi dal giudice), e lo ha, poi, ridotto a seguito di comparazione con il valore del secondo immobile acquistato dalla contribuente.

Per questi motivi, la Suprema Corte rigetta il ricorso presentato dalla contribuente e la condanna al pagamento delle spese di giudizio.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 12462/2014

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