Diritto

Redditometro a portata limitata

Redditometro a portata limitata
La prova documentale contraria di cui è onerato il contribuente riguarda la sola disponibilità di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte e non anche la dimostrazione del loro impiego negli acquisti effettuati, essendo tale circostanza idonea, da sola, a superare la presunzione dell’insufficienza del reddito dichiarato

Sul redditometro cala la scure dei giudici tributari. Mentre la Cassazione va uniformando il proprio pensiero con l’ampliamento delle possibilità di prova contraria da parte del contribuente, sia per il cosiddetto redditometro puro sia per l’accertamento sintetico fondato sugli acquisti di beni e servizi, anche le commissioni tributarie non esitano nel limitare la portata presuntiva dello strumento con sentenze favorevoli ai contribuenti ricorrenti.

Lo scenario sopra delineato è relativo ad accertamenti basati sul testo normativo dell’articolo 38 del D.P.R. n. 600/73 anteriore alle modifiche apportate dal D.l. n. 78/2010, ma non c’è da stupirsi se dette pronunce siano già il frutto delle evoluzioni apportate dal legislatore all’accertamento sintetico. In molte di esse infatti, Cassazione in primis, il riferimento alle modifiche normative in materia non è solo accennato, ma spesso oggetto di puntualizzazione e precisazione da parte dei collegi tributari giudicanti.

La «nuova» posizione della Cassazione
Nella sentenza n. 7339/15 i giudici della Suprema Corte hanno ritenuto di respingere il ricorso dell’Agenzia delle Entrate che si lamentava del fatto che la Ctr Lombardia avesse ritenuto sufficiente da parte del contribuente la prova di aver percepito adeguati redditi esenti o già assoggettati alla ritenuta alla fonte, per giustificare gli incrementi patrimoniali effettuati, senza richiedere anche la prova del concreto impiego di tali redditi nell’effettuazione delle spese.

La tesi dell’Agenzia delle Entrate sulla necessità di un duplice onere probatorio a carico del contribuente poggiava su precedenti pronunce della stessa Suprema Corte di cui alcune recentissime (ordinanza n. 2010 del 12 febbraio 2014). In particolare l’Amministrazione finanziaria faceva leva sulla sentenza della Cassazione n. 6813/2009 secondo la quale nell’accertamento delle imposte sui redditi, qualora l’ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, la prova documentale contraria ammessa per il contribuente dall’articolo 38, sesto comma del D.P.R. n. 600/73 non riguarda la sola disponibilità di redditi esenti o di redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, ma anche l’essere stata la stessa spesa per incrementi patrimoniali sostenuta proprio con redditi esenti o soggetti alla ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, e non già con qualsiasi altro reddito dichiarato dal contribuente.

Secondo la sesta sezione tributaria della Suprema Corte un tale orientamento non può avere seguito né costituire condivisibile ricostruzione esegetica della disciplina normativa.

Per i giudici della sezione tributaria della Cassazione è dunque tempo di cambiare posizione e la sentenza n. 7339/15 non lascia dubbi in tal senso.

Le motivazioni che hanno spinto la Suprema Corte ad abbandonare il precedente orientamento sono molteplici e non c’è dubbio che in tale evoluzione non abbia in qualche modo agito anche la novella normativa in tema di accertamento sintetico sopra richiamata.

I motivi che hanno convinto i giudici della sezione tributaria della Suprema Corte a formulare tale diverso orientamento sono infatti più di uno.

In primo luogo, si legge nella sentenza in commento, il testo del sesto comma dell’articolo 38 del D.P.R. n. 600/73, nella versione applicabile ratione temporis, prima cioè delle modifiche intervenute ad opera del D.l. n. 78/2010, non contempla affatto un tale contenuto necessario dell’onere della prova che incombe sul contribuente.

Se così fosse, prosegue la sentenza, si finirebbe per spostare il baricentro della prova contraria addossata al contribuente nell’ambito dell’«astratta compatibilità» tra spese/tenore di vita e reddito non fiscalmente rilevante al vero e proprio nesso causale tra le due connesse entità, e cioè fino a imporre al contribuente un rigore probatorio capace di confinare con la probatio diabolica. Musica per le orecchie dei contribuenti e di chi, in più occasioni non ha esitato nel definire un tale regime probatorio ai limiti del possibile.

Sempre su tale questione occorre inoltre puntualizzare come ai giudici della sezione tributaria non sfugge inoltre un particolare fondamentale in questo campo. I destinatari degli accertamenti da redditometro sono le persone fisiche, ovvero soggetti non obbligati alla tenuta delle scritture contabili, ai quali non si possono estendere le logiche che presiedono gli accertamenti bancari né li si può gravare di dover fornire la puntuale dimostrazione della correlazione causale tra il loro tenore di vita e la disponibilità di risorse prive di rilevanza fiscale.

La conclusione del nuovo ragionamento a cui giunge la Cassazione in tema di redditometro è dunque la seguente: la prova documentale contraria di cui è onerato il contribuente riguarda la sola disponibilità di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte e non anche la dimostrazione del loro impiego negli acquisti effettuati, essendo tale circostanza idonea, da sola, a superare la presunzione dell’insufficienza del reddito dichiarato.

Da notare che a supporto della propria decisione i giudici richiamano una precedente sentenza, la n. 6396 del 19 marzo 2014 nella quale la Cassazione aveva già precisato che la dimostrazione del possesso di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte era idonea, da sola, a superare la presunzione dell’insufficienza del reddito dichiarato.

Le pronunce delle corti di merito
Con due distinte sentenze la commissione regionale di Roma ha respinto gli accertamenti sintetici degli uffici e accolto le doglianze dei contribuenti.

Nel primo caso avente a oggetto un imprenditore agricolo (sentenza n. 7488/2014) la commissione, nel solco di quanto affermato dalla Corte Costituzionale in tema di accertamenti sintetici nei confronti dei possessori di tali categorie di redditi, ha ritenuto illegittimo per difetto motivazionale un accertamento sintetico basato sull’acquisto di beni strumentali quale indice di maggiore capacità di spesa.

In altra pronuncia i giudici della commissione regionale del Lazio (sentenza n. 7277/2014) hanno ritenuto decisiva la prova offerta dalla contribuente in ordine alla simulazione di un atto di acquisto immobiliare. L’incremento patrimoniale sul quale si basava l’accertamento dell’ufficio non era dunque una vera e propria compravendita, ma una donazione ricevuta dal coniuge a fronte della quale non era uscito denaro in contropartita.

Per la commissione regionale della Puglia (sentenza n. 2462/2014) è la stessa portata probatoria del redditometro a essere in discussione. A giudizio della commissione, si legge nella sentenza richiamata, l’applicazione del redditometro rappresenta solo un possibile indizio, uno spunto all’indagine che deve essere approfondita, sostenuta e corroborata da altri elementi prima di poter essere tradotta, con l’avviso di accertamento, in una rettifica della dichiarazione del contribuente.

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