Diritto

Reato tributario: qual’è il profitto “confiscabile”?

In tema di reati tributari, il profitto assoggettabile alla confisca per equivalente è integrato da qualsiasi vantaggio patrimoniale derivante dall’imposta evasa
In tema di reati tributari, il profitto assoggettabile alla confisca per equivalente è integrato da qualsiasi vantaggio patrimoniale derivante dall’imposta evasa

In tema di reati tributari, il profitto assoggettabile alla confisca per equivalente è integrato da qualsiasi vantaggio patrimoniale derivante dall’imposta evasa.

La sentenza si pone nel solco della giurisprudenza consolidata secondo cui, in tema di reati tributari, la confisca per equivalente prevista dall’articolo 1, comma 143, della legge 24 dicembre 2007 n. 244 va riferita all’ammontare dell’imposta evasa, che costituisce un indubbio vantaggio patrimoniale direttamente derivante dalla condotta illecita e, in quanto tale, riconducibile alla nozione di “profitto” del reato, costituito dal risparmio economico conseguente alla sottrazione degli importi evasi alla loro destinazione fiscale, di cui certamente beneficia il reo (cfr., tra le tante, Cassazione, Sezione III, 23 ottobre 2012, Chierico).

A tal proposito, parimenti pacifica è stata finora la giurisprudenza nell’affermare che, per effetto del rinvio contenuto nell’articolo 1, comma 143, della legge n. 244 del 2007, che ha esteso ai reati fiscali l’applicazione delle disposizioni in tema di confisca di cui all’articolo 322 ter c.p., tali disposizioni dovevano applicarsi nella loro interezza e non solo, quindi, quelle del comma 1, che limitavano la confisca per equivalente al “prezzo” del reato. Ne derivava, quindi, che l’estensione dell’applicazione della confisca a reati, quali quelli tributari, nei quali non sussiste il prezzo del reato, doveva essere necessariamente intesa quale rinvio anche alle disposizioni del comma 2 dell’articolo 322 ter c.p., con la conseguente confiscabilità per equivalente del “profitto del reato”, ossia del vantaggio economico che l’autore ha tratto dalla commissione del reato tributario. Del resto, una diversa interpretazione della norma ne avrebbe sancito la totale inapplicabilità ai reati tributari, nonchè la manifesta illogicità del dettato legislativo (cfr. Cassazione, Sezione III, 11 novembre 2010, Ragosta ed altri). A tal ultimo riguardo, va però osservato che la riformulazione dell’articolo 322 ter c.p., avvenuta con la legge 6 novembre 2012 n. 190, con l’esplicito richiamo anche al “profitto” introdotto nel comma 1 dell’articolo 322 ter c.p., risolve ab imis ogni problema interpretativo: anche letteralmente non può porsi più alcun dubbio sulla confiscabilità per equivalente anche del quantum corrispondente al “profitto” del reato.

La sentenza merita segnalazione anche perché affronta la questione dell’aggredibilità, in caso di reati fiscali, dei beni della società in nome e per conto l’indagato abbia agito e a vantaggio della quale sia stato commesso il reato.

La Corte ha ritenuto che giustamente il sequestro per equivalente era stato disposto a carico dell’indagato, in applicazione della disciplina contenuta nel citato articolo 1, comma 143 della legge n. 244 del 2007, mentre correttamente non vi era stata una [tantomeno] preventiva aggressione dei beni sociali.

In proposito, la Corte ha ribadito il principio secondo cui il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente, previsto dall’articolo 19, comma 2, del decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231, non potrebbe essere disposto sui beni appartenenti alla persona giuridica ove si proceda per le violazioni finanziarie commesse dal legale rappresentante della società, atteso che gli articoli 24 e segg. del citato decreto non prevedono i reati fiscali tra i reati “presupposto” che possono dare luogo a responsabilità dell’ente da reato e, quindi, in grado di giustificare l’adozione del provvedimento; ciò salva solo l’ipotesi in cui la struttura aziendale costituisca un “apparato fittizio” utilizzato dal reo per commettere gli illeciti, così che ogni cosa intestata alla società risulterebbe immediatamente riconducibile alla disponibilità dell’autore del reato.

E’ affermazione già sviluppata con chiarezza da Cassazione, Sezione III, 19 settembre 2012, Proc. gen. App. Milano in proc. Unicredit s.p.a.

In tale occasione la Corte ha precisato che una responsabilità degli enti per reati tributari, del resto, non potrebbe essere fatta derivare, in violazione dell’articolo 25 della Costituzione, attraverso il richiamo interpretativo alla disciplina assegnata alle persone giuridiche nel diritto tributario; in particolare, né dal disposto dell’articolo 11, comma 1, del decreto legislativo 18 dicembre 1997 n. 472, in base al quale, nei casi in cui una violazione che abbia inciso sulla determinazione o sul pagamento del tributo è commessa dal dipendente o dal rappresentante legale o negoziale di una persona fisica nell’adempimento del suo ufficio o del suo mandato ovvero dal dipendente o dal rappresentante o dall’amministratore, anche di fatto, di società, associazione od ente, con o senza personalità giuridica, nell’esercizio delle sue funzioni o incombenze, la persona fisica, la società, l’associazione o l’ente nell’interesse dei quali ha agito l’autore della violazione sono “obbligati solidalmente” al pagamento di una somma pari alla sanzione irrogata; né dal disposto dell’articolo 19, comma 2, del decreto legislativo 10 marzo 2000 n. 74, secondo cui permane, in ogni caso, la responsabilità per la sanzione amministrativa dei soggetti indicati nell’articolo 11, comma 1, del decreto legislativo n. 472 del 1997, che non siano persone fisiche concorrenti nel reato. In realtà, unica ipotesi in cui può procedersi al sequestro preventivo per equivalente a fini di confisca dei beni della società coinvolta nella commissione di un reato fiscale è quella per cui si procede per reati tributari compiuti nell’ambito di fenomeni associativi a carattere transnazionale, in applicazione del disposto dell’articolo 11 della legge 16 marzo 2006 n. 146, secondo cui, per i reati “transnazionali” di cui all’articolo 3 della stessa legge, qualora la confisca delle cose che costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo del reato non sia possibile, il giudice ordina la confisca di somme di denaro, beni od altre utilità di cui il reo ha la disponibilità, anche per interposta persona fisica o giuridica, per un valore corrispondente a tale prodotto, profitto o prezzo.

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