Diritto

Reddito di lavoro autonomo: inerente il costo che serve a produrre ricavi

Reddito di lavoro autonomo: inerente il costo che serve a produrre ricavi
Un costo è inerente se serve a produrre ricavi e, di conseguenza, una volta accertato il legame, è l’ufficio a dover provare con presunzioni gravi, precise e concordanti, l’eventuale antieconomicità secondo la quale il costo sarebbe indeducibile

Una volta accertata l’inerenza di un costo, l’eventuale antieconomicità non può rappresentare l’unico motivo per disconoscerne la deducibilità. Si tratta, infatti di una valutazione discrezionale dell’ufficio, che può essere anche disattesa dal giudice di merito. A fornire questi chiarimenti è la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 3198, depositata il 18 febbraio 2015. Secondo la Suprema Corte, è corretta l’affermazione della CTR secondo cui un costo è inerente se serve a produrre ricavi e, di conseguenza, una volta accertato il legame, è l’ufficio a dover provare con presunzioni gravi, precise e concordanti, l’eventuale antieconomicità secondo la quale il costo sarebbe indeducibile.

IL FATTO
Un contribuente, esercente attività di specialista ortopedico, riceveva alcuni avvisi di accertamento a mezzo dei quali l’ufficio, recependo gli esiti di una pregressa verifica fiscale, aveva provveduto a rettificare le dichiarazioni presentate.
In particolare, l’Amministrazione riteneva indeducibili i costi corrisposti dal professionista per la locazione dell’immobile adibito ad ambulatorio e per i conseguenti servizi di segreteria.

Il contribuente impugnava gli atti innanzi alla Commissione Tributaria Provinciale competente, la quale annullava parzialmente la pretesa. La decisione veniva confermata anche dalla CTR adita dall’Ufficio.

I giudici del merito, in particolare, evidenziavano che l’unico limite generale alla deduzione dei costi è che siano inerenti ed effettivi. A tal proposito, un costo è inerente se serve a produrre ricavi e dunque, una volta accertato questo legame, l’eventuale posizione assunta dall’ufficio diviene, verosimilmente, una valutazione discrezionale fondata su presunzioni.
Nella specie, l’ufficio per considerare non deducibili gli importi contabilizzati per fitti passivi non ha dimostrato la gravità, precisione e concordanza della tesi avanzata. Ne conseguiva che i costi dovevano essere ritenuti inerenti alla produzione del reddito del contribuente e, conseguentemente, fiscalmente deducibili.

Avverso la sentenza della CTR, l’Ufficio proponeva ricorso in Cassazione, lamentando anche che i giudici del merito non avrebbero considerato che rientra nei poteri dell’Amministrazione finanziaria la valutazione della congruità dei costi e dei ricavi esposti nelle dichiarazioni fiscali.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell’Agenzia, annullando così definitivamente la pretesa erariale. Secondo la Suprema Corte, ancorché in materia di redditi da lavoro autonomo non si riscontri una disposizione analoga a quella contenuta nell’art. 109 TUIR, in tema di inerenza e di deducibilità dei costi nel reddito d’impresa, l’art. 54 TUIR (precedente art. 50) prevede che “il reddito derivante dall’esercizio di arti e professioni è costituito dalla differenza tra l’ammontare dei compensi in denaro o in natura percepiti nel periodo di imposta, anche sotto forma di partecipazione agli utili, e quello delle spese sostenute nel periodo stesso nell’esercizio dell’arte o della professione”.
La base imponibile è dunque costituita dalla differenza tra l’ammontare dei compensi percepiti e quello dei costi sostenuti inerenti all’attività esercitata.

È corretta, secondo la Cassazione, l’affermazione della CTR secondo cui un costo è inerente se serve a produrre ricavi e, di conseguenza, una volta accertato il legame, è l’ufficio a dover provare con presunzioni gravi, precise e concordanti, l’eventuale antieconomicità secondo la quale il costo sarebbe indeducibile.
L’ufficio, infatti, esprime un giudizio di valore che fa leva sull’apprezzamento di indici presuntivi, poiché afferma che il costo, sebbene inerente, è economicamente irragionevole.
Si tratta, quindi, di una valutazione discrezionale alla quale il giudice potrà anche discostarsi qualora ritenga che le deduzioni dell’ufficio non legittimino l’irragionevolezza economica ipotizzata.

Da qui, il rigetto del ricorso dell’Ufficio e l’annullamento della pretesa erariale, con condanna alle spese di lite.

L’art. 109, comma 5, TUIR prescrive che “le spese e gli altri componenti negativi diversi dagli interessi passivi, tranne gli oneri fiscali, contributivi e di utilità sociale, sono deducibili se e nella misura in cui si riferiscono ad attività o beni da cui derivano ricavi o altri proventi che concorrono a formare il reddito o che non vi concorrono in quanto esclusi”.
Un costo è dunque inerente (e quindi deducibile) se fa riferimento, ovvero è collegato all’attività imprenditoriale. L’inerenza all’impresa dell’operazione fatturata si rinviene nella “ricorrenza dell’imprescindibile nesso funzionale che deve legare il costo alla vita dell’impresa, cioè quel rapporto tra un costo e lo svolgimento della specifica attività, che costituisce la ragion d’essere stessa dell’impresa” (Cass., n. 3830/2010).
Anche in materia di reddito di lavoro autonomo le spese sostenute dal professionista sono deducibili dal reddito professionale quando vi sia inerenza delle stesse all’esercizio dell’arte o professione. Non è necessario a tale proposito un preciso nesso con i singoli compensi, essendo sufficiente una correlazione con l’attività nel suo complesso.

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